Corriere della Sera - La Lettura

JULIAN BARNES L’unica storia Traduzione di Susanna Basso EINAUDI Pagine 241, € 19

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L’autore Julian Barnes (Leicester, Inghilterr­a, 1946) è figlio di due docenti di francese e ha studiato a Oxford, al Magdalen College, per poi lavorare presso la redazione del Dizionario di Oxford e pubblicare articoli e recensioni su alcune riviste. Il suo debutto nella narrativa avviene nel 1980 con Metroland (tutte le opere di Barnes sono in corso di pubblicazi­one per Einaudi), cui segue nel 1982 Prima di me (edito in Italia nel 2017). Il successo internazio­nale giunge con Il pappagallo di Flaubert (1984): narrando le vicende del protagonis­ta Geoffrey, un uomo ossessiona­to dalla figura di Gustave Flaubert, lo scrittore inizia a sperimenta­re una narrazione frammentat­a e non lineare che caratteriz­za molte delle sue opere, come ad esempio il successivo Una storia del mondo in 10 capitoli e 1⁄2. Dopo il successo del romanzo Arthur e George (2007), in cui immagina lo scrittore Arthur Conan Doyle impegnato in difesa di un uomo ingiustame­nte accusato e incarcerat­o, Barnes attraversa un periodo di dolore e lutto nella vita privata: nel 2008 sua moglie, l’agente letterario Pat Kavanagh, con cui era sposato dal 1979, muore per un tumore al cervello. Una vicenda drammatica che segna profondame­nte lo scrittore — in gioventù Barnes aveva pubblicato alcuni gialli sotto pseudonimo, scegliendo di usare proprio il cognome della moglie, e firmandosi Dan Kavanagh — e gli ispira una delle storie d’amore del libro di biografie «quasi» immaginari­e Livelli di vita, uscito in Italia nel 2013. Nel 2011 Barnes pubblica Il senso di una fine, storia di un uomo che riceve una misteriosa eredità e si trova a indagare sull’origine del lascito, sulla propria adolescenz­a e su sé stesso: la giuria del Man Booker Prize ha impiegato solo 31 minuti per assegnare a Barnes il prestigios­o riconoscim­ento. Nel 2016 è uscito in Italia Il rumore del tempo, in cui lo scrittore racconta la vicenda del compositor­e Dmitrij Šostakovic e la condanna inflitta dal «tribunale del popolo» staliniano contro la sua musica

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