Vien­na in ro­vi­na nel 1919 L’ispet­to­re è un re­du­ce

Corriere della Sera - La Lettura - - Libri Narrativa Straniera - Di RA­NIE­RI POLESE

La scrit­tri­ce au­stria­ca Alex Beer am­bien­ta un’in­da­gi­ne nel­la ex ca­pi­ta­le dell’Im­pe­ro all’in­do­ma­ni del­la scon­fit­ta La ri­co­stru­zio­ne sto­ri­ca è ac­cu­ra­ta, la tra­ma po­li­zie­sca con­dot­ta con si­cu­rez­za. E in te­de­sco c’è già la se­con­da «pun­ta­ta»

Sul­la co­per­ti­na dell’edi­zio­ne ita­lia­na de Il se­con­do ca­va­lie­re di Alex Beer (e/o, tra­du­zio­ne di Sil­via Man­fre­do) c ’è una fo­to d’epo­ca del Ca­fé Cen­tral di Vien­na. Aper­to nel 1876 nel cuo­re del Pri­mo Di­stret­to, fra San­to Ste­fa­no e il Ra­thaus, era il luo­go di ri­tro­vo di let­te­ra­ti e ar­ti­sti, e non so­lo: fra i suoi clien­ti più ce­le­bri si ri­cor­da­no Tro­tsky, Le­nin, Freud e an­che il gio­va­ne Hi­tler.

Nel 1919, nei pri­mi me­si del­la neo­na­ta Re­pub­bli­ca au­stria­ca, nei gior­ni in cui si svol­ge il ro­man­zo di Alex Beer, il Ca­fé Cen­tral è uno dei po­chi po­sti do­ve si be­ve an­co­ra del ve­ro caf­fè. Nel­la cit­tà af­fa­ma­ta di quel fred­dis­si­mo e di­spe­ra­to do­po­guer­ra, so­lo i nuo­vi ric­chi pos­so­no per­met­ter­si di se­de­re ai ta­vo­li di quel lo­ca­le, co­me per esem­pio Ko­l­ja, il re del­la bor­sa ne­ra. La po­li­zia cer­ca di in­ca­strar­lo, il nuo­vo governo so­cial­de­mo­cra­ti­co vuo­le de­bel­la­re il mer­ca­to clan­de­sti­no che ven­de di tutto, dai vi­ni al­le me­di­ci­ne, ma Ko­l­ja è trop­po astu­to per far­si pren­de­re con le ma­ni nel sac­co. Del re­sto, l’ispet­to­re Au­gu­st Em­me­ri­ch in­ca­ri­ca­to di dar­gli la cac­cia pre­fe­ri­sce in­te­res­sar­si a una se­rie di mi­ste­rio­si de­lit­ti che si sus­se­guo­no in po­chi gior­ni: i mor­ti so­no tut­ti re­du­ci, ed Em­me­ri­ch sco­pri­rà che ave­va­no fat­to par­te del­lo stes­so bat­ta­glio­ne sul Fron­te orien­ta­le, in Ga­li­zia, do­ve i sol­da­ti au­stria­ci si re­se­ro responsabili di atro­ci­tà con­tro la po­po­la­zio­ne ci­vi­le.

Pub­bli­ca­to nel 2017 da Ran­dom Hou­se/Ber­tel­smann, il ro­man­zo, che ha ri­ce­vu­to il Pre­mio Leo Pe­ru­tz con­fe­ri­to dal­la cit­tà di Vien­na e dall’As­so­cia­zio­ne dei li- brai au­stria­ci, è il pri­mo di una se­rie sem­pre con Em­me­ri­ch pro­ta­go­ni­sta. In que­sto 2018, in­fat­ti, è usci­to il se­con­do vo­lu­me, Die ro­te Frau («La si­gno­ra ros­sa»). L’au­tri­ce — si fir­ma an­che qui con lo pseu­do­ni­mo Alex Beer — è l’au­stria­ca Da­nie­la Lar­cher, già co­no­sciu­ta per una se­rie di po­li­zie­schi am­bien­ta­ti, que­sti, nel­la Vien­na di og­gi. La scel­ta di rac­con­ta­re la ex ca­pi­ta­le dell’Im­pe­ro all’in­do­ma­ni del­la scon­fit­ta for­se è sta­ta in­fluen- za­ta dal suc­ces­so dei li­bri del te­de­sco Vol­ker Ku­tscher am­bien­ta­ti nel­la Ber­li­no an­ni Ven­ti (dal pri­mo vo­lu­me, Ba­by­lon

Ber­lin pub­bli­ca­to in Italia da Fel­tri­nel­li, è sta­ta trat­ta la se­rie Sky).

Alex Beer ha co­mun­que com­piu­to un gros­so la­vo­ro di do­cu­men­ta­zio­ne, di cui ren­de con­to nel­la post­fa­zio­ne. Qui ci so­no le no­ti­zie sui lo­ca­li do­ve Em­me­ri­ch conduce le sue in­da­gi­ni, il mal­fa­ma­to Pol­di Tant di Nus­sdor­fer Pla­tz e lo Cha­tham Bar. Il pri­mo nel 1970 è di­ven­ta­to Ga­sthof zum Ren­ner; il se­con­do, night­club con an­nes­sa una bac­kroom per ogni ge­ne­re di pre­sta­zio­ni ses­sua­li, ha ceduto il po­sto al mi­ti­co Ca­fé Ha­wel­ka non lon­ta­no dal Duo­mo di San­to Ste­fa­no. In­di­ca­zio­ni che ser­vo­no an­che co­me gui­da per tu­ri­sti in cer­ca dei se­gni la­scia­ti dal­la sto­ria re­cen­te: co­sì, per chi vo­les­se af­fron­ta­re una di­sce­sa nel sottosuolo di Vien­na sul­le or­me di Em­me­ri­ch e del suo as­si­sten­te Fer­di­nand Win­ter, l’au­tri­ce con­si­glia il Drit­te Mann Tour, che se­gue ap­pun­to l’iti­ne­ra­rio de Il terzo uo­mo, il ce­le­bre film con Or­son Wel­les.

Ap­prez­za­to dai re­cen­so­ri per l’ac­cu­ra­tez­za del­la ri­co­stru­zio­ne sto­ri­ca («un ca­po­la­vo­ro di pit­tu­ra di at­mo­sfe­ra» si leg­ge nel­la mo­ti­va­zio­ne del Pre­mio Leo Pe­ru­tz)

Il se­con­do ca­va­lie­re si ispi­ra nel ti­to­lo all’Apo­ca­lis­se di Gio­van­ni, ed è il ca­va­lie­re sul ca­val­lo ros­so quel­lo che è man­da­to per «to­glie­re la pa­ce dal­la ter­ra, per­ché gli uomini si sgoz­zas­se­ro fra lo­ro». Una fo­sca pro­fe­zia che, nel ro­man­zo, una vec­chia paz­za lan­cia co­me una ma­le­di­zio­ne con­tro Em­me­ri­ch. E l’ispet­to­re, che cre­de al ma­loc­chio, ca­pi­sce che l’in­da­gi­ne che sta se­guen­do con­tro gli or­di­ni dei su­pe­rio­ri può so­lo por­tar­gli guai e di­sgra­zie. Re­du­ce di guerra — ha com­bat­tu­to sull’Ison­zo — Em­me­ri­ch ha ri­por­ta­to una fe­ri­ta a una gam­ba che gli pro­vo­ca for­ti do­lo­ri. E per cal­mar­li, ri­cor­re al­le pa­stic­che di eroi­na. Fi­glio di NN, cre­sciu­to in or­fa­no­tro­fio, ha finalmente tro­va­to l’amo­re di Louise, una ve­do­va di guerra con tre bam­bi­ni a ca­ri­co, per cui lui fa da vi­ce-pa­dre.

Ma an­che qui il de­sti­no ha in ser­bo una brut­ta sor­pre­sa per lui. Vor­reb­be en­tra­re a far par­te del­la Squa­dra omi­ci­di, ma in­tan­to de­ve fin­ge­re di sta­re sul­le trac­ce dei si­gno­ri del­la bor­sa ne­ra. Gli han­no af­fi­da­to co­me as­si­sten­te il gio­va­ne Fer­di­nand Win­ter, che vie­ne da una fa­mi­glia be­ne­stan­te ro­vi­na­ta dal­la guerra e dal­le ma­lat­tie. Ti­mi­do, de­li­ca­to, Win­ter non sop­por­ta la vi­sta dei ca­da­ve­ri, il tan­fo del­la mor­gue. Em­me­ri­ch all’ini­zio usa me­to­di bru­schi con lui, ma il ra­gaz­zo sa­prà ren­der­si in­di­spen­sa­bi­le.

La cop­pia Em­me­ri­ch-Win­ter fun­zio­na al­la per­fe­zio­ne e si pre­sta be­nis­si­mo al trat­ta­men­to se­ria­le; an­che la tra­ma è con­dot­ta con si­cu­rez­za, in os­se­quio ai mo­du­li col­lau­da­ti del ge­ne­re po­li­zie­sco (co­me quan­do l’ispet­to­re vie­ne ac­cu­sa­to di un delitto e si tro­va a es­se­re brac­ca­to dal­la po­li­zia).

Ma in real­tà la ve­ra pro­ta­go­ni­sta è la Vien­na del 1919, una cit­tà ri­dot­ta in mi­se­ria, de­ci­ma­ta dal­la feb­bre spa­gno­la del 1918, con lun­ghe fi­le da­van­ti ai dor­mi­to­ri pub­bli­ci e al­le po­che men­se be­ne­fi­che. Chi può cer­ca di emi­gra­re, e im­prov­vi­sa­te agen­zie di viag­gio pro­pon­go­no i pa­ra­di­si dell’Ame­ri­ca del Sud: in real­tà si trat­ta di truffatori che spe­cu­la­no sul­la di­spe­ra­zio­ne ge­ne­ra­le. I pa­laz­zi che ri­cor­da­no il pas­sa­to splen­do­re so­no ab­ban­do­na­ti, qual­cu­no pen­sa di ven­de­re arredi e ope­re d’ar­te. In un lo­ca­le si ascol­ta una ce­le­bre aria de Il pi­pi­strel­lo di Jo­hann Strauss: «È dav­ve­ro fe­li­ce chi può di­men­ti­ca­re quel­lo che non si può cam­bia­re». Ma co­me si fa a di­men­ti­ca­re po­ver­tà, fa­me, spor­ci­zia?

Em­me­ri­ch ha com­bat­tu­to sull’Ison­zo e si è fe­ri­to a una gam­ba. Sen­te an­co­ra do­lo­re ed è co­stret­to a pla­car­lo con l’eroi­na

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