TRASCRIVERE FA BE­NE AI SUO­NI E AGLI AU­TO­RI

Corriere della Sera - La Lettura - - Maschere Musica - Di NI­CO­LA CAM­PO­GRAN­DE

Ibra­ni più bel­li na­sco­no sem­pre quan­do si sa per chi si com­po­ne. Co­no­sce­re il tim­bro di un can­tan­te o quel­lo di un vio­li­ni­sta, sa­pe­re che un cer­to pia­ni­sta ama le acro­ba­zie e un al­tro è in­ve­ce in­ti­mi­sta, la­vo­ra­re im­ma­gi­nan­do la fra­se che si sta scri­ven­do ese­gui­ta da quel cer­to cla­ri­net­ti­sta, da quel­la spe­ci­fi­ca chi­tar­ri­sta, è dav­ve­ro im­por­tan­te. Per­ché il me­stie­re del com­po­si­to­re è pa­ra­dos­sal­men­te si­len­zio­so. E mol­to so­li­ta­rio. È fat­to di pas­sio­ne, cer­to. Ma an­che di sim­me­trie, equi­li­bri, cal­co­li, lun­ghis­si­mi la­vo­ri di ce­sel­lo. Du­ran­te le set­ti­ma­ne, i me­si, in qual­che ca­so gli an­ni che si tra­scor­ro­no fa­cen­do na­sce­re una par­ti­tu­ra è dun­que fon­da­men­ta­le ali­men­tar­si con il so­gno del­le fu­tu­re ese­cu­zio­ni, pre­gu­stan­do il mo­men­to nel qua­le ci si sie­de­rà in sa­la da con­cer­to, in­sie­me al pub­bli­co, ad ascol­ta­re i mu­si­ci­sti per i qua­li si è com­po­sto.

Do­po il bat­te­si­mo del­la pri­ma ese­cu­zio­ne, un pez­zo esi­ste, ed è cu­rio­sa­men­te su­bi­to adul­to. Nel sen­so che, se fun­zio­na, pia­ce, al­tri in­ter­pre­ti se ne im­pa­dro­ni­sco­no, vo­glio­no suo­nar­lo. E co­sì le ese­cu­zio­ni si mol­ti­pli­ca­no: ma­ga­ri cam­bia­no un po’ il tim­bro, l’at­ti­tu­di­ne, il pa­thos con il qua­le un bra­no vie­ne ogni vol­ta suo­na­to. Ma tut­to que­sto, per un com­po­si­to­re, è una ric­chez­za, del­la qua­le va fie­ro. Poi, e non di ra­do, un pez­zo può at­ti­ra­re mu­si­ci­sti che suo­na­no stru­men­ti di­ver­si da quel­li per il qua­le la par­ti­tu­ra era sta­ta com­po­sta — il vio­li­ni­sta Da­vid Oi­stra­ch, per di­re, do­po es­ser­ne sta­to fol­go­ra­to all’ascol­to, chie­se a Pro­kof’ev di fa­re una ver­sio­ne per lui del­la So­na­ta per flau­to e pia­no­for­te, fa­cen­do co­sì na­sce­re la So­na­ta per violino e pia­no­for­te n. 2, bra­no or­mai im­pre­scin­di­bi­le. I com­po­si­to­ri, di so­li­to, ne so­no lu­sin­ga­ti. E, me­dia­men­te, ac­cet­ta­no di rea­liz­za­re lo­ro stes­si le tra­scri­zio­ni. Ma an­che gli in­ter­pre­ti più crea­ti­vi, o ma­ga­ri quel­li che suo­na­no stru­men­ti con po­co re­per­to­rio sto­ri­ciz­za­to (la fi­sar­mo­ni­ca, il sa­xo­fo­no…), so­no abi­tua­ti a tra­scri­ver­si ogni sor­ta di bra­no, per ave­re ac­ces­so a nuo­va mu­si­ca. Fan­no be­nis­si­mo. E ten­go­no viva una pra­ti­ca — quel­la del­la tra­scri­zio­ne — che da tem­po è par­te in­te­gran­te del­la sto­ria.

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