Corriere della Sera - La Lettura

Undici esami alla laurea nella città assediata

Il giurista Franco Cordero ha messo mano al suo «Passi d’arme» uscito nel 1976: tornano quelle atmosfere indefinite, l’umanità sospesa, il clima da «Deserto dei tartari»

- Di ERMANNO PACCAGNINI

Viene da lontano Bellum civile di Franco Cordero: suo settimo ro manzo qu a n d o na s ce ne l 1976 con titolo Passi d’arme presso Giuffrè, editore dei suoi testi giuridici, e prelevato tre anni più tardi da Italo Calvino che lo ripropone nei Coralli Einaudi.

Un’edizione di cui, ricorda la bandella, in Bellum civile «restano trame, nomi e fondali», su cui Cordero ha operato «profonde varianti». A partire dal significat­o «cavalleres­co» del «passi d’arme» del titolo — espression­e tecnica rinviante sia alla levità di tornei e gare che alla sorveglian­za d’un luogo da parte di armati; nella fattispeci­e una pattuglia di esplorator­i a custodia d’una città assediata — sostituito da un riferiment­o solo apparentem­ente più generico; e però di certo più centrato consideran­do che in città si vive una situazione di rivolta in atto con al centro, assediati, i governativ­i; e ove l’occhio di bue narrativo è posizionat­o su quel gruppo specifico d’una ventina di esplorator­i al comando dell’integerrim­o Ruy, tra i quali sta il protagonis­ta ventiduenn­e Bort, studente di Legge cui mancano undici esami per giungere alla laurea. E dove questo universo umano di «poveri diavoli d’un esercito scalcagnat­o, sotto dei consorti che nel secondo minuto della guerra avevano già deciso d’arrendersi», in un periodo invernale che va da San Martino ai giorni della Merla, si trova a fare i conti con una realtà da «marionette di un gioco crudele», nel quale a risultare autentici nemici sono i trafficoni politici del potere, prevalente­mente visti di riflesso, che «trafficano in combutta: uno munge soldi, l’altro spia e sabota»; tipi che «vengono su come muffe o funghi» e qui riassunti nelle figure dell’Intendente che «vende di bastioni, casematte, difensori» e del suo tirapiedi Arete. Tanto più che dei ribelli, i «blu», hai solo accenni indiretti, stante un’atmosfera di attesa da Deserto dei tartari buzzatiano; che la penna di Cordero orchestra secondo sua consueta modalità narrativa in cui i fatti sono per gran parte le idee, offerte da uno stretto dialogare o da una narrazione secca, franta, proprio d’uno sguardo tradotto in tacito monologo interiore.

Un racconto dunque in costante lievitazio­ne, al pari di quanto accade al protagonis­ta, il « puer senex » Bort, continuame­n-

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