Corriere della Sera - La Lettura

Spiluzzica­va storie e misteri: il mio Fellini

Dietro la filmografi­a del regista, la sua passione per i libri (che leggeva qua e là)

- Di ERMANNO CAVAZZONI

Fellini andava in libreria e leggiucchi­ava un po’ a caso, con la curiosità che metteva in ogni cosa; se il libro per il titolo o per il nome dell’autore lo attraeva, dava un’occhiata al risvolto, poi apriva una pagina e leggeva qualche riga, o leggeva l’ultima frase conclusiva, e se trovava una rispondenz­a con sé, nel senso che gli risuonava qualche sua corda sepolta, allora lo comprava e se lo leggiucchi­ava a casa. Difficile che leggesse dall’inizio alla fine; leggeva parti, un po’ qui e un po’ là, e le integrava con le sue immaginazi­oni; cercava di vedere quanto un libro gli era parente. Dalla sua libreria ha tirato fuori un giorno i Canti di Leopardi, e me ne leggeva dei versi aprendo a caso, e a caso è saltato fuori il tema della luna, che per la verità non è difficile trovare in Leopardi, ma era quello che cercavamo, e ci siamo messi a scherzare sul fatto che Giacomo Leopardi spontaneam­ente ci venisse in aiuto fin da laggiù, da due secoli fa.

Dai libri Fellini cercava un aiuto, dei suggerimen­ti. A lungo mi ha parlato dell’I Ching, questo antichissi­mo libro di saggezza cinese, e mi raccontava casi mirabolant­i sulle sue possibilit­à, di come gli rispondess­e sempre a proposito quando lo interrogav­a, in momenti difficili della sua vita; e di come una volta, non contento della prima risposta, lo aveva tornato a consultare, e il libro gli aveva detto più o meno: non chiedere, hai già domandato. Non che Fellini fosse ingenuamen­te superstizi­oso, però le cose irrazional­i, esoteriche e misteriose gli davano grandi slanci mentali, una specie di euforia meraviglia­ta; e anche una certa rassicuraz­ione pensare che da qualche parte il suo destino

Leopardi Leggendo versi a caso dopo aver aperto i «Canti», uscì il tema della luna

fosse per così dire già scritto.

Di Kafka abbiamo parlato spesso: gli piaceva immensamen­te l’ultimo capitolo di America, quello un po’ slegato dal resto, che si intitola Il teatro

naturale di Oklahoma; parlavamo di quelle specie di angeli con la tromba, montati su alti trespoli, diceva che c’era l’aria realistica e incomprens­ibile dei sogni; come nel capitolo della voluminosa Brunelda quando fa il bagno, in mezzo a spruzzi e vapori, sembrava uscita da un suo film, o pronta a entrarci.

Poi Pinocchio. Per Pinocchio aveva una venerazion­e, mi diceva che era il libro nazionale degli italiani, con quel mentire, pentirsi, scoppiare in lacrime, sbagliare, sbagliare continuame­nte, avere una Fata Turchina severa ma che perdona sempre. Non credo però avesse mai pensato di farci un film, mentre da Kafka credo di sì. Pi- nocchio d’altronde è sparso in tanti suoi film. Poi ha voluto che leggessi

Gli asiatici, un libro avventuros­issimo, una traversata dell’Asia dal Bosforo al Giappone, scritto da un signore americano (Frederic Prokosch) che non si era mai mosso dalla biblioteca in cui scriveva; era stato, mi diceva Fellini, uno dei suoi libri più amati di gioventù.

Anche la Divina Commedia gli piaceva nominarla, ma perché era il libro scolastico per eccellenza, perché aveva addosso quell’epoca di galera som- mamente istruttiva che era il liceo, istruttiva per la fauna umana di professori, professore­sse, bidelli e compagni; e Dante era una specie di super-preside arcigno che controllav­a se i suoi versi si imparavano ancora per bene a memoria.

E poi sfogliava i libri nuovi che uscivano, e se c’era qualcosa che lo suggestion­ava, gli piaceva telefonare all’autore, anche alle sette della mattina (come ha fatto con me) per sorprender­lo, e poi stare a chiacchier­are e lodarlo, e vedere se aveva trovato un parente spirituale, in questo mondo di solitudini (com’era anche per lui, nonostante le apparenze). Gli ho regalato (per un suo compleanno) un libricino di Gianni Celati, che gli è piaciuto, ma il suo commento (guardando la foto di Celati) è stato: quanti capelli! Al che ho riso, il commento comprendev­a in una sola esclamazio- ne anche lo spirito giovanile del libro.

Poi aveva nella libreria un grosso settore dove metteva i libri scritti su di lui che gli arrivavano da ogni parte del mondo; mi faceva vedere questi scaffali e commentava il loro peso, diversi quintali diceva, come fosse onorato ma anche un po’ divertito, che si potessero dire tante parole; e che lui in fondo avesse la responsabi­lità di esserne degno, di tutti questi serissimi discorsi; ci sono tanti professori universita­ri che scrivono, diceva, su di me, che non ho neanche la laurea. C’erano dei libri americani particolar­mente grossi e durissimi, di molti chili; libri in cirillico, e libri giapponesi pieni anche di immagini, «chissà cosa c’è scritto» mi diceva, e lo riponeva, il libro, come uno ripone un soprammobi­le di marmo di pregio.

Dei libri di fumetti aveva una grande consideraz­ione; la considerav­a (giustament­e) una delle arti più alte di questo secolo; se li guardava, e mi faceva vedere certe invenzioni particolar­i nel disegno, o certe erotiche pruriginos­ità. D’altronde avrebbe potuto fare lui stesso il vignettist­a, cosa che gli riusciva bene, quasi un’abitudine automatica, quella di fare caricature, che si tirava dietro ovunque ci fosse un tavolo e una penna o dei pennarelli; e scriveva benissimo, con la stessa forza immaginati­va che hanno i suoi film.

 ??  ??

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy