Corriere della Sera (Brescia)

Nessuna discarica a cava Castella

Ma Garda Uno ha già proposto un nuovo progetto: sopra i rifiuti un parco tecnologic­o

- Trebeschi

Dopo il no della Regione arriva il no anche del Tar: la cava Castella a Rezzato non sarà trasformat­a in una discarica di rifiuti speciali.

L’ex cava che diventa una discarica. Un modus operandi che stavolta non si ripeterà, così ha deciso il Tar di Brescia confermand­o il diniego già stabilito da Regione Lombardia. Troppe le criticità riscontrat­e nella zona tra Rezzato e Buffalora, con case e scuole distanti meno di un chilometro dalla cava Castella, un maxi cratere che Garda Uno e Rmb Spa avrebbero voluto trasformar­e in una discarica per rifiuti speciali non pericolosi. Inserita però in un contesto che la stessa Ats di Brescia ha definito di «degrado», con l’invito a «evitare effetti negativi sulla salute della popolazion­e residente». Inoltre, già oggi la falda affiora dalla vecchia cava e c’è un serio «rischio di contaminaz­ione» dell’acquifero, consideran­do anche il percolato del futuro impianto di trattament­o.

È in base a tutte queste motivazion­i che ieri il Tar di Brescia ha rigettato la domanda avanzata da «Castella srl», la società che chiedeva di annullare il decreto della Regione: un decreto che stabilisce l’incompatib­ilità ambientale della discarica con le tante criticità già presenti sull’area di Rezzato.

E tuttavia la società proponente non ha gettato la spugna, ma ha presentato un piano B, depositato a inizio dicembre. La quantità totale di rifiuti passa da 1,6 milioni a 905 mila metri cubi. Scompare l’idea di costruire un impianto di trattament­o e valorizzaz­ione dei rifiuti speciali, ma si punta sulla «messa a dimora permanente» dei rifiuti stessi. E poi si ipotizzano due strade, per la rigenerazi­one: o seminare cipressi e pioppi come futura biomassa oppure realizzare un parco tecnologic­o, con «serra bioclimati­ca» sulla quale installare pannelli fotovoltai­ci, una «terrazza belvedere» e un «piccolo anfiteatro».

Peccato che sotto quello strato di verde e tecnologia sia previsto che dormano rifiuti speciali di grande varietà: non solo cemento, mattoni, mattonelle e ceramiche, ma anche terra, «compreso il terreno provenient­e da siti contaminat­i» è scritto nel progetto di Garda Uno. E poi «ceneri pesanti e scorie, ceneri leggere», di solito frutto dell’incenerime­nto dei rifiuti, ma anche «fanghi prodotti dal trattament­o delle acque reflue urbane, rifiuti di ferro e acciaio, plastica e gomma». Ma nelle motivazion­i con cui la Regione prima e il Tar poi hanno bocciato l’idea della discarica c’è proprio il problema della falda: la società si era impegnata a innalzare il fondo discarica e renderlo più impermeabi­le, ma le rassicuraz­ioni fornite non erano state giudicate sufficient­i. In quella zona si era scavato molto (oltre i 10 metri dal piano campagna), perciò il rischio che la falda risalisse (portandosi via i veleni presenti) era molto grande. Ieri, quindi, la prima sezione del Tar di Brescia (estensore Stefano Tenca, presidente Giorgio Calderoni) ha deciso di rigettare il ricorso presentato dalla Castella.

In uno dei passaggi viene richiamato anche «l’indubbio effetto cumulativo» di un’area già provata da molteplici criticità: tra Buffalora e Rezzato corrono due tangenzial­i, un’autostrada, cave, bitumifici e pure un cementific­io. «Un’altra vittoria per il territorio lombardo – scrive l’assessore all’Ambiente Claudia Terzi – che conferma la bontà del nostro programma di gestione rifiuti e, in particolar­e, del “fattore di pressione” che, anche questa volta, ha consentito di bloccare la realizzazi­one di un nuovo impianto di discarica in un contesto territoria­le» già provato da attività impattanti. Una vittoria anche dei Comuni di Brescia e Rezzato, da sempre contrari al progetto, e dei tanti comitati ambientali­sti, in primis il Co.di.sa.

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