C’è una ca­pan­na iso­la­ta las­sù nel­la tun­dra

Con­trol­li se la si­cu­ra dell’ar­ma sia di­sin­se­ri­ta, aspet­ti che ar­ri­vi­no, che «lo­ro» ar­ri­vi­no... Poi ca­pi­ta che ti in­vi­ti­no a un ma­tri­mo­nio, e che tu ma­ga­ri de­ci­da di an­dar­ci, met­ten­do in con­to di cam­mi­na­re ver­so le po­che ca­se di K. E al­lo­ra ti tor­na in men

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di JO NESBØ

Il mi­ni­mo che pos­sa ac­ca­de­re se sei as­ser­ra­glia­to in una ca­pan­na ol­tre il Cir­co­lo po­la­re ar­ti­co, con un fu­ci­le e un oriz­zon­te piat­to che ti as­se­dia, è pen­sa­re. Pen­sa­re più for­te del si­len­zio, del ron­zio del­le zan­za­re che dan­za­no. Pen­sa­re al­la gra­vi­ta­zio­ne...

Non san­no che co­sa sia la gra­vi­ta­zio­ne. O, per es­se­re più pre­ci­si, non san­no per­ché ci sia, per­ché la mas­sa di que­sto pia­ne­ta fac­cia ca­de­re a ter­ra i pas­se­ri mor­ti. O fac­cia muo­ve­re il so­le lun­go la sua or­bi­ta per­fet­ta­men­te pre­ve­di­bi­le in­tor­no al­la Ter­ra. O è il con­tra­rio? Chis­sà. Tut­to quel che san­no è che la gra­vi­tà c’è. Una leg­ge im­pie­to­sa che sem­pli­ce­men­te c’è, co­me un dit­ta­to­re cie­co che ha di­men­ti­ca­to quel che vo­le­va, che de­ter­mi­na la no­stra vi­ta sen­za un pro­gram­ma, mo­ra­li­tà o sco­po di­scer­ni­bi­le. E noi sia­mo pic­co­li pia­ne­ti e lu­ne che gi­ra­no e gi­ra­no in or­bi­te per­fet­ta­men­te pre­ve­di­bi­li, te­nu­te sot­to con­trol­lo dal­la mas­sa del so­le e dal­la gra­vi­tà. O è il con­tra­rio?

Mer­da! Ab­bas­so gli oc­chi a guar­da­re il fu­ci­le che è sci­vo­la­to giù dal ta­vo­lo: ha col­pi­to il pa­vi­men­to e mi ha sve­glia­to. Ero sul pun­to di ad­dor­men­tar­mi di nuo­vo. In­spi- ro ed espi­ro ve­lo­ce­men­te, man­do giù l’aria nei pol­mo­ni per far ar­ri­va­re più os­si­ge­no al cer­vel­lo men­tre con oc­chi do­lo­ran­ti scru­to l’oriz­zon­te, la li­nea inin­ter­rot­ta del­la di­ste­sa che mi cir­con­da da ogni la­to. Nes­su­no. Nien­te. Il vuo­to. So­lo bru­ghie­ra, roc­cia, mu­schio e un cie­lo ni­ti­do con un so­le in len­to mo­vi­men­to. Mi chi­no, rac­col­go il fu­ci­le, lo met­to sul ta­vo­lo. C’è vo­lu­to so­lo un pa­io di se­con­di ma il mio sguar­do scru­ta di nuo­vo la cam­pa­gna in cer­ca di un mo­vi­men­to, un cam­bia­men­to, un av­ver­ti­men­to di quel che ver­rà. Per­ché ver­rà. Ar­ri­ve­ran­no. Gli oc­chi mi dol­go­no a for­za di fis­sa­re que­sta lan­da di­ste­sa sot­to un so­le che non tra­mon­ta, la pel­le è in­tor­pi­di­ta, ane­ste­tiz­za­ta dai mor­si di zan­za­re as­se­ta­te di san­gue, e il cor­po re­cla­ma il son­no do­po in­fi­ni­ti trat­ti di tem­po in at­te­sa, all’er­ta, be­ven­do caf­fè, fu­man­do e pen­san­do. Ma do­po un po’ il cer­vel­lo smet­te di ob­be­di­re, la men­te va­ga, ini­zi a pen­sa­re a quel­lo che è suc­ces­so. Per­ché sei qui: in una ba­rac­ca sot­to il so­le di mez­za­not­te nel mez­zo dell’al­to­pia­no del Finn­mark. Un so­le in­de­bo­li­to, vi­ci­no al Po­lo Nord, ma che rie­sce an­co­ra a far pul­sa­re il ca­lo­re all’in­ter­no, a far puz­za­re le ta­vo­le e il ca­tra­me e a far­ti co­la­re il su­do­re ne­gli oc­chi. E pen­si al­la gra­vi­ta­zio­ne.

Fuo­ri scia­mi di zan­za­re dan­za­no nel­la lu­ce dia­go­na­le. Con­trol­lo di nuo­vo che la si­cu­ra del fu­ci­le sia di­sin­se­ri­ta. Co­me se po­tes­si es­se­re col­to di sor­pre­sa. Ma nel gi­ro di quat­tro chi­lo­me­tri non c’è né un al­be­ro né un ri­lie­vo o una roc­cia die­tro cui na­scon­der­si. E la mia ter­ra di nes­su­no è il­lu­mi­na­ta gior­no e not­te. Li ve­drò mol­to pri­ma che ar­ri­vi­no. Sa­rò in gra­do di far­li fuo­ri uno per uno. Ho ar­ma­di e scaf­fa­li pie­ni di mu­ni­zio­ni. Ma ar­ri­ve­ran­no co­mun­que. Per­ché? È la gra­vi­ta­zio­ne. So­lo que­sto.

Il so­le bril­la­va sul­la pa­re­te nord del­la ba­rac­ca, quan­do

ho udi­to di col­po il cam­pa­nac­cio e ho vi­sto la ren­na sol­le­va­re la te­sta. Le cor­na era­no im­mo­bi­li, co­me una sta­tua che si sta­glia con­tro il cie­lo. Ho pun­ta­to il fu­ci­le con­tro l’ani­ma­le. Ho mi­ra­to al to­ra­ce, so­pra le zam­pe an­te­rio­ri, do­ve im­ma­gi­no sia il cuo­re. Ave­vo vi­sto per la pri­ma vol­ta la ren­na la set­ti­ma­na pri­ma. L’ave­vo vi­sta, non sen­ti­ta. È stra­no, si pen­sa che il suo­no deb­ba spin­ger­si lon­ta­no in que­sta di­ste­sa aper­ta ma non è co­sì. For­se a cau­sa di tut­te le zan­za­re; so­no co­me una co­per­ta di piu­me. A ogni mo­do, non ho udi­to il cam­pa­nac­cio che por­ta­va al col­lo fin­ché non è ar­ri­va­ta a un pa­io di cen­ti­na­ia di me­tri dal­la ca­pan­na. Da al­lo­ra è ri­ma­sta qui a pa­sco­la­re. A man­gia­re er­ba. Si di­ce pa­sco­la­re quan­do gli ani­ma­li man­gia­no li­che­ni? Li­che­ni? O chis­sà co­sa.

De­ve es­se­re sta­ta espul­sa da una man­dria. For­se ha fat­to qual­co­sa d’im­per­do­na­bi­le, ce­du­to a qual­che ten­ta­zio­ne o al­tro. For­se si è ac­cop­pia­ta a una ren­na ma­schio al­fa. Era im­pro­ba­bi­le che so­prav­vi­ves­se a lun­go da so­la. Ci so­no lu­pi quas­sù, ulu­la­no al­la lu­na, pro­prio co­me i lu­pi del Pia­ne­ta de­gli ani­ma­li. In esta­te, co­me è ora, le ren­ne so­no più ve­lo­ci, ma quan­do ver­rà la ne­ve le lo­ro gam­bet­te sot­ti­li af­fon­de­ran­no, men­tre i lu­pi sa­ran­no so­ste­nu­ti da lar­ghe zam­pe che da­ran­no lo spun­to ne­ces­sa­rio. Il Pia­ne­ta ani­ma­le. Era ine­vi­ta­bi­le. Era la gra­vi­tà.

Ho ab­bas­sa­to il fu­ci­le. Non ave­vo in­ten­zio­ne di spa­rar­le. Ero ten­ta­to, cer­to. So­lo per spa­ra­re, uc­ci­de­re, ab­bat­te­re la pre­da. È na­tu­ra­le. È istin­ti­vo. Ma era uti­le ave­re un ani­ma­le all’er­ta con un cam­pa­nac­cio, po­te­va fun­ge­re da ca­ne da guar­dia. E poi fa­ce­va com­pa­gnia. L’ani­ma­le, mu­to, è spa­ri­to non ap­pe­na ho aper­to la por­ta, ma sia pu­re. Era qual­cu­no. Per­ché ero co­sì dan­na­ta­men­te so­lo. Era l’aspet­to peg­gio­re. Le zan­za­re, il so­le, la man­can­za di son­no; riu­sci­vo a sop­por­tar­li. Ma la so­li­tu­di­ne... E il ru­mo­re de­gli spa­si­mi mor­ta­li di Ame­lie che mi sve­glia­va- no ogni vol­ta che chiu­de­vo gli oc­chi trop­po a lun­go ed ero sul pun­to di pre­ci­pi­ta­re in un son­no pro­fon­do. Le ur­la che a un cer­to pun­to mi han­no spin­to a por­tar­mi il fu­ci­le al­la boc­ca. A sen­ti­re il gu­sto sa­la­to dell’olio del fu­ci­le. Per bat­ter­li sul tem­po. Ma la can­na era lun­ga e il di­to non riu­sci­va a rag­giun­ge­re il gril­let­to. Ho pian­to per ore, do­po. Non ero abi­tua­to al­la so­li­tu­di­ne. E ve­den­do la ren­na fuo­ri di ca­sa, ho ca­pi­to per­ché ave­va scel­to que­sto po­sto per pa­sco­la­re. Era­va­mo un greg­ge. Un greg­ge com­po­sto da due ca­pi.

È ar­ri­va­to Mik­kel. Lo si ri­co­no­sce­va fa­cil­men­te dall’an­da­tu­ra bal­lon­zo­lan­te sul­le gam­be ar­cua­te. E per il re­sto era co­me tut­ti gli al­tri lap­po­ni che ave­vo vi­sto: pic­co­lo, tar­chia­to, i ca­pel­li ne­ri e gli oc­chi stret­ti in una fac­cia am­pia che ave­va due espres­sio­ni. Una du­ra co­me la pie­tra. L’al­tra du­ra con un ghi­gno. Lo pa­ga­vo per­ché mi com­pras­se al vil­lag­gio ci­bo, ta­bac­co e al­co­li­ci, e me li por­tas­se una vol­ta al­la set­ti­ma­na. Non ave­vo al­cun dub­bio che mi fre­gas­se, la ri­ce­vu­ta era sem­pre «spa­ri­ta» o «di­men­ti­ca­ta». So­ste­ne­va che il li­quo­re che por­ta­va co­sta­va 400 co­ro­ne a bot­ti­glia, ma sa­pe­vo da do­ve ve­ni­va, ri­co­no­sce­vo il si­gil­lo. Era un uo­mo di po­che pa­ro­le, ma dif­fi­cil­men­te avreb­be te­nu­to la boc­ca chiu­sa se qual­cu­no aves­se get­ta­to una mo­ne­ta d’ar­gen­to sul ta­vo­lo e gli aves­se chie­sto se sa­pe­va do­ve mi na­scon­de­vo. Ma co­sa po­te­vo fa­re? Non ave­vo mol­te per­so­ne tra cui sce­glie­re. La mia spe­ran­za era che ci sa­reb­be vo­lu­to tem­po per tro­va­re trac­cia dei miei mo­vi­men­ti in quel bu­co di vil­lag­gio, per­ché era dif­fi­ci­le tro­va­re un po­sto più lon­ta­no di que­sto dai sen­tie­ri bat­tu­ti. Ho aper­to la fi­ne­stra. «Fa cal­do», ha det­to Mik­kel, asciu­gan­do­si il su­do­re dal­la fron­te e ap­pog­gian­do lo zai­no sul­la bru­ghie­ra. «C’è un ma­tri­mo­nio sa­ba­to. Vie­ni?». Par­la­va nor­ve­ge­se con l’ac­cen­to lap­po­ne. Sot­to­li­nean­do cioè con vo­ce acu­ta la pri­ma o la se­con­da pa­ro­la e bo­fon­chian­do il re­sto del­la fra­se, qua­lun­que fos­se il con­te­nu­to. Sem­bra­va sem­pre tut­to un la­men­to.

«Non so­no sta­to in­vi­ta­to, ami­co», ho ri­spo­sto, to­glien­do­mi un fi­lo di ta­bac­co dal­la lin­gua e guar­dan­do­lo men­tre ti­ra­va fuo­ri i sac­chet­ti di pla­sti­ca dal­lo zai­no e li met­te­va vi­ci­no al­la por­ta chiu­sa.

«Stron­za­te», ha det­to Mik­kel. «Nes­su­no ha bi­so­gno di un in­vi­to a K. Ven­go­no tut­ti. Bel­le don­ne».

«Mmm». Ho guar­da­to l’oriz­zon­te. La ba­rac­ca ave­va una stan­za so­la, un qua­dra­to di 3 me­tri di la­to con fi­ne­stre su tut­te le pa­re­ti. Pen­sa­vo che fos­se sta­ta co­strui­ta per i man­dria­ni, per­ché po­tes­se­ro te­ne­re d’oc­chio gli ani­ma­li. O i cac­cia­to­ri. Se c’era qual­cu­no che po­te­va por­tar­li qui, era Mik­kel. Ma non sen­za es­se­re vi­sto. Avreb­be­ro avu­to del­le vit­ti­me.

«Don­ne se­xy», ha con­ti­nua­to Mik­kel. «Al­col». Don­do­lan­do con lo zai­no vuo­to, ha soc­chiu­so gli oc­chi con­tro l’eter­no so­le e ha as­sun­to la se­con­da espres­sio­ne. Quel­la con il ghi­gno. «Ti ser­ve una sco­pa­ta, Odd».

Ho sor­ri­so. Non per il ri­fe­ri­men­to al­la sco­pa­ta, che mi ser­vis­se era ve­ro, ma per­ché usa­va il no­me che en­tram­bi sa­pe­va­mo es­se­re fal­so.

Mi ha vol­ta­to le spal­le e ha co­min­cia­to a cam­mi­na­re at­tra­ver­so la bru­ghie­ra.

«Al­le do­di­ci in pun­to in chie­sa!», ha ur­la­to.

La chie­sa era pic­co­la e si tro­va­va al cen­tro del grup­po di ca­se che for­ma­va­no K.

Da do­ve mi tro­va­vo, a una cer­ta di­stan­za, sem­bra­va che le ca­se si ag­grap­pas­se­ro al­la chie­sa, co­me gli ani­ma­li che gra­vi­ta­no al cen­tro del­la man­dria, do­ve si sen­to­no più si­cu­ri. Dall’in­ter­no del­la chie­sa pro­ve­ni­va mu­si­ca d’or­ga­no. Ave­vo ti­ra­to fuo­ri la giac­ca e la ca­mi­cia che in­dos­sa­vo quan­do ero ar­ri­va­to qui a giu­gno. E mi ero

sciac­qua­to i ca­pel­li in un ru­scel­lo scen­den­do dall’al­ti­pia­no. Era sta­ta una per­di­ta di tem­po, per­ché su­bi­to do­po ave­va ini­zia­to a pio­ve­re, la pri­ma vol­ta in quat­tro set­ti­ma­ne. Ero ba­gna­to fra­di­cio e mi ero pen­ti­to di es­ser­mi mes­so in cam­mi­no. Mi ero con­vin­to di­cen­do­mi che sta­vo so­lo an­dan­do a da­re un’oc­chia­ta. Per fa­re una ri­co­gni­zio­ne. Muo­ve­re le gam­be. Con­trol­la­re che tut­to fos­se co­me do­ve­va es­se­re. E — se tut­to sem­bra­va tran­quil­lo — ma­ga­ri spin­ge­re la te­sta ol­tre la por­ta del­la chie­sa e ve­de­re se quel­lo che ave­va det­to Mik­kel era ve­ro: che c’era­no don­ne ca­ri­ne. Ave­vo cam­mi­na­to quat­tro ore. E sta­vo con­ge­lan­do. Poi so­no en­tra­to in chie­sa. So­no en­tra­to co­mun­que. La chie­sa era mez­za pie­na. Evi­den­te­men­te la mag­gior par­te de­gli abi­tan­ti di K era ve­nu­ta. Non ave­vo vi­sto nes­su­na don­na ca­ri­na nel­le po­che ore che ave­vo tra­scor­so al vil­lag­gio quan­do ero ar­ri­va­to, e non ne ve­de­vo ora. Ad ogni mo­do ero se­du­to in fon­do e nes­su­no si era vol­ta­to quan­do ero en­tra­to. Ma di schie­na nes­su­no ave­va un gran bell’aspet­to. Nean­che co­sì.

«L’uo­mo che stia­mo sep­pel­len­do og­gi...», ha pre­so a di­re il pre­te. Sep­pel­li­re? Non do­ve­va es­se­re un ma­tri­mo­nio? «...non era sen­za di­fet­ti», ha det­to il pa­sto­re ap­pog­gian­do la ma­no sul­la ba­ra bian­ca.

Sì, beh, que­sta gen­te be­ve­va e fa­ce­va bal­do­ria al­la gran­de. E nel­la mia espe­rien­za la mor­te non ave­va mai fer­ma­to la pro­pen­sio­ne per il ses­so. Sem­mai il con­tra­rio.

«Ha ru­ba­to e de­si­de­ra­to la mo­glie del vi­ci­no», ha con­ti­nua­to il pre­te. «E se Dio per­do­na i no­stri pec­ca­ti, non sem­pre l’uo­mo è co­sì cle­men­te. Que­sto è il mo­ti­vo per cui ha con­clu­so la sua vi­ta in que­sta ma­nie­ra or­ri­bi­le e bru­ta­le».

Mi so­no rad­driz­za­to. Ave­vo cam­mi­na­to per quat­tro ore, quin­di se il pre­te ave­va una bel­la sto­ria con qual­co­sa di «or­ri­bi­le» e «bru­ta­le» da rac­con­ta­re, l’avrei ascol­ta­ta vo­len­tie­ri.

«Il de­fun­to fa­ce­va il ca­mio­ni­sta per un boss che ave­va un’at­ti­vi­tà red­di­ti­zia. La dit­ta im­por­ta­va mer­ci fuo­ri dai so­li­ti ca­na­li, in mo­do da ven­der­la al­la gen­te co­mu­ne a buon mer­ca­to, in­ve­ce che ai prez­zi esor­bi­tan­ti im­po­sti dal­le fol­li tas­se dei po­li­ti­ci».

«Mi fa­rò una be­vu­ta su que­sto!», ha gri­da­to un’ani­ma can­di­da del­la con­gre­ga­zio­ne.

Il pa­sto­re ha sor­ri­so con in­dul­gen­za. «Il de­fun­to ave­va get­ta­to gli oc­chi sul­la gio­va­ne mo­glie del boss. E lei — nel­la sua gio­va­ni­le in­no­cen­za — si è la­scia­ta se­dur­re. In se­gui­to l’ha con­vin­ta che era­no fat­ti l’uno per l’al­tra e le ha pro­po­sto, te­men­do rap­pre­sa­glie, di fug­gi­re in­sie­me e an­da­re a vi­ve­re in un al­tro pae­se. Ma per ra­ci­mo­la­re i sol­di ha ru­ba­to un ca­mion di mer­ci im­por­ta­te, le ha ven­du­te e ha in­ta­sca­to i sol­di. Poi è an­da­to a Oslo con il ca­mion vuo­to a pren­de­re la gio­va­ne mo­glie in un luo­go con­ve­nu­to». Sta­vo so­gnan­do. Do­ve­va es­se­re la man­can­za di son­no. «Ma qual­co­sa è an­da­to stor­to», ha con­ti­nua­to il pa­sto­re. «La don­na non è sta­ta ab­ba­stan­za bra­va a fin­ge­re. Il boss ha co­min­cia­to a so­spet­ta­re. E quan­do le ha tro­va­to nel­la bor­sa un passaporto ap­pe­na ri­la­scia­to, ha fat­to due più due...».

Ho ser­ra­to gli oc­chi e poi li ho ria­per­ti. Era tem­po che mi sve­glias­si.

«Quan­do il de­fun­to non l’ha tro­va­ta nel po­sto do­ve do­ve­va­no in­con­trar­si, l’ha chia­ma­ta. Ha ri­spo­sto il boss. E gli ha fat­to sen­ti­re men­tre la uc­ci­de­va­no».

Ho udi­to un sin­ghioz­zo. Il mio. Qual­cu­no si è vol­ta­to.

Ho ab­bas­sa­to lo sguar­do, cer­can­do di­spe­ra­ta­men­te di pren­de­re aria.

«Il ca­po ha giu­ra­to che il suo di­pen­den­te in­fe­de­le avreb­be su­bi­to lo stes­so de­sti­no di sua mo­glie. Il de­fun­to ha get­ta­to via il te­le­fo­no dal fi­ne­stri­no, ha av­via­to il ca­mion ed è fug­gi­to ver­so nord. Ha gui­da­to gior­no e not­te, sen­za nem­me­no fer­mar­si a man­gia­re o a dor­mi­re. Al­la fi­ne ha tro­va­to un fior­do ab­ba­stan­za pro­fon­do da in­ghiot­ti­re il ca­mion sen­za la­scia­re trac­cia. Ha con­ti­nua­to a scap­pa­re in au­to­bus e a pie­di. E al­la fi­ne ha sco­per­to un po­sto do­ve pen­sa­va di po­ter­si na­scon­de­re».

Do­ve­vo usci­re. Mi ero ap­pe­na al­za­to, quan­do so­no tor­na­to a se­der­mi. Per­ché due uo­mi­ni ave­va­no pre­so po­si­zio­ne da­van­ti al­la por­ta del­la chie­sa. Abi­to scu­ro, brac­cia tran­quil­la­men­te in­cro­cia­te. Bion­di e alti il dop­pio dei lap­po­ni che riem­pi­va­no i ban­chi.

Il pa­sto­re ha ab­bas­sa­to la vo­ce, «Ma so­no ca­la­te le te­ne­bre. E il de­sti­no lo ha rag­giun­to». Ha pie­ga­to la te­sta, pro­nun­cian­do le ul­ti­me pa­ro­le: «Che la pa­ce ac­com­pa­gni il suo ri­cor­do».

L’or­ga­no si è ri­sve­glia­to, un’im­po­nen­te on­da­ta di no­te ha inon­da­to la chie­sa an­gu­sta, il pre­te ha fat­to un cen­no con il ca­po e cin­que uo­mi­ni nel pri­mo ban­co so­no bal­za­ti in pie­di e si so­no di­spo­sti ai la­ti del­la ba­ra bian­ca. Mi so­no chi­na­to ver­so il mio vi­ci­no e gli ho sus­sur­ra­to: «Co­me si chia­ma­va il mor­to?».

«Non so», ha ri­spo­sto con vo­ce la­men­to­sa. «Ma mi pa­re che il pre­te ab­bia det­to Da­niel».

Da­niel. Ho de­glu­ti­to. Ho chiu­so gli oc­chi. Non era ve­ro. Non po­te­va es­se­re ve­ro. «Odd!». Ho sen­ti­to chia­mar­mi da mol­to, mol­to lon­ta­no. «Odd!». Era la vo­ce di Mik­kel. Era qui. Era fuo­ri, e da una fi­ne­stra del­la ba­rac­ca sta­va cer­can­do di sve­gliar­mi. Sol­le­va­to di po­ter ab­ban­do­na­re il re­sto del so­gno, ho aper­to gli oc­chi. Ero an­co­ra nel­la chie­sa an­gu­sta che puz­za­va di le­gno e odo­ri cor­po­rei. Mik­kel era uno dei por­ta­to­ri del­la ba­ra e dall’al­ta­re mi sta­va fa­cen­do se­gno con la ma­no. «Ab­bia­mo bi­so­gno di un al­tro uo­mo ro­bu­sto, Odd!». Mi so­no al­za­to, e bar­col­lan­do lun­go il per­cor­so ho pre­so il se­sto e ul­ti­mo po­sto ac­can­to al­la ba­ra. «Sol­le­va­te­la», ha mor­mo­ra­to il pa­sto­re. Ho af­fer­ra­to la ma­ni­glia sul la­to e l’ho sol­le­va­ta. So­no al­to qua­si un me­tro e no­van­ta, quin­di sa­pe­vo che avrei por­ta­to il gros­so del pe­so. Ma la ba­ra era leg­ge­ra. Trop­po leg­ge­ra. Leg­ge­ra co­me una ba­ra sen­za cor­po.

L’ab­bia­mo por­ta­ta fi­no al­la por­ta del­la chie­sa, che ades­so era aper­ta, e ho sen­ti­to gli oc­chi del­la con­gre­ga­zio­ne su di me men­tre mi guar­da­vo i pie­di per es­se­re si­cu­ro di non in­ciam­pa­re.

All’ester­no la lu­ce sul­le sem­pli­ci ca­se di le­gno e sul­la cam­pa­gna de­so­la­ta e in­co­lo­re era gri­gia. L’au­tun­no ar­ri­va­va pre­sto, qui al nord. E non du­ra­va a lun­go. Avreb­be po­tu­to ne­vi­ca­re l’in­do­ma­ni se aves­se vo­lu­to.

I due gi­gan­ti bion­di te­ne­va­no ognu­no un’an­ta aper­ta sul re­tro di un fur­go­ne ne­ro. Vi ab­bia­mo spin­to den­tro la ba­ra. Le por­te so­no sta­te chiu­se sbat­ten­do. I due uo­mi­ni so­no sa­li­ti nel­la ca­bi­na di gui­da, han­no ac­ce­so il mo­to­re e len­ta­men­te so­no par­ti­ti.

«Che co­sa sta suc­ce­den­do?», ho chie­sto a Mik­kel. «Non ver­rà se­pol­to in que­sto ci­mi­te­ro?».

Mik­kel ha scos­so la te­sta. «Non sep­pel­lia­mo nes­su­no qui. In in­ver­no il ter­re­no ghiac­cia­to fa tor­nar su le ba­re. Si rom­po­no, e all’in­ter­no i cor­pi so­no per­fet­ta­men­te in­tat­ti».

L’ho guar­da­to fis­so. «Ma quel­le la­pi­di?», ho det­to, in­di­can­do il ci­mi­te­ro ac­can­to al­la chie­sa.

«So­no la­pi­di per le vi­si­te», ha ri­spo­sto. «Ma i cor­pi so­no se­pol­ti al sud, in ter­ra mor­bi­da».

Il fur­go­ne si è fer­ma­to al par­cheg­gio. I ce­ri­mo­nia­li di com­mia­to era­no fi­ni­ti. I due uo­mi­ni so­no usci­ti dal fur­go­ne. Si so­no si­ste­ma­te le giac­che. «Chi so­no…?», ho co­min­cia­to. «Au­ti­sti di pom­pe fu­ne­bri che ven­go­no dal sud. Por­te­ran­no il cor­po do­ma­ni».

Li ave­vo già vi­sti? For­se, chi lo sa? La dit­ta di im­por­ta­zio­ne di Herr Sch­midt non era pic­co­la.

Mi sve­glio con un sob­bal­zo al­le ur­la di Ame­lie. La lu­ce è spa­ri­ta. Mi stro­pic­cio gli oc­chi. Il fu­ci­le è di nuo­vo sci­vo­la­to sul pa­vi­men­to. Lo pren­do, me lo met­to in spal­la, scru­to l’oriz­zon­te gri­gio at­tra­ver­so il mi­ri­no. Il so­le è ca­la­to, per la pri­ma vol­ta in due me­si. Pro­ba­bil­men­te cor­ri­spon­de a una gior­na­ta di so­le in un pia­ne­ta che ruo­ta un po’ più len­ta­men­te del­la Ter­ra. Ma an­che là il gior­no fi­ni­rà, è pre­ve­di­bi­le e ine­vi­ta­bi­le. È la gra­vi­ta­zio­ne.

Per il mo­men­to non rie­sco a ve­de­re nes­su­no, là fuo­ri. Il mi­ri­no si è fer­ma­to sul­la ren­na con la te­sta chi­na sul­le roc­ce co­per­te di mu­schio. Pre­sto il so­le sor­ge­rà di nuo­vo. Ma do­ma­ni la not­te sa­rà un po’ più lun­ga e più buia. Non li ve­drò ve­ni­re.

Ho an­nu­sa­to l’aria. Ave­va un odo­re che ri­co­no­sce­vo. L’odo­re del­la ne­ve.

La ren­na im­prov­vi­sa­men­te ha al­za­to la te­sta. È ri­ma­sta im­mo­bi­le, te­sa, in ascol­to. Le cor­na con­tro il cie­lo not­tur­no. Ho fat­to un re­spi­ro pro­fon­do. Do­ve­vo bat­ter­li sul tem­po. Ho pre­mu­to il gril­let­to con l’in­di­ce. Ho mi­ra­to al to­ra­ce, so­pra le zam­pe an­te­rio­ri, do­ve im­ma­gi­no sia il cuo­re.

Jo Nesbø

( tra­du­zio­ne dal­la ver­sio­ne in­gle­se di Ma­ria Se­pa) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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