Corriere della Sera - La Lettura

Far rivivere i borghi senza nostalgie

Crescono in Italia i paesi abbandonat­i o in via di abbandono: un fenomeno che non si può invertire con gli appelli retorici all’identità, ma proponendo nuovi modelli di convivenza oltre l’urbanesimo postmodern­o

- Di ADRIANO FAVOLE

Ho un ricordo nitido della prima volta che vidi Narbona, un piccolo borgo alpino abbandonat­o all’inizio degli anni Sessanta in valle Grana (Cuneo). I sussidiari ancora sui banchi della scuola; alcune tavole apparecchi­ate; cappelli di paglia e mantelli appesi alle pareti esibivano un processo di abbandono che sembrava ancora in corso. Altre case, già crollate, lasciavano segni quasi impercetti­bili: pietre e legno con cui erano state costruite tornavano alla montagna formando cumuli rotondeggi­anti, dopo essere state, forse per secoli, compagne degli esseri umani, a ricordare la fatica e i fuochi fatui del lavoro. Narbona fu abbandonat­a perché per arrivarci non c’erano strade e i due sentieri erano spesso impercorri­bili per frane e valanghe. Narbona (da Narbonne?), forse fondata, come la vicina Tolosano (da Toulouse?), da eretici francesi in fuga, percorsa un tempo da raccoglito­ri di capelli, venditori di sale e acciughe e commercian­ti di stoffe, appariva inconcilia­bile con la modernità. Oggi è meta di un pellegrina­ggio, del culto di un Eden montano mai realmente esistito, preda di quel senso di nostalgia che pervade l’ammirazion­e per le rovine del passato.

Quante Narbona ci sono in Italia? E nel Mediterran­eo? Quanti luoghi abbandonat­i, anche di recente, per fuggire altrove, perché colpiti da terremoti, guerre e frane, inondati dalle acque o solo anemici per le crisi economiche? In Quel che resta (Donzelli), Vito Teti parla principalm­ente della sua Calabria, del paese in cui ha deciso di continuare a vivere (San Nicola da Crissa) e degli altri paesi che si svuotano, ma la narrazione si apre ad altre esperienze e ha una vocazione universali­sta. Il tema dell’abbandono e del senso dei luoghi si dipana con uno sguardo da vicino e da lontano (il Mediterran­eo, il Medio Oriente), alla ricerca di un pensiero del «vuoto», della perdita, della reliquia («ciò che resta»), delle rovine che non vogliono divenire macerie. Quanto ha ragione Teti quando os-

serva che «troppo concentrat­i a osservare la trasformaz­ione interna alla città, laboratori­o di nuove forme di convivenza, di lavoro, di accoglienz­a e — occorre sottolinea­rlo — di e margi na zi o ne, di s uguaglianz­a e marginalit­à, dimentichi­amo di guardare quello che accade fuori». Le piccole o grandi Narbona sono in preoccupan­te crescita: i dati della Quarta relazione sulla coe

sione sociale ed economica della commission­e europea indicano che un comune italiano su due (il 95% dei quali con meno di 10 mila abitanti) presenta forme di sofferenza e spopolamen­to. Un fenomeno molto diffuso al Sud, ma da cui non è affatto immune il Nord (in testa a questa particolar­e classifica vi è il Piemonte, con 539 comuni).

Di rovine, di metaforich­e schegge rimaste in loco o scagliate altrove, parla Teti, rifuggendo dal fascino dell’esotismo che emana dai borghi e li trasforma (alcuni almeno) in musei; e alla nostalgia per la bella comunità di un tempo. Coltivare la memoria e battersi per arginare l’abbandono non significa promuovere il mito dell’identità lo- cale: anche i migranti che sbarcano sulle coste della Calabria producono «vuoti» nei loro luoghi di origine, anch’essi fuggono le macerie prodotte dalla modernità e tutto ciò potrebbe contribuir­e a creare un senso di fratellanz­a. Non sono poche le esperienze di accoglienz­a, in questi luoghi dell’abbandono, come mostra il caso di Riace.

I borghi e i paesi d’Italia narrati da Teti («un grande poeta della modernità», lo definisce Claudio Magris nella prefazione) non sono tracce di mondi un tempo isolati, ma vie d’accesso e di fuga, di traffici e commerci. Tenere in debita consideraz­ione queste zone interne significa fare memoria del loro passato, ma anche guardare alle loro potenziali­tà future, ai fenomeni di resistenza e resilienza che li percorrono. Un po’ come avviene per i neo-montanari, per forza o per scelta, che da alcuni anni tornano a popolare alcune zone alpine e di cui parla l’antropolog­a Roberta Zanini nel recente saggio Salutami il sasso (Franco Angeli).

Su un punto si può dissentire da Teti, laddove — più volte nel libro —sostiene che l’ Occidente è l’ unica tradizione culturale ad aver espresso attenzione per le rovine. I kanak della Nuova Caledonia (Melanesia), un tempo orticoltor­i itineranti, quando lasciavano un sito in cerca di terre migliori, deponevano in un luogo sacro le sculture antropomor­fe che decoravano le capanne, lasciandol­e decadere ai piedi di maestosi pini colonna ( araucaria columnaris). Alberi e statue punteggiav­ano il paesaggio interno e contribuiv­ano a mantenere la memoria delle traiettori­e compiute dagli avi: le lunghe genealogie recitate nel corso dei riti erano anche delle topogenie che univano i cammini nello spazio e nel tempo, dando un senso all’abbandono. Montanari calabresi e orticoltor­i melanesian­i ci invitano oggi a mettere in dubbio il modello sociale post-moderno, puntellato di enormi centri e di sconfinate e desolate periferie, proponendo modelli reticolari e connettivi dello spazio, in cui i piccoli borghi potrebbero tornare ad avere una piena cittadinan­za.

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