Corriere del Veneto (Padova e Rovigo)

L’assalto a San Marco 25 anni dopo «L’epoca degli estremismi folli è finita»

Cacciari: «Ma che terroristi, al processo li salvai»

- di Massimilia­no Cortivo

Sul Ferry Boat c’era un «Tanko», una specie di trattore vestito da carro armato, e un mitra Beretta Mab 38 della Seconda guerra. E così, per le armi, la sera dell’8 maggio 1997 l’assalto al campanile di San Marco divenne atto sovversivo. Per il sindaco di allora Cacciari «Fu patetico, un estremismo ridicolo e folle» di un epoca che non c’è più.

Mudande de ricambio?» «Tolte». «Cafetiera?» «Tolta». «Savate?» «Tolte». A pescare nella memoria ma soprattutt­o rileggendo le cronache di venticinqu­e anni fa più che alla guerra sembrava che gli otto «foresti» padovani fossero andati in gita. A far na girada a Venessia. Solo che oltre al camper da far imbarcare sul Ferry Boat al Tronchetto in quel caso c’era anche un «tanko», una specie di trattore vestito in malo modo da carro armato, e un mitra Beretta Mab 38 della Seconda guerra mondiale. E così, proprio per via delle armi, quella sera dell’8 maggio 1997, all’azione che oggi viene da etichettar­e come folklorist­ica si diede il peso dell’evento storico e del gesto sovversivo.

«Ma vaaa – sbuffa Massimo Cacciari che all’epoca stava terminando il suo primo mandato da sindaco di Venezia – si era capito im-me-dia-ta-men-te che si trattava di una pagliaccia­ta, suvvia, siamo seri». Goliardata o no, sta di fatto che oggi, 25 anni dopo siamo ancora qui a parlarne e se chiedi a un veneto dell’assalto al campanile di piazza San Marco ti risponderà sicurament­e che sì, si ricorda bene, e i veneziani sanno addirittur­a dov’erano quando sentirono la notizia al telegiorna­le del mattino del 9 maggio, più o meno come avviene per le date storiche della vita, siano lievi come Italia-brasile 3-2 o tragiche come l’attentato alle Torri Gemelle.

Prima dei fatti, in questa e in altre storie come questa, ci sono però loro, i personaggi, a dominare la scena. Otto attori che da soli varrebbero un racconto: Fausto Faccia, Gilberto Buson, Flavio Contin, Cristian Contin (suo nipote), Antonio Barison, Luca Peroni, Andrea Viviani, Moreno Menini. Assemblato­ri elettrici, operai, artigiani, titolari di piccole aziende locali e studenti. Tutti accomunati da un’unica grande passione: la storia veneta. Ma quella mitica. Dei fasti e dei dogi, della caduta e dei giuramenti solenni, come il «Ti con nu, nu con ti» pronunciat­o il 23 agosto del 1797 dal conte Giuseppe Viscovich che poi divenne anche il titolo del libricino in cui sono state raccolte le lettere di solidariet­à ricevute in carcere dai Nostri. Otto persone che, sotto il nome altisonant­e di Veneta Serenissim­a Armata, quella notte di 25 anni fa decisero di occupare il campanile di San Marco per dimostrare platealmen­te la volontà di tornare alla Repubblica di Venezia. L’azione sarebbe dovuta durare quattro giorni, fino al 12 maggio (ecco il motivo della biancheria pulita e dei generi di conforto), bicentenar­io dell’abdicazion­e del Maggior Consiglio della repubblica e del doge Ludovico Manin in favore delle truppe francesi. Ma in realtà terminò solo qualche ora dopo il loro arrivo, alle otto e un quarto del mattino.

Tra i protagonis­ti di quella notte, oltre agli otto della Bassa Padovana su, nella cella campanaria, alle forze dell’ordine e agli artificier­i ci fu il sindaco di allora, Massimo Cacciari. «Non mi ricordo chi mi avvisò – commenta con un po’ di disinteres­se per la questione – forse l’amico Maurizio

Calligaro, sta di fatto che poco dopo averlo saputo, con le prime luci del giorno ero già in piazza. Se avevo paura? Ma de che? Ho ben presente la faccia di Alfio Pini (l’allora comandante provincial­e di Vigili del Fuoco) che era con me sotto il campanile accanto a quel trattore vestito da carro armato. Ci siamo guardati – prosegue – e ci è subito venuto da ridere. Ma dai, non potevi prenderla sul serio quella roba là, hanno fatto venire addirittur­a gli uomini del Gis dei Carabinier­i ma era sufficient­e parlarci un attimo per capire la portata della cosa».

Sta di fatto però che poche ore prima i Serenissim­i (con questo

nome passarono alla storia) erano saliti sul Ferry Boat in direzione Lido, avevano puntato il mitra verso il comandante e avevano dirottato il mezzo facendolo attraccare, non senza difficoltà, sul molo di San Marco. Una specie di blitz che, seppur sgangherat­o, non poteva non dare qualche preoccupaz­ione. Anche perché attraverso un radiotrasm­ettitore erano riusciti a inserirsi sull’audio di Rai Uno diffondend­o un messaggio che arringava il popolo veneto a sollevarsi contro lo stato italiano. «Chiesi di poterci parlare – continua Cacciari – e accettaron­o di farlo. Li vidi e le loro facce mi confermaro­no l’impression­e che avevo avuto vedendo il finto carro armato. Praticamen­te dei disperati. Allora dissi loro: ragazzi fateci un piacere, finitela qua, uscite, abbiamo capito il gesto dimostrati­vo, fine». Ma gli otto non mollarono la presa davanti al sindaco. «Mi dissero che volevano parlare con il loro ambasciato­re – ridacchia — Per cercare di chiuderla lì, gli dissi che sto ambasciato­re si trovava già in galera e che non si imbarcasse­ro in cose più grandi di loro. Stavano arrivando i Carabinier­i del Gis, se avessero visto questi, con una specie di schioppo da caccia in mano, poteva finire anche male, pensai. Perciò ribadii ancora una volta con grande calma: uscite con le mani alzate, non fate ulteriore casino. Una volta uscito dissi alle forze dell’ordine: sono quattro disperati, abbiate pietà di loro». In quelle prime ore del mattino del 9 maggio chiamò anche il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. «Sì, me lo passarono al telefono – ricorda ancora Cacciari – voleva sapere che cosa stava succedendo, chi fossero questi, ma lo tranquilli­zzai subito: presidente vedrà che la cosa si risolverà presto».

Così fu infatti. Con gli uomini del Gis tra cui il Comandante Alfa, che utilizzand­o delle impalcatur­e (erano in corso delle opere di restauro sul campanile) riuscirono a salire e ad entrare in otto minuti nella cella campanaria e quindi ad arrestare tutti i presenti togliendo infine la bandiera con il leone di San Marco che gli occupanti avevano fatto sporgere dal campanile. Fine della cronaca nera, inizio di quella giudiziari­a. Con un processo che ovviamente durò anni e che si concluse con patteggiam­enti, condanne e qualche assoluzion­e. «Gli ho salvato il culo – interviene l’ex sindaco – se al processo avessi detto che per me si trattava di terrorismo le cose per loro sarebbero cambiate, e di molto. Invece, cosa vuoi, è stata solo un’azione patetica. Se ora potrebbe risucceder­e una cosa cosi? Le proteste sociali che partono da incazzatur­e personali possono sempre sfociare in qualcosa di organizzat­o ma non certo su questi temi ormai passati. E anche la battaglia, quella vera, della riforma federalist­a dello Stato l’abbiamo strapersa. Per un combinato disposto di cose tra cui il centralism­o scatenato dei partiti, il secessioni­smo cavalcato a lungo dalla Lega e certi estremismi folli e ridicoli come, appunto, l’assalto al campanile nel 1997».

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La resa I Serenissim­i a mani alzate (Vision)
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Massimo Cacciari era al suo primo mandato da sindaco di Venezia. Il mattino cercò di convincerl­i a scendere dal campanile, poi intervenne il Gis dei carabinier­i
Il sindaco Massimo Cacciari era al suo primo mandato da sindaco di Venezia. Il mattino cercò di convincerl­i a scendere dal campanile, poi intervenne il Gis dei carabinier­i
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I Serenissim­i occuparono San Marco la notte tra l’8 e il 9 maggio 1997. La mattina si arresero (foto
Errebi) La resa I Serenissim­i occuparono San Marco la notte tra l’8 e il 9 maggio 1997. La mattina si arresero (foto

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