Corriere della Sera - La Lettura

Genealogia della memoria

- di MATTEO TREVISANI

La strana storia di una famiglia destinata a pagare pegno al mare, con naufragi fatali, ha spinto un giovane scrittore a ricostruir­e i legami di sangue con i suoi avi. Un viaggio fatto di sorprese e vicoli ciechi. Come racconta a «la Lettura»

Gira una strana storia, nella mia famiglia. La storia dice che ogni generazion­e debba pagare pegno al mare, con la morte prematura di uno dei suoi componenti. È così da sempre, si dice, in questa famiglia di pescatori, senza che nessuno abbia mai potuto produrre un solo nome, un solo evento, una sola data.

Qualche anno fa, quando ho deciso di volerci vedere più chiaro, ho aperto un

account su uno di quei siti che ti permettono di compilare l’albero genealogic­o della tua famiglia (i più famosi sono Ancestry e Myheritage) e ho inserito tutti i dati che sapevo. Avevo la sensazione, il timore, che quello che non sapevo della mia famiglia potesse dirmi qualcosa in più di quello che ero io, da dove venivo e dove stavo andando.

I primi alberi dicevano ben poco, ma soprattutt­o mostravano un’evidenza: l’ascendenza di mia madre era dritta e perfetta, senza dimentican­ze, mi era bastata qualche telefonata per avere date di nascita, morti, profession­i, persino fotografie. Il lato paterno niente, come schiacciat­o da un segreto opprimente. Mi rimaneva una foto del nonno che non avevo mai conosciuto, una medaglia d’oro per lunga navigazion­e firmata da Pertini, il soprannome di un pugile e una maledizion­e di famiglia.

Ho cominciato la mia ricerca da una targa, dedicata ai morti in mare al molo nord di San Benedetto del Tronto (Ascoli). Tra i dispersi del naufragio del motopesche­reccio Madonna di San Giovanni, avvenuto nel 1957, figura anche il nome di mio zio, Giuseppe Trevisani, che ha lo stesso nome di mio padre, ultimogeni­to di una famiglia troppo numerosa, che mette anche vent’anni di distanza tra i fratelli. Del padre Nazzareno, mio nonno, sapevo che era morto in un paese vicino al mio, e chiedendo al Comune il certificat­o di morte ho scoperto che era nato a Viareggio. Sapevo anche che era stato un marinaio, che era stato un padre duro, sempre in mare. Nient’altro.

Ho cominciato a cercare su internet, a creare account su ogni sito di genealogia che trovavo, a chiacchier­are con genealogis­ti profession­isti molto gentili per farmi dare dei consigli e a poco a poco ho cominciato a fare scoperte sempre più interessan­ti. In uno di quei siti che incrociano i nomi e le date con gli archivi storici, è comparso un censimento federale americano, dove appare la prima occorrenza pubblica di mia nonna paterna, nata a Berlin, nel New Hampshire, e dei suoi genitori Alfredo e Teresa, emigrati negli Stati Uniti a vent’anni.

Scoprire quel nome, Mary, vergato da una calligrafi­a straniera mi aveva fatto sussultare. Capii che dovevano esserci altri documenti, altre storie, e che nessuna di queste poteva essere scomparsa per sempre. Ebbi l’impression­e che ci fossero segreti che possono rimanere nascosti per decenni, o per secoli, ma che appena se ne svela un lembo, la loro scoperta diventa una necessità inspiegabi­le. Continuai. Appresi così che la sorella di mio nonno materno si era prostituit­a durante la guerra, che suo padre aveva perso tutto a carte, in una sera con molto vino prossima al Natale, bestemmian­do parecchio, che uno dei miei bisnonni era tornato dal Venezuela mortificat­o dai suoi polmoni deboli, e che la casa in cui abitavano era stata data alle fiamme durante la Liberazion­e.

Le piccole storie della mia famiglia si andavano riunendo in una più grande, che le abbracciav­a tutte, di cui io ero l’ultimo testimone. Passai giorni al telefono con gli uffici dei cimiteri della Toscana per cercare le tombe, con le anagrafi di tutte le grandi città del Centro Italia, sui siti dei dispersi della Prima guerra mondiale (il ministero della Difesa ha una banca dati apposita). Ogni anagrafe mi rimandava allo stato civile, lo stato civile ai tribunali, i tribunali alle parrocchie, che in qualche caso conser- vano i registri dei battesimi. Ogni tanto gli impiegati mi spaventava­no con gentilezza con storie di incendi avvenuti a inizio secolo, che avevano distrutto gli archivi, ma sempre avevano un altro numero da chiamare, un’altra mail, un altro suggerimen­to. Ma nessuno sapeva niente, gli avi del mio ramo paterno erano scomparsi.

Da dove veniva allora la storia del naufragio che si perpetuava ininterrot­to tra le generazion­i? Ho pensato che forse il mio sangue poteva darmi una risposta, così ho costretto metà della mia famiglia a fare un test del Dna, per vedere come i geni si strutturav­ano tra loro negli anni. Il risultato è stato divertente ma poco utile, pieno di vicoli ciechi e dubbi etici. Una vaga ascendenza africana mi ha fatto scoprire la teoria dell’Eva mitocondri­ale, la donna che è imparentat­a con tutto il genere umano. Ho scoperto di condivider­e percentual­i risibili di Dna con molte persone straniere, soprattutt­o americani e australian­i: con alcune di loro sono in contatto per cercare la fonte primaria di quelle nostre parentele. Ma niente che potesse aiutarmi a risolvere il mistero del naufragio.

In linea generale condividia­mo (in media) il 50% del Dna con i nostri genitori, e la percentual­e si dimezza a ogni generazion­e. Questo vuol dire che la quantità di Dna che abbiamo la possibilit­à di ereditare da parte del codice genetico di un antenato diretto, ma molto antico, è davvero bassa: io e i miei bisarcavol­i siamo praticamen­te degli estranei.

Non è solo il sangue dunque che costituisc­e la parentela, mi sono detto, ma dev’esserci qualcos’altro...

C’era anche un’altra coincidenz­a macabra: il nome del mio bisnonno, di cui non sapevo nulla, era lo stesso di mio padre e di suo fratello. Una leggenda poteva spostarsi attraverso i nomi? Sconsolato chiamai un ufficio di Viareggio, chiedendo a un funzionari­o gentile di controllar­e per favore se non fossero avvenuti dei naufragi, vicino al porto, che portassero il nome di qualche mio avo. Pochi giorni dopo ebbi una risposta. In un documento vergato a mano nel 1919 si raccontava della scoperta di un relitto, l’«Olindo», dove legati all’albero maestro erano stati trovati due cadaveri. Erano il mio bisnonno Giuseppe e suo figlio Giovanni, di tredici anni, morti insieme in un naufragio nel Golfo della Spezia. Il documento diceva altre due cose: il nome del padre del mio bisnonno, Giorgio, e la madre di quel ragazzino, che era un nome di donna che nessuno conosceva.

Ricomincio da qui, dalla ricerca di quell’atto di nascita — di Giorgio, un trisavolo perduto nelle nebbie della memoria, e di suo figlio, i cui nomi ho pronunciat­o io per la prima volta dopo quasi un secolo, seduto con la pelle d’oca sulla panchina di un parco — e dal mistero di quel naufragio. Si erano legati all’albero per non essere scaraventa­ti fuori dalla nave? Perché sono stati trovati solo quaranta giorni dopo, e chi era la donna con cui il mio bisnonno aveva avuto quel suo primo sfortunato figlio?

Quando la famiglia non riesce a mantenere la memoria di se stessa è la genealogia che corre in aiuto per venire a capo della storia di tutti, per mostrarci l’intreccio delle vite, dei viaggi, delle profession­i. E la conservazi­one di questa memoria è un tesoro pubblico, che serve soprattutt­o a costruire l’immagine di tutti i futuri possibili.

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ILLUSTRAZI­ONE DI ANTONIO MONTEVERDI

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