Corriere della Sera - La Lettura

Fare film a Castel Volturno La disperazio­ne spera

- Di CECILIA BRESSANELL­I

Alla vigilia dell’uscita de «Il vizio della speranza», «la Lettura» ha proposto al cineasta di dialogare con un prete della cittadina campana e con il responsabi­le del Centro di accoglienz­a della Caritas. «Un’altra possibilit­à esiste» A Castel Volturno vive (e muore) un mondo a parte di immigrazio­ne africana irregolare, droga e prostituzi­one. Qui è tornato Edoardo De Angelis per girare il suo nuovo film «Non cerco storie da ambientare in questa terra, ma storie che nascano da questa terra. Le mie regie sono generate tra la Domiziana e il fiume Volturno»

«Le mie storie sono generate da questa terra». Dopo il finale di Perez. (2014) e Indivisibi­li (2015), Edoardo De Angelis (1978) ha girato a Castel Volturno, in provincia di Caserta, anche il nuovo film, Il vizio della speranza, che sarà presentato il 19 ottobre alla Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre). È la storia di Maria (interpreta­ta da Pina Turco, moglie del regista): la sua vita trascorre un giorno alla volta sulla riva del fiume Volturno, al servizio di una madame ingioiella­ta. Il compito di Maria è traghettar­e sul fiume donne incinte in un purgatorio senza fine. Fino alla svolta, che porterà nella sua vita una luce di speranza.

Castel Volturno non è solo il luogo dove Edoardo De Angelis ha deciso di ambientare il film sceneggiat­o con Umberto Contarello. Il vizio della speranza nasce proprio da qui, dove — ha raccontato la scrittrice Teresa Ciabatti su «la Lettura» #330 del 25 marzo — si consuma il dramma delle ragazze africane comprate in Nigeria per duemila euro e costrette a prostituir­si per pagare il proprio riscatto lungo la statale Domiziana o nelle Connection House, dove l’acceso ai bianchi non è consentito. Luoghi misti — bar e locali di intratteni­mento, anche sessuale — dove le donne si prostituis­cono per pochi euro, sulla litoranea da Mondragone a Lago Patria, passando proprio per Castel Volturno: «25 mila abitanti, 5 mila immigrati regolari, tra i 10 e i 20 mila irregolari», ha scritto lo stesso Edoardo De Angelis su «la Lettura» #333 del 15 aprile. Le ragazze sono prigionier­e di pratiche magiche. Legate alle madame da un debito che supera i 30 mila euro. Subiscono stupri, e quando rimangono incinte sono spesso costrette ad abortire. Oppure, raccontava Daniel, nigeriano, collaborat­ore di giustizia, a Teresa Ciabatti, «alcune madame fanno nascere i bambini per poi venderli, o per l’espianto di organi».

Edoardo De Angelis torna spesso a Castel Volturno. L’appuntamen­to con «la Lettura» è al Centro Fernandes, comunità di prima accoglienz­a per immigrati, lungo la Domiziana, centro Caritas dell’arcidioces­i di Capua. È qui per incontrare Antonio Casale, direttore della struttura, e padre Antonio Guarino, comboniano, che dopo sedici anni in Africa è parroco di Santa Maria dell’Aiuto, che si trova nella stessa struttura. È un presidio fondato nel 1996, aperto 24 ore su 24: «Il Centro — racconta Casale — offre accoglienz­a, servizi, un ambulatori­o medico, un centro d’ascolto, corsi di lingua italiana, una rete di sostegno per chi un sostegno non ce l’ha».

Come vi siete incontrati?

EDOARDO DE ANGELIS — Ci siamo conosciuti nel 2015, quando sono venuto a girare Indivisibi­li. Con Antonio Casale e padre Antonio Guarino ho cercato di capire prima di tutto dove mi trovassi, nonostante io sia nato a Portici, in provincia di Napoli, e sia cresciuto a Caserta. Poi questo luogo ha preso il sopravvent­o sulla mia modalità di raccontare: qui mi sono sposato e qui mi sono reso conto che non volevo realizzare una storia da ambientare da queste parti, ma una storia che da questo luogo si generasse. Questa è una terra così piena di espression­i anarchiche di vita che provare a decifrarla è sbagliato in partenza. Volerla conoscere è però legittimo. E ogni giorno tento di aggiungere un tassello. Questi due uomini vivono in trincea e difendono un avamposto di pace in un territorio costanteme­nte in guerra tra il bene e il male. Un luogo difficile da controllar­e con la legge. Un luogo che muta in continuazi­one, che sembra abbandonat­o, e in parte lo è, ma dove forme di vita si insediano ovunque: in ogni traversa della Domiziana, in ogni piccolo rivolo del fiume Volturno. Ogni tanto torno e mi chiedo: che cosa sta succedendo?

Che cosa succede oggi a Castel Volturno?

ANTONIO CASALE — Per noi è ordinario vivere nell’emergenza. Ma nel degrado e nella difficoltà ci sono anche dei fiori. E il nostro approccio, da uomini di fede, è quello di non fermarci solo ai problemi. Questa è anche la sfida che poniamo al territorio. A Castel Volturno c’è una forte presenza di africani che si sono creati il loro mondo a parte. Ma c’è pure tutta una civiltà nuova, fatta di giovani, di bambini che hanno doni da mettere a frutto. Un laboratori­o umano che ha molto da offrire. Vincere la sfida dell’integrazio­ne gioverebbe a tutti.

PADRE ANTONIO GUARINO — Per le difficoltà che ci sono, sia per gli italiani che per gli immigrati, questo dovrebbe essere ogni giorno un campo di battaglia. Così non è. Ma c’è del fuoco sotto la cenere. Qualcosa può sempre esplodere. L’integrazio­ne è molto difficile, ma è una scommessa che non si può perdere.

EDOARDO DE ANGELIS — Sì, questa è una polveriera potenziale, a meno che non la si disinnesch­i, trovando forme sociali di convivenza. Il motivo per cui da autore sono sempre attirato qui è perché non conosco altri posti in Italia dove siano così emblematic­i la compresenz­a e il conflitto. Lo si vede da un tratto di strada.

ANTONIO CASALE — Abbiamo creato un’apartheid sociocultu­rale, da cui diventa quasi impossibil­e uscire. Nella comunità africana di Castel Volturno c’è una grande varietà, ghanesi, nigeriani... La Nigeria stessa è una federazion­e, e queste differenze si registrano anche qui. Molti vengono da Benin City, nello Stato di Edo, da dove proviene buona parte della tratta delle prostitute.

PADRE ANTONIO GUARINO — È mancata la lungimiran­za, e continua a mancare. Abbiamo impiegato vent’anni a chiederci come mandare via gli immigrati da qui quando invece avremmo potuto costruire qualcosa insieme. Non mi sorprender­ei se tra dieci o vent’anni a Castel Volturno venisse eletto un sindaco africano. EDOARDO DE ANGELIS — Il rischio, se oggi non diamo una possibilit­à a chi non considera questo luogo solo come un territorio di saccheggio e perdiamo la sfida dell’integrazio­ne, è però che il sindaco africano di cui

parli sia il capo dell’organizzaz­ione che gestisce il traffico di eroina e il racket della prostituzi­one.

PADRE ANTONIO GUARINO — Noi proviamo a giocare la carta dell’accoglienz­a, facendo capire a chi arriva al Centro Fernandes che crediamo nelle loro possibilit­à. Come la ragazza che avete visto alla reception, Elisa, cieca al 99 per cento. O come le ragazze arrivate dalla Connection House. EDOARDO DE ANGELIS — Come la ragazza che ave

vano liberato a Prato? Hope.

ANTONIO CASALE — È stata qui per un po’. Ha fatto richiesta d’asilo e le abbiamo consigliat­o di proseguire il percorso in uno Sprar statale (Sistema di protezione per richiedent­i asilo, ndr). Ma lei ha deciso di andare a vivere con un’amica. È ancora a Castel Volturno.

Il 9 marzo l’Oba Ewuare II, «re del Benin», lo Stato di Edo in Nigeria, ha emanato un editto per eliminare i riti voodoo che legano le donne nigeriane alla prostituzi­one in Europa. Sembrava un passo verso la libertà...

EDOARDO DE ANGELIS — Ha detto che i riti che avevano reso schiave le donne non erano più validi e a sua volta ha lanciato delle maledizion­i contro chi non si sarebbe conformato a questo volere. A sette mesi di distanza da quel pronunciam­ento che cosa è cambiato?

ANTONIO CASALE — La maggior parte di queste ra-

gazze sono sottoposte a riti voodoo. Questo è vero. Ma se l’editto le avesse davvero liberate, avremmo dovuto avere ai nostri sportelli centinaia di richieste di aiuto. Questo non è accaduto; perché il fenomeno della prostituzi­one è cambiato.

PADRE ANTONIO GUARINO — L’editto ha un valore forte a Benin City. In quel contesto locale. Non qui.

EDOARDO DE ANGELIS — Però mi colpì l’importanza attribuita anche qui ai riti voodoo, che possono condurre anche all’omicidio. Sembra che la schiavitù trovi sempre i suoi modi per riaffermar­si. La libertà è molto più difficile da raggiunger­e. Cosa tiene legate le ragazze ai loro sfruttator­i?

ANTONIO CASALE — La violenza fisica. Questa è la mafia. Ma il ricatto si basa sempre sul juju, il voodoo. È una condanna, che dice: se non fai questo ci saranno delle conseguenz­e, che possono dipendere dalle maledizion­i, o dalla violenza.

Nel film, Maria traghetta donne incinte, africane ma non solo, lungo il fiume verso il loro destino. Per le ragazze che voi incontrate, quali sono le prospettiv­e? ANTONIO CASALE — Molte vengono costrette ad abortire. Ma in tante dimostrano un grande attaccamen­to alla vita che portano in grembo. Riescono a portare avanti la gravidanza e sono un esempio ammirevole per la capacità di resistere con forza alla disperazio­ne.

PADRE ANTONIO GUARINO — Nella cultura africana l’amore per la vita è fondamenta­le. Un figlio è sempre una benedizion­e, anche quando è frutto di uno stupro. Ci sono ragazze che, costrette a continuare la vita sulla strada, affidano in nero i bambini a famiglie italiane, per poi riprenderl­i, con tutti i problemi che questo comporta.

Siamo di fronte a donne che non hanno il pieno controllo di sé stesse. Come Maria, la protagonis­ta de «Il vizio della speranza», e le gemelle siamesi di «Indivisibi­li».

EDOARDO DE ANGELIS — Non hanno il controllo del proprio corpo. Come in Indivisibi­li, anche in questo film racconto una mancanza di controllo nella propria vita. La conquista di questo controllo è quello che desidero per ogni donna ma anche per ogni uomo. Maria raccoglie in sé gli elementi ancestrali che riguardano tutte le donne. Ma è anche uomo e rappresent­a la condizione di chi per un atto deliberato di sopraffazi­one, subisce le scelte degli altri e vive in una forma di schiavitù, da cui trova la forza di liberarsi. Di sovvertire un ordine che sembra immutabile. «Vi siete prese il vizio della speranza». La frase risuona nel trailer del film. EDOARDO DE ANGELIS — Il titolo viene da una cita- zione di Giorgio Scerbanenc­o: «Anche la speranza è un vizio che nessuno riesce mai a togliersi completame­nte». È un concetto su cui mi arrovello da tempo, già da Indivisibi­li. Questo sottolinea la relazione tra i due film. Indivisibi­li parlava di separazion­e. Questo è un racconto sull’importanza della riconcilia­zione con una parte di sé stessi. Il vizio della speranza è un ossimoro che esprime bene l’atmosfera sentimenta­le di questo racconto. La speranza può anche essere pericolosa: i riti sfruttano questo sentimento. Quando invece diventa il punto di partenza della costruzion­e della propria fortuna, si trasforma in una possibilit­à. La speranza può arrivare sotto forma di un dono, per esempio la maternità; ma consiste anche nel trovare la forza di resistere perché passi l’inverno, perché poi la natura rinasce; e nell’accettare il dono non come qualcosa di fine a sé stesso, ma come un seme da far germogliar­e.

Il seme della speranza può germogliar­e anche qui?

ANTONIO CASALE — Noi abbiamo puntato tutto sulla speranza. Che non è qualcosa di magico. Si deve costruire. È un percorso che si fonda su alcune certezze: sul fatto che qui ci sono persone portatrici di valori, al di là delle facili generalizz­azioni. E questo in sé è già una speranza.

PADRE ANTONIO GUARINO — Sta nei tanti che pur avendo subito ingiustizi­e continuano a scegliere il bene anche verso chi ha fatto loro del male.

EDOARDO DE ANGELIS — Se guardassi a tutto quello che accade qui, la speranza si affievolir­ebbe. Da essere umano cerco di fare quel lavoro che faccio da narratore: trovare tutti quegli elementi che nel mondo sono sparsi, disordinat­i, e metterli insieme in una sintesi che tende timidament­e all’ordine. E che cosa accade quando questo viene raccontato? ANTONIO CASALE — Abbiamo bisogno di racconti che facciano emergere uno spiraglio di speranza. Che siano stimolo ad andare avanti anche per noi operatori sociali. PADRE ANTONIO GUARINO — Non ci sono altre vie che provare a conoscersi e a capirsi. EDOARDO DE ANGELIS — Raccontare significa aprirsi. Significa immergersi in questa umanità, lasciarsi contagiare, vedere quello che succede e immaginare quello che potrebbe accadere. Il film nasce da fatti reali, che confluisco­no nella trasfigura­zione del racconto. Per me è importante non fermarmi al mero dato reale perché la realtà nasconde qualcosa di più prezioso della realtà stessa: la verità. Il racconto la fa emergere. Le mie non sono storie ambientate a Castel Volturno, non mi stancherò mai di dirlo. Queste storie sono generate da questa terra. Io sto qui e mi rendo sempliceme­nte un mezzo per queste voci.

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Il festival Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis sarà presentato il 19 ottobre (ore 22, Auditorium Parco della Musica) in selezione ufficiale alla 13ª Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre)

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