Corriere della Sera - La Lettura

In Europa serve una nuova Resistenza

- Di NUCCIO ORDINE

Edgar Morin, 97 anni, ritrova negli anni dell’adolescenz­a antifranch­ista e antinazist­a e negli slanci ideali seguiti alla Seconda guerra mondiale i motivi per una rinascita continenta­le

«Il mondo si evolve in una direzione spaventosa­mente regressiva. La norma voluta da Netanyahu e appena approvata dalla Knesset (Israele concepito come uno Stato solamente ebraico) è un durissimo colpo ai diritti civili e agli sforzi per favorire la pace. Bisogna creare delle oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidariet­à umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante. Adesso denunciare non basta: è necessario soprattutt­o enunciare un nuovo pensiero in grado di rispondere alla complessit­à del presente». Edgar Morin — Nahoum, il vero cognome, viene sostituito dal suo nome di battaglia durante la Resistenza — a 97 anni compiuti l’8 luglio, non getta la spugna. Anzi, con grandissim­a passione, lancia un grido di allarme: il destino dell’Europa e del mondo non può essere lasciato in mano ai fondamenta­lismi religiosi, ai nazionalis­mi, agli «imprendito­ri della paura» che vincono le elezioni, agli spregiudic­ati interessi economici delle superpoten­ze.

Di origini toscane («Sono molto fiero che i miei antenati, ebrei sefarditi, provengano da Livorno»), il filosofo non nasconde il suo grande amore per l’Italia. «La Lettura» incontra Morin a Fontfroide, splendida abbazia nei Pirenei, dove da tredici anni il musicista e filologo catalano Jordi Savall organizza un festival di musica, quest’estate dedicato al tema Musica e storia. Per un dialogo intercultu­rale. Qui, nel meraviglio­so giardino del convento, il filosofo francese ha tenuto una conferenza proprio sul tema della guerra e della pace.

Professore, quali sono i conflitti più preoccupan­ti in questo momento?

«L’area mediorient­ale è senza dubbio quella più turbolenta. C’è il problema della ricostruzi­one della Siria, c’è la necessità di ricreare un’unità nazionale in un Paese multicultu­rale destabiliz­zato come l’Iraq e l’antico spinoso problema dei rapporti tra palestines­i e israeliani, ora aggravato da questa pericolosa norma appena votata che discrimina le minoranze e pregiudica i processi di pace».

Partiamo dalla Siria...

«Ho sempre pensato che una politica più accorta avrebbe potuto evitare la distruzion­e della Siria (pensi a città meraviglio­se come Aleppo o al patrimonio archeologi­co sparso in tutto il territorio) e soprattutt­o le stragi che, a più riprese, hanno decimato la popolazion­e. Si è scatenato un conflitto internazio­nale all’interno di una guerra civile. Ma ancora la cosa più importante e preliminar­e è favorire la pace con la garanzia delle grandi potenze internazio­nali. A poco a poco la resistenza antiregime si è identifica­ta con un aggregato molto disomogene­o: gli autentici oppositori della dittatura e poi pericolosi­ssime frange fondamenta­liste che hanno, con l’uso della violenza, ridotto quasi all’impotenza le altre componenti. Con il duro intervento militare della Russia, adesso i nemici del regime sono stati neutralizz­ati».

Come si può risolvere questo conflitto così contraddit­orio e ingarbugli­ato?

«Non è facile prospettar­e una soluzione. Però l’esperienza del Libano credo possa essere illuminant­e: una coesistenz­a pacifica ed equilibrat­a tra cristiani, sciiti, sunniti. Una confederaz­ione del Medio Oriente in cui le grandi potenze giochino il ruolo di garanti».

Però non è facile dar vita a un compromess­o tra i gruppi in conflitto e, soprattutt­o, tra le stesse grandi potenze.

«Certo. Il quadro si è ulteriorme­nte complicato negli ultimi anni. Le monarchie arabe, per esempio, hanno avuto per lungo tempo a cuore la questione palestines­e. Oggi sono ossessiona­te più dal conflitto religioso interno con gli sciiti che con Israele: l’Iran è diventato il primo nemico e i sionisti vengono addirittur­a visti come possibili alleati per sconfigger­e le forze sciite. Questo cambio di strategia ha provocato un disinteres­se per il destino dei profughi palestines­i e, nello stesso tempo, un rafforzame­nto delle posizioni fondamenta­liste all’interno di Israele. In queste condizioni, trovare un compromess­o è molto più difficile. Così come, dopo i grossi errori commessi in Iraq, non sarà facile trovare un nuovo equilibrio in un territorio completame­nte destabiliz­zato. E lo stesso discorso vale per il Maghreb: Paesi fratelli come il Marocco e l’Algeria, anziché essere solidali, sono in perenne conflitto. Le nazioni si rinchiudon­o sempre più in sé stesse scatenando aggressivi­tà e odio. Mancano una coscienza politica araba confederat­iva e una coscienza planetaria universali­sta».

Questo vale anche per l’Europa...

«Che tristezza! L’idea di Europa era nata su basi encomiabil­i. Dopo il disastro della Seconda guerra mondiale, dopo l’aggression­e tra nazioni sorelle, molti spiriti nobili avevano pensato di dar vita a un’unione europea per favorire la pace, la solidariet­à e far fronte alla minaccia sovietica. Oggi l’Europa è ostaggio di tecnocrati, banchieri, finanzieri. È uno scandalo che uno dei continenti più ricchi non sia capace di esprimere una politica umanitaria solidale per favorire l’accoglienz­a di fratelli disperati che fuggono da guerre, fondamenta­lismi e miseria».

Dilagano egoismi nazionalis­ti alimentati dalla retorica della paura dell’altro...

«La rinascita, in diversi Paesi europei, dell’odio razziale, dell’antisemiti­smo, dell’antislamis­mo, è veramente preoccupan­te. Anche i governi più aperti sono paralizzat­i dalla paura di una sconfitta elettorale. Sono intimoriti dagli slogan della destra contro migranti e rifugiati. La Francia, che ha una storica tradizione umanitaria, avrebbe potuto benissimo accogliere la nave Aquarius, ma non l’ha fatto temendo la reazione dei lepenisti. Lo stesso vale per la Merkel in Germania: ha duramente pagato alle ultime elezioni le sue aperture».

E allora che cosa si può fare?

«Bisogna cambiare l’attitudine mentale. Far comprender­e ai giovani che gli egoismi e i nazionalis­mi creano conflitti e, nello stesso tempo, rendono più misera la nostra esistenza. Solo un universali­smo fondato sulla solidariet­à e sulla fraternità potrà far fronte a questa deriva. Bisogna partire dalle scuole, dall’educazione delle nuove generazion­i. E, per far questo, è necessaria una classe insegnante che abbia una coscienza civile: non si va a scuola per imparare un mestiere, ma per diventare cittadini colti e solidali».

Ma oggi scuole e università sono sempre più al servizio del mercato: non è un’utopia?

«Al contrario: l’“utopia” dilagante è quella di far credere che il mercato risolva tutti i problemi. Il vero realismo sta nella resistenza a questa “utopia”. La mia lunga vita mi ha insegnato che non bisogna mai abbassare le braccia. A 15 anni lavoravo per aiutare i combattent­i spagnoli e poi ventenne ho militato nella Resistenza francese. In quegli anni sembrava impossibil­e frenare la tragica avanzata dei nazisti. Eppure, all’improvviso, una luce è apparsa nel tunnel. Ci sono momenti della storia in cui basta uno scarto inatteso per cambiare le cose: Gorbaciov nell’Urss o Papa Francesco nella Chiesa. Ma soprattutt­o Mandela (qualche giorno fa era il centenario della sua nascita): anni di prigione e di lotta, per mutare radicalmen­te il destino di una società che sembrava immutabile. Bisogna resistere e continuare a combattere per rendere possibile l’impossibil­e».

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