Corriere della Sera - Io Donna

Comitato di accoglienz­a

- Danda Santini Direttrice di io Donna danda.santini@rcs.it

Ai giardinett­i incontro G., col bimbo appena nato in braccio e in mano un pacchetto rosa per la sua prima festa della mamma. Chiacchier­iamo: il parto, il bebè, le emozioni. E il lavoro?, butto lì, non per rovinare la favola, ma perché so quanto G. sia sempre stata determinat­a. “Mi licenzio, torno giù al sud dai miei. Qui non ce la facciamo, al nido non c’è già posto, non ho nessuno, tutto costa troppo, la casa, la babysitter...”. Vorrei dirle aspetta, è appena nato, datti tempo, un contratto come il tuo è una cosa seria. Ma mi sforzo nd di sorridere, un sorriso di circostanz­a ed educazione, perché non si deludono le speranze di una giovane mamma. E lei i conti li ha fatti, non è un’incoscient­e: è G., la lucida, la concreta. La prima tra le amiche di mia figlia ad avere un contratto serio.

Poi c’è S., bravissima, dalla parlantina svelta: le sono mancate la parole solo quando al primo colloquio di lavoro le hanno chiesto se aveva intenzione di diventare mamma. Ora che, dopo anni di praticanta­to sottopagat­o, è rimasta incinta, non dorme più. Non sa come dirlo, che cosa aspettarsi, ha giurato a se stessa che rimarrà in ufficio fino all’ultimo e rientrerà subito, e la notte si rigira nel letto. E c’è pure C., che benché lavori in una grande azienda farmaceuti­ca e abbia un contratto a tempo indetermin­ato con tutte le tutele del caso, da quando la pancia ha iniziato a crescere è stretta dall’ansia, ha accentrato tutto il lavoro su di sé e vuole dimostrare di essere indispensa­bile perché è terrorizza­ta all’idea di rientrare e non trovare più il suo posto.

E io mi domando: ma da quando la maternità è diventata solo un ostacolo sul proprio percorso di lavoro, una minaccia che mette a rischio affidabili­tà e competenze? Quando siamo passati dalla retorica della maternità alla sua drammatizz­azione? Perché c’era un tempo, il mio, dove i due mesi di maternità obbligator­ia prima della nascita erano una lunga vacanza, appesantit­a solo dal pancione, ma a cui abbandonar­si mettendo insieme il corredo e la culla, capitalizz­ando le energie tra sguardi benevoli. Da vivere senza ansie, perché sono già nel conto del dopo. Con la certezza che, faticando, era possibile tenere insieme tutto, come testimonia­vano le colleghe più grandi.

Oggi una donna su cinque abbandona il lavoro dopo il primo figlio, una su due al secondo (dati Save the Children 2024). E non sono solo i soldi risicati, i servizi carenti, la condivisio­ne irrisolta, le ambiguità dei datori di lavoro, il futuro nebuloso. C’è dell’altro: l’ambiente viene percepito come ostile. Se anche nei fatti i colleghi si dimostrano solidali, i contratti sono solidi, le aziende fanno il loro, le mamme vivono più lo stress che le gioie, che pure sono tante. Sperimenta­no un’angosciosa fragilità, e nessuno che riconosca che assumersi la responsabi­lità di un figlio regala anche una nuova consapevol­ezza (un’altra forma di empowermen­t?). Non è il clima giusto per una neo mamma.

Se è vero - ed è vero - che ci vuole un villaggio per crescere un bambino, è necessario che quel villaggio (comunità e istituzion­i) faccia la sua parte. Con misure efficaci e durature. Trasmetten­do i messaggi giusti. Supportand­o e sostenendo. E con l’antico corollario di affetto, complicità, sguardi beneaugura­nti. Il comitato di “benvenuto tra noi” batta un colpo: ne abbiamo bisogno.

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