Ave­re per vi­ci­no di ca­sa il No­bel Sin­clair Lewis

Pro­ta­go­ni­sti Sin­clair Lewis, nel 1930 pri­mo ame­ri­ca­no pre­mia­to a Stoc­col­ma, fu au­to­re di un ro­man­zo pa­ra­dig­ma­ti­co co­me «Bab­bitt», ora ri­pro­po­sto. Scrit­to­re po­co no­to fuo­ri da­gli Sta­ti Uni­ti, rac­con­tò l’Ame­ri­ca all’Ame­ri­ca

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di JOHN FREE­MAN

Ot­tant’an­ni fa, al con­fe­ri­men­to del No­bel, Sin­clair Lewis ten­ne uno dei di­scor­si più stra­ni che Stoc­col­ma aves­se mai sen­ti­to. Non fe­ce l’apo­lo­gia del­le sue umi­li ori­gi­ni, co­me tan­ti vin­ci­to­ri del gran­de pre­mio, né re­se omag­gio al­la lin­gua del suo Pae­se. In una not­te sve­de­se del 1930, quan­do l’Ame­ri­ca sta­va ce­den­do al­la De­pres­sio­ne, Lewis par­lò dal po­dio, per cir­ca un’ora, di al­tri scrit­to­ri che avreb­be­ro po­tu­to vin­ce­re, che avreb­be­ro for­se do­vu­to vin­ce­re e del per­ché sa­reb­be­ro sta­ti de­gni quan­to lui di es­se­re pre­scel­ti. Ve­ni­va dal Mid­we­st, per­ciò van­tar­si non gli ve­ni­va na­tu­ra­le. Ma in quel­la di­mo­stra­zio­ne di umil­tà c’era mol­to di più che un’espres­sio­ne del­le sue ori­gi­ni. L’Ame­ri­ca, co­me lui la ve­de­va, ave­va svi­lup­pa­to un gran­de di­va­rio tra la cul­tu­ra let­te­ra­ria uf­fi­cia­le e la gen­te. Dis­se che era ora che gli Sta­ti Uni­ti aves­se­ro la cul­tu­ra let­te­ra­ria che me­ri­ta­va­no, non un de­ri­va­to de­gli idea­li an­glo­sas­so­ni o del­la fi­lo­so­fia con­ti­nen­ta­le. Dis­se che l’Ame­ri­ca po­te­va ot­te- ne­re que­sto ri­sul­ta­to so­lo se af­fron­ta­va la que­stio­ne di che co­sa si­gni­fi­cas­se es­se­re ame­ri­ca­ni e dei fal­li­men­ti in cui era in­cor­sa.

Per mol­ti ver­si fu pro­fe­ti­co: gran par­te del­la mi­glio­re let­te­ra­tu­ra ame­ri­ca­na ha se­gui­to que­sto fi­lo­ne, e inol­tre mol­ti au­to­ri che ave­va men­zio­na­to nel di­scor­so vin­se­ro in se­gui­to il No­bel, da He­ming­way e O’Neill a Faul­k­ner, che al­lo­ra ave­va pub­bli­ca­to so­lo tre li­bri. Ma pri­ma bi­so­gna­va fa­re un po’ di pu­li­zia, e nel far­lo Lewis fu co­stret­to a par­la­re del par­ti­co­la­re fa­sci­no e del di­sgu­sto che l’Ame­ri­ca su­sci­ta­va. Con­clu­se con una del­le di­chia­ra­zio­ni più ve­ri­tie­re mai pro­nun­cia­te su­gli Usa. «È mio de­sti­no in que­sto di­scor­so pas­sa­re dall’ot­ti­mi­smo al pes­si­mi­smo e vi­ce­ver­sa, ma que­sto è il de­sti­no di chiun­que scri­va o par­li dell’Ame­ri­ca, il Pae­se più con­trad­dit­to­rio, de­pri­men­te, emo­zio­nan­te al mon­do».

Era un’af­fer­ma­zio­ne dif­fi­ci­le da scri­ve­re, ol­tre che da pro­nun­cia­re, per uno del Mid­we­st. Ma in real­tà fu­ro­no i Mid­we­ster­ner — que­gli zo­ti­ci pro­ve­nien­ti da Sta­ti fuo­ri ma­no — a enun­ciar­la fin dall’ini­zio. Da To­ni Mor­ri­son e Sher­wood An­der­son (Ohio), a Er­ne­st He­ming­way e Saul Bel­low (Il­li­nois), a Theo­do­re Drei­ser (In­dia­na), Thorn­ton Wil­der (Wi­scon­sin), T. S. Eliot (Mis­sou­ri), Lang­ston Hu­ghes (Mis­sou­ri), Mark Twain (anc h e l u i d e l Mi s s o u r i ) , F r a n c i s S c ot t F i t z g e r a l d (Min­ne­so­ta) e Wil­la Ca­ther (Ne­bra­ska), la let­te­ra­tu­ra ame­ri­ca­na non sa­reb­be nul­la sen­za quei luo­ghi «in mez­zo al nul­la».

Sin­clair Lewis, il pri­mo ame­ri­ca­no a vin­ce­re il No­bel e si­cu­ra­men­te il più di­sprez­za­to, il crea­to­re di Main Street e Bab­bitt, lo spauracchio de­gli scolari ame­ri­ca­ni pro­prio co­me Tho­mas Har­dy lo è in al­tri Pae­si — que­sto Sin­clair Lewis è tor­na­to al­la ri­bal­ta per­ché il suo ul­ti­mo gran­de li­bro, si­cu­ra­men­te il più spa­ven­to­so, Da

noi non può suc­ce­de­re, è tor­na­to di at­tua­li­tà gra­zie a Do­nald Trump. Scrit­to in quat­tro in­ten­si me­si nel 1935, e ispi­ra­to in par­te al­la cam­pa­gna elet­to­ra­le del go­ver­na­to­re Huey Long con­tro Roo­se­velt, il li­bro si apre al­la vi­gi­lia del­le ele­zio­ni del 1936, quan­do un se­na­to­re, Ber­ze­lius «Buzz» Win­drip, de­ci­de di can­di­dar­si con­tro Roo­se­velt al­le pri­ma­rie, pro­cla­man­do che re­sti­tui­rà al Pae­se la sua gran­dez­za e da­rà a ogni cit­ta­di­no 5 mi­la dol­la­ri all’an­no. Gli ini­zi del re­gi­me di Win­drip so­no co­sì sor­pren­den­te­men­te si­mi­li a quel­li di Trump che sem­bra, leg­gen­do il li­bro ora, un’in­cre­di­bi­le re­pli­ca. Win­drip si ac­ca­par­ra quan­to più po­te­re è pos­si­bi­le, men­tre ban­de di mi­li­zia­ni van­no in gi­ro a mi­nac­cia­re e a pic­chia­re gli av­ver­sa­ri. Pro­prio co­me a Char­lot­te­svil­le, do­ve Trump ha ri­fiu­ta­to di con­dan­na­re i na­zio­na­li­sti bian­chi che ma­ni­fe­sta­va­no con le tor­ce, Win­drip pren­de le di­stan­ze dal­le sue trup­pe d’as­sal­to ma non le af­fron­ta né le fer­ma. Si pro­se­gue con una guer­ra con il Mes­si­co, cam­pi di la­vo­ro e un’or­ga­niz­za­zio­ne chia­ma­ta Un­der­ground Rail­road che aiu­ta i dis­si­den­ti a fug­gi­re in Ca­na­da. Fa ac­cap­po­na­re la pel­le, e an­che nel 1936 la gen­te lo pen­sa­va. Il li­bro ven­det­te 300 mi­la co­pie, fa­cen­do tor­na­re Lewis tra i bestsel­ler, la Mgm ac­qui­stò i di­rit­ti e ini­ziò a pro­get­ta­re un film, fin­ché gli in­ve­sti­to­ri te­de­schi nel­la pro­du­zio­ne ci­ne­ma­to­gra­fi­ca non lo boc­cia­ro­no. Lewis non era un patriota in sen­so stret­to ma cre­de­va che l’Ame­ri­ca po­tes­se fa­re di me­glio. Ma non lo fe­ce fin­ché non fu co­stret­ta.

Lewis era in­te­res­sa­to al­la po­li­ti­ca, era im­pe­gna­to ma non era un mi­li­tan­te. Era na­to nel 1885 nel pic­co­lo vil­lag­gio di Saulk Cen­ter, in quel­lo che al ban­chet­to del No­bel de­scris­se co­me il no­stro «Sta­to più scan­di­na­vo, il Min­ne­so­ta», fi­glio e ni­po­te di me­di­ci. Tra­scor­se la sua in­fan­zia se­pol­to nei li­bri, esa­ge­ra­ta­men­te gof­fo a cau­sa dell’al­tez­za e di pro­ble­mi al­la pel­le, per cui ve­ni­va sbef­feg­gia­to. Per di­fen­der­si di­ven­ne un esper­to imi­ta­to­re. Co­me Go­re Vi­dal scris­se di lui, «era brut­to co­me uno di quei mo­stri che or­na­no le gron­da­ie: ca­pel­li ros­si, po­co coor­di­na­to, sof­fri­va di ac­ne che di­ven­ne can­ce­ro­sa in se­gui­to ai pri­mi­ti­vi trat­ta­men­ti con i rag­gi X».

Lewis pen­sa­va che la vi­ta po­tes­se es­se­re un po’ mi­glio­re a Ya­le, do­ve lo man­dò suo pa­dre, so­lo che lì in­con­trò lo sno­bi­smo del­la Ea­st Coa­st. Co­sì si im­mer­se sem­pre di più nel la­vo­ro, sfor­nan­do poe­sie e boz­zet­ti tri­sti e sen­ti­men­ta­li. Te­men­do i pe­ri­co­li di un ec­ces­si­vo in­tel­let­tua­li­smo, nel 1906 si pre­se una pau­sa dal­la scuo­la e tra­scor­se di­ver­si me­si nel­la fat­to­ria uto­pi­ca di Up­ton Sin­clair nel New Jer­sey, scri­ven­do nell’au­ra del co­los­sa­le suc­ces­so che Up­ton ot­ten­ne con La giun­gla. Il fa­sci­no del ra­di­ca­li­smo avreb­be in se­gui­to fat­to la sua com­par­sa in mol­tis­si­mi ro­man­zi di Lewis. Non es­sen­do un ge­nio o un poe­ta na­to, sa­pe­va di aver mol­to da im­pa­ra­re, e ave­va fret­ta di dar­si da fa­re. All’ini­zio fa­ce­va un po’ di tut­to: ven­det­te a Jack Lon­don idee per rac­con­ti, 15 per 70 dol­la­ri; pro­dus­se ca­ta­lo­ghi e re­cen­sio­ni di li­bri. Scri­ve­va con fu­ria. In que­sto pe­rio­do si spo­sò e ini­ziò a ven­de­re rac­con­ti a gior­na­li e ri­vi­ste. Cer­ca­va di far­si co­no­sce­re, de­di­can­do li­bri a per­so­nag­gi fa­mo­si, scri­ven­do no­te di co­per­ti­na per i vin­ci­to­ri del Pu­li­tzer e fre­quen­tan­do i suoi men­to­ri.

Nel 1916 tor­nò a ca­sa in Min­ne­so­ta do­po pa­rec­chio tem­po, e no­tò co­me il pa­dre trat­tas­se ma­le la ma­dre. La pri­ma mo­glie di Lewis pen­sò che in quell’oc­ca­sio­ne aves­se avu­to l’idea di Main Street. È la sto­ria di Ca­rol Mil­ford e del suo tra­sfe­ri­men­to da una gran­de cit­tà a Go­pher Prai­rie, in Min­ne­so­ta, e strap­pa il ve­lo dal­la pre­sun­ta no­bil­tà e gen­ti­lez­za del­la vi­ta nel­le pic­co­le cit­tà ame­ri­ca­ne. Gli ame­ri­ca­ni com­pra­ro­no il li­bro in mas­sa, due mi­lio­ni di co­pie nel pri­mo an­no. Sul­la scia del suc­ces­so, i Lewis fe­ce­ro il pri­mo dei mol­ti viag­gi in Eu­ro­pa, e Lewis ini­ziò a pen­sa­re al li­bro suc­ces­si­vo, che sa­reb­be sta­to il suo ca­po­la­vo­ro, Bab­bitt.

Gli an­ni Ven­ti fu­ro­no il de­cen­nio di Lewis. Non che fos­se il mi­glior scrit­to­re di quel pe­rio­do — cer­to Vir­gi­nia Woolf, Joy­ce e Yea­ts so­no mol­to al di so­pra di lui. Piut­to­sto, il par­ti­co­la­re mix di van­da­li­smo eco­no­mi­co, svi­lup­po ma­ni­fat­tu­rie­ro e nuo­va mo­bi­li­tà so­cia­le, e la ne­ces­si­tà di ri­flet­ter­ci su, re­se­ro l’Ame­ri­ca per gli ame­ri­ca­ni un luo­go in­te­res­san­te e vi­vo da os­ser­va­re e di cui leg­ge­re. Vo­le­va­no leg­ge­re di se stes­si, e Lewis of­frì ai suoi con­na­zio­na­li gran­di sto­rie, da­gli or­ro­ri del­la pic­co­la cit­tà in Main Street al­le idio­zie del­la pro­pa­gan­da in Bab­bitt (1922) ai pro­ble­mi di un me­di­co idea­li­sta in

Ar­ro­w­smi­th (1925), poi tra­dot­to in film da John Ford. Nes­su­no di que­sti li­bri di­pin­ge un bel qua­dro del­la na­zio­ne ma da Lewis gli ame­ri­ca­ni, per qual­che ra­gio­ne, lo ac­cet­ta­va­no. For­se Go­re Vi­dal ave­va ra­gio­ne a di­re che «il se­gre­to di Lewis era es­se­re tutt’uno con il suo pub­bli­co» — un ruo­lo poi ri­pre­so da John Up­di­ke (che ri­pe­te­va sem­pre di es­se­re cre­sciu­to du­ran­te la De­pres­sio­ne, e che Rab­bit ve­ni­va da Bab­bitt), e da Jo­na­than Fran­zen. Quan­do leg­gia­mo di Geor­ge Bab­bitt che chiac­chie­ra del tem­po con i suoi vi­ci­ni al di là del­la stac­cio­na­ta a Ze­ni­th, Min­ne­so­ta, non è dif­fi­ci­le im­ma­gi­na­re che, chi scri­ve, que­ste chiac­chie­re ogni tan­to le fa­ces­se.

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