Ja­mes Ell­roy

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - dal no­stro in­via­to a Den­ver (Sta­ti Uni­ti) GIAN­NI SANTUCCI

I de­lit­ti di Los An­ge­les e di New York abi­ta­no le pa­gi­ne di uno scrit­to­re che non ha mai let­to Tol­stoj e che og­gi com­bat­te con le sue sto­rie in un ap­par­ta­men­to di Den­ver, Co­lo­ra­do. Do­ve lui ha la­scia­to en­tra­re «la Let­tu­ra»: «Co­no­sco le per­so­ne. Ho un buon istin­to per gli es­se­ri umani. So leg­ge­re i ca­rat­te­ri nel pro­fon­do»

«Le pre­sen­to la mia ami­ca». Sta a ter­ra. Si­nuo­sa. Ac­quat­ta­ta sot­to la li­bre­ria. Una sa­la­man­dra gi­gan­te, scultura d’ar­re­da­men­to. Te­sta e cor­po di per­le di pla­sti­ca. Stri­sce gri­gie e ro­sa. Sul primo scaf­fa­le: con le co­per­ti­ne fo­de­ra­te di pel­li­co­la tra­spa­ren­te, i ro­man­zi di Da­niel Sil­va.

«Lo sto leg­gen­do ora. Pro­get­ti di uc­ci­de­re il Pa­pa, com­plot­ti in­ter­na­zio­na­li, il Me­dio Orien­te, Israe­le, l’Ar­gen­ti­na, don­ne bel­lis­si­me».

Gran­di li­bri? «Bah, non so. Ma non rie­sco a stac­car­mi. Amo que­sta roba. Amo l’in­tri­go».

L’oc­chio del­la sa­la­man­dra fis­sa una pol­tro­na di pelle ne­ra. Schie­na­le al­to. Pro­fi­lo ton­do. Fon­do am­pio. Ja­mes Ell­roy spro­fon­da den­tro. « Cof­fee? ». Lui ne sor­seg­gia da una gros­sa taz­za. Lar­ga camicia, maniche cor­te, ver­de cu­po, de­co­ra­to a fo­glia­me. Uo­mo di mo­le im­po­nen­te. Di­sten­de le gam­be ver­so il cen­tro del sa­lo­ne: in quel­la po­si­zio­ne sem­bra­no an­co­ra più lun­ghe. Per an­ni s’è det­to: «Ell­roy è il Tol­stoj ame­ri­ca­no». Lui ha sem­pre ri­spo­sto: «Tol­stoj? Mai let­to». C’è da cre­der­ci? Mah… Pe­rò si può chie­de­re: Da­niel Sil­va sì (con tut­to il ri­spet­to) e Tol­stoj no? «È co­sì». Den­ver, Co­lo­ra­do. Pa­laz­zi­na mo­der­na. In ca­sa: una pa­re­te vio­la. Un po­ster di Per­fi­dia (il ro­man­zo più re­cen­te) ap­pe­so all’in­gres­so. Mol­ti cd. Lu­ci bas­se. Lo scrit­to­re che ha rac­con­ta­to Los An­ge­les nei suoi ca­po­la­vo­ri vi­ve og­gi in un con­do­mi­nio di mat­to­ni ros­si vicino al fiu­me, nel­la ca­pi­ta­le del­le Mon­ta­gne Roc­cio­se.

Per la lo­wer do­wn­to­wn di Den­ver pas­seg­gia spes­so. Com­pa­re alle pro­ie­zio­ni dei film di Ku­ro­sa­wa in una sa­la d’es­sai. Di­scu­te con gli spet­ta­to­ri. In­trat­tie­ne. Au­to­gra­fa li­bri. Per stra­da, tra an­ti­chi ma­gaz­zi­ni in­du­stria­li tra­sfor­ma­ti, se­quen­za di bar e ri­sto­ran­ti, al­ber­ghi e uf­fi­ci, lo scrit­to­re cam­mi­na e sa­lu­ta. Il door­man di un ho­tel sto­ri­co rac­con­ta: «Una vol­ta gli ho det­to che un mio ami­co è un suo gran­de fan. E lui su­bi­to: “Re­gi­stria­mo un vi­deo­sa­lu­to per il tuo ami­co”. Un mi­nu­to di pa­ro­le in­far­ci­to di slang e vol­ga­ri­tà».

Sce­na mol­to Ell­roy. Il bas­so e l’al­to. Uo­mo di gentilezza estre­ma, gu­sto del­la pro­vo­ca­zio­ne, fe­ro­ce au­to­di­sci­pli­na di lavoro per li­bri che pun­ta­no «all’eter­ni­tà».

Ven­tot­to feb­bra­io. An­co­ra in­ver­no.

D’ac­cor­do, Tol­stoj no. Ma da Ame­ri­can Ta­bloid a Per­fi­dia, i gran­di ro­man­zi di Ell­roy so­no mac­chi­ne nar­ra­ti­ve che sca­va­no sen­za pie­tà nell’ani­ma dei per­so­nag­gi. Sto­ri­ci e in­ven­ta­ti. Ri­cer­ca del ne­ro e del­la com­pas­sio­ne. Li go­ver­na lui, ma­ster of the voi­ces, uno dei po­chi scrit­to­ri con­tem­po­ra­nei in gra­do di or­che­stra­re co­sì tan­te

vo­ci au­to­no­me in una sto­ria. Po­li­fo­nia. Ma que­sto, per­do­no, è Do­stoe­v­skij. Da che par­te sta?

«Non ho let­to nes­su­no dei due. L’os­ser­va­zio­ne pe­rò, for­se, ha un senso. Joy­ce Ca­rol Oa­tes di­ce che so­no il Do­stoe­v­skij ame­ri­ca­no».

Pau­sa. Sor­so di caf­fè. «Scu­si, ab­bas­so le ten­de». Sguar­do per un at­ti­mo va­go nel­la pe­nom­bra. «Co­mun­que, non lo so da do­ve ar­ri­vi… the gift ». Il do­no.

Ha a che fa­re con la sua sto­ria per­so­na­le, in par­te. Ne ri­cor­da no­ti pas­sag­gi. L’omi­ci­dio del­la ma­dre nel 1958, il pe­rio­do in car­ce­re per un rea­to mi­no­re, il va­ga­bon­dag­gio pro­lun­ga­to nel­la cit­tà de­gli an­ge­li…

«Co­mun­que, se de­vo dav­ve­ro guar­dar­mi in­die­tro, e far­mi la do­man­da sul do­no, ri­spon­do: ho let­to un’in­fi­ni­tà di ro­man­zi cri­me, ho vi­sto un’enor­mi­tà di film cri­me, una mo­le enor­me di film sto­ri­ci, e quin­di…».

La vo­ce già bas­sa su que­sto pas­sag­gio si gon­fia, ten­de all’ora­co­la­re: « It’s in me. È in me: per­ché è ciò che mi emo­zio­na. Nien­te mi cat­tu­ra e mi toc­ca nel pro­fon­do più di un ro­man­zo cri­me ».

Igno­ra­re Tol­stoj è un­der­sta­te­ment. Osten­ta­zio­ne da ar­ti­gia­no. Mol­to pratico. Pro­fon­da­men­te ame­ri­ca­no. Ell­roy indica sem­pre que­sta linea, que­sto pon­te. Dall’or­go­glio del­la vi­ta di stra­da al­la ten­sio­ne qua­si ro­man­ti­ca del­la crea­zio­ne: «Ec­co co­sa ho dav­ve­ro ca­pi­to: so al­cu­ne co­se sul­la sto­ria ame­ri­ca­na, so un bel po’ di co­se del­la sto­ria cri­mi­na­le, e an­che del­la po­li­ti­ca, ma ciò che co­no­sco dav­ve­ro è il ro­man­zo cri­me. Il mio de­si­de­rio al­lo­ra, da lun­go tem­po, è portare il ro­man­zo cri­me ame­ri­ca­no, e il ro­man­zo cri­me in ge­ne­ra­le, il più lon­ta­no pos­si­bi­le. Ver­so il pun­to estre­mo a cui pos­so ar­ri­va­re. Io so­no qui so­lo per que­sto. Per an­da­re il più lon­ta­no pos­si­bi­le».

Co­no­sce la stra­da. Co­no­sce la fa­ti­ca e il pia­ce­re del cam­mi­na­re. «Ho 71 an­ni».

Di­sci­pli­na da pu­gi­le. Ago­ni­smo ar­ti­sti­co. Eti­ca del­la mis­sio­ne let­te­ra­ria: «Per quell’obiet­ti­vo fac­cio ogni pos­si­bi­le sfor­zo. Ma at­ten­zio­ne: ogni pos­si­bi­le sfor­zo nel­la pie­na co­scien­za». Al­tro in­ter­val­lo di si­len­zio. Per sot­to­li­nea­re: « Full con­sciou­sness. Mol­ti scrit­to­ri par­la­no del lo­ro in­con­scio, del lo­ro istin­to. Per me in­ve­ce ogni co­sa sta, o vie­ne por­ta­ta, nel­la co­scien­za».

Cuo­re del «me­to­do Ell­roy». È celebre. È ma­nia­ca­le. È una gab­bia di sto­ria e trama. È of­fi­ci­na e pa­le­stra. Pre­li­mi­na­re crea­zio­ne del­lo sche­le­tro, dell’ar­chi­tet­tu­ra (for­se non è un ca­so: «Amo l’ar­chi­tet­tu­ra ita­lia­na del Ven­ten­nio fa­sci­sta. Le li­nee, i vo­lu­mi, la pu­li­zia»).

I gran­di ro­man­zi so­no na­ti tutti co­sì: «Gli enor­mi co­pio­ni che scri­vo pri­ma. Cro­no­lo­gie sto­ri­che, me­ti­co­lo­se fi­no all’os­ses­sio­ne. La so­vrap­po­si­zio­ne del­la trama, per co­no­scer­la fi­no al più mi­nu­to pas­sag­gio. La ri­cer­ca e la

di­spo­si­zio­ne dei det­ta­gli. Quat­tro­cen­to, cin­que­cen­to, sei­cen­to pa­gi­ne. Fac­cio que­st’enor­me sfor­zo, pri­ma di ini­zia­re dav­ve­ro a scri­ve­re il li­bro. E poi en­tra la mia abi­li­tà: estra­po­la­re la let­te­ra­tu­ra sen­za tra­di­re il co­pio­ne. Sen­za vio­la­re il com­ples­so del qua­dro. Nep­pu­re per un par­ti­co­la­re. Sta tut­to lì: il mio lavoro, la mia sfi­da, la mia for­za, la mia fa­ti­ca, la mia aspi­ra­zio­ne».

Crea­zio­ne let­te­ra­ria in un ring. Caz­zot­ti e su­do­re nel re­cin­to di corde. Car­ne vi­va su sche­le­tro for­ma­to: «Pen­so di co­no­sce­re bene le per­so­ne. Ho un buon istin­to per gli es­se­ri umani. So leg­ge­re i ca­rat­te­ri nel pro­fon­do. E amo le buo­ne in­da­gi­ni di po­li­zia».

Ec­co­lo, il pun­to di incontro con la pro­du­zio­ne «pa­ral­le­la», che og­gi af­fian­ca l’ela­bo­ra­zio­ne del­la nuo­va te­tra­lo­gia ini­zia­ta con Per­fi­dia sull’Ame­ri­ca du­ran­te la Se­con­da guer­ra mon­dia­le. Ac­can­to: ro­man­zi bre­vi, o rac­con­ti lun­ghi. Scrit­tu­ra non fic­tion. Gran­di ca­si cri­mi­na­li. Ei­nau­di Sti­le libero ne pub­bli­ca due, riu­ni­ti sot­to il ti­to­lo Cro­na­ca ne­ra (in usci­ta il pros­si­mo 16 apri­le, tra­du­zio­ne di Al­fre­do Co­lit­to). Il ca­so Wy­lie-Hof­fert, due ra­gaz­ze uc­ci­se, New York. L’omi­ci­dio di Sal (Salvatore) Mi­neo, la «spal­la» di Ja­mes Dean in Gio­ven­tù bru­cia­ta, am­maz­za­to a We­st Hol­ly­wood, Los An­ge­les, il 12 feb­bra­io 1976.

Mi­neo, ita­lo-ame­ri­ca­no, gay di­chia­ra­to, mor­to a 37 an­ni. Per Ell­roy, fi­gu­ra al cen­tro di un in­trec­cio.

Me­mo­rie pri­va­te: «Ri­cor­do il gior­no dell’omi­ci­dio. Ave­vo 27 an­ni. La­vo­ra­vo per un coun­try club, l’Hill Cre­st. Ini­ziò a cir­co­la­re la vo­ce. Il cad­dy ma­ster. Poi i gio­ca­to­ri di golf. Chiun­que s’in­con­tra­va: “Ehi, Sal Mi­neo è sta­to am­maz­za­to”. Big news all’ini­zio; poi scom­par­sa. La po­li­zia non ave­va al­cu­na pi­sta. Indagine in­te­res­san­te».

Lavoro let­te­ra­rio: «Ho usa­to Sal Mi­neo co­me per­so­nag­gio in mol­ti ro­man­zi. Me lo so­no in­ven­ta­to. Non ero un suo fan. An­zi. Se mi vo­le­te tor­tu­ra­re a mor­te, co­strin­ge­te­mi a guar­da­re Re­bel Wi­thout a Cau­se ( Gio­ven­tù bru­cia­ta). Non lo ca­pi­sco, non mi pia­ce».

In­fi­ne, ca­so edi­to­ria­le: «Do­po il rac­con­to sull’omi­ci­dio Wy­lie-Hof­fert, pub­bli­ca­to da “Va­ni­ty Fair”, ci ac­cor­dia­mo col ma­ga­zi­ne per que­sto nuo­vo lavoro. Lo com­pra­no. Poi cam­bia il di­ret­to­re, ar­ri­va una donna. E lei, ora, non vuo­le più pub­bli­ca­re le co­se che scri­vo».

Ca­pia­mo­ci me­glio: qual­cu­no al mon­do ri­fiu­ta un pez­zo fir­ma­to Ja­mes Ell­roy?

«Ah sì». Ghi­gno. «Stra­no dav­ve­ro. Ma ca­pi­ta».

Mi­neo era una star. Ja­ni­ce Wy­lie e Emi­ly Hof­fert era­no due sco­no­sciu­te. Il ro­man­zo bre­ve di Ell­roy sul­la lo­ro mor­te si in­ti­to­la: Ca­reer Girls Mur­ders.

Ja­ni­ce, vio­len­ta­ta e uc­ci­sa. Emi­ly, uc­ci­sa e le­ga­ta con pez­zi di stof­fa al ca­da­ve­re di Ja­ni­ce, nell’ap­par­ta­men­to che con­di­vi­de­va­no. Up­per ea­st si­de di New York. Quar­tie­re stra­no per un mas­sa­cro. So­prat­tut­to, il gior­no: 28 ago­sto 1963. «Mol­te co­se mi han­no at­trat­to in que­sto ca­so. I de­lit­ti av­ven­go­no in un mo­men­to in­te­res­san­te per la sto­ria ame­ri­ca­na. Pe­rio­do di gran­de emo­ti­vi­tà. Ken­ne­dy sa­reb­be sta­to uc­ci­so qual­che me­se do­po. Pro­prio quel gior­no, a Wa­shing­ton, sfi­la la gran­de mar­cia per i diritti ci­vi­li. New York qua­si de­ser­ta. E vie­ne sco­per­to quel du­pli­ce omi­ci­dio. La­scia tutti per­ples­si. Pri­ma di tut­to, per il luo­go. Se­con­do: nes­su­na trac­cia in­ve­sti­ga­ti­va. Non un mo­ven­te. Non un pro­fi­lo dell’as­sas­si­no. Un ra­pi­na­to­re? Un co­no­scen­te? Uno psi­co­ti­co con ma­nie ses­sua­li?».

C’è il cri­mi­ne. C’è la sto­ria ame­ri­ca­na. Quan­do si in­con­tra­no, oc­chi e men­te di Mr Ell­roy sa­ran­no lì a guar­da­re, stu­dia­re, ra­gio­na­re. Im­ma­gi­na­re un rac­con­to.

Qui, pe­rò, cam­bia qual­co­sa. Le don­ne mas­sa­cra­te e uc­ci­se in un as­sal­to ses­sua­le so­no un to­pos del­lo scrit­to­re. Cher­chez la fem­me: un mo­to­re del­le sue sto­rie, del­la sua vi­sio­ne del­la sto­ria. De­ge­ne­ra, a vol­te, nel­la mor­te. I ca­da­ve­ri fi­ni­sco­no al cen­tro dei ro­man­zi. In Ca­reer Girls

«Non par­lo mai dell’Ame­ri­ca di og­gi: ver­reb­be di­stor­to quel­lo che scri­vo. I miei li­bri so­no uni­ver­sa­li. Ap­par­ten­go al Ven­te­si­mo se­co­lo, ma vo­glio portare il ro­man­zo cri­mi­na­le il più lon­ta­no pos­si­bi­le»

Mur­ders, pe­rò, l’obiet­ti­vo pun­ta (an­che) al­tro­ve. Gli omi­ci­di so­no del 1963. Il ve­ro col­pe­vo­le vie­ne ar­re­sta­to nel 1965. Con­ta quel che av­vie­ne in mez­zo. Qua­si due an­ni, il tem­po dell’al­tra vit­ti­ma: Geor­ge Whit­mo­re. L’in­no­cen­te in­car­ce­ra­to.

Ra­gaz­zo di colore, po­ve­ro, scar­si stru­men­ti men­ta­li, iden­ti­fi­ca­to per un’al­tra violenza a Broo­klyn. Ma ser­vi­va un col­pe­vo­le. Ser­vi­va pre­sto. «Feb­bre da gran­de ca­so».

Whit­mo­re fi­nì in car­ce­re. Ci re­stò a lun­go. «Non era una con­dot­ta si­ste­ma­ti­ca. Nes­su­no stu­diò a ta­vo­li­no co­me in­ca­strar­lo. Non ven­ne “scel­to” per­ché era ne­ro. Sem­pli­ce­men­te, si tro­vò all’epi­cen­tro del cri­mi­ne. E da quel mo­men­to di­la­gò il delirio. Si creò un’on­da di con­sen­so schiac­cian­te».

È una Sto­ria del­la co­lon­na in­fa­me ne­gli Sta­ti Uni­ti al tem­po di JFK. «Lo han­no pic­chia­to? Ha in­ven­ta­to le bot­te? Gli han­no estor­to una con­fes­sio­ne? O gli so­no so­lo sta­ti pe­san­te­men­te ad­dos­so? La ve­ri­tà è: non lo sap­pia­mo». Per­ché la for­za mo­tri­ce del rac­con­to (e del­la sto­ria ve­ra, co­sì co­me real­men­te ac­cad­de) sta in quell’on­da:

poi­so­ned con­sen­sus. Con­sen­so av­ve­le­na­to. L’op­po­sto del pen­sie­ro cri­ti­co. In cer­ti mo­men­ti può di­vo­ra­re una cit­tà, una società, una na­zio­ne.

Ell­roy lo spie­ga con la sua tea­tra­li­tà: «Tutti si guar­da­no in­tor­no. Non tro­va­no ri­spo­ste o pro­ve. Ma la cor­ren­te si met­te in mo­to: “Oh yeah!”, “Oh yeah!”, “Oh yeah!” ». Whit­mo­re al­la fi­ne ven­ne sca­gio­na­to. La sua pa­ra­bo­la giu­di­zia­ria è sta­ta al cen­tro del di­bat­ti­to per l’abo­li­zio­ne del­la pe­na di mor­te nel­lo Sta­to di New York.

Il ve­ro as­sas­si­no fu ar­re­sta­to il 26 gen­na­io 1965. Ric­ky Ro­bles, tos­si­co­di­pen­den­te di eroi­na. Ven­du­to dal suo spac­cia­to­re, che scam­biò l’in­for­ma­zio­ne per l’im­mu­ni­tà: gli ven­ne «ab­bo­na­to» l’omi­ci­dio di un al­tro tos­si­co­di­pen­den­te.

In cal­ce al rac­con­to, Ell­roy tri­bu­ta la sua gra­ti­tu­di­ne al li­bro che nel 1969 rac­con­tò il ca­so Wy­lie-Hof­fert. The

Vic­tims, di Ber­nard Le­f­ko­wi­tz e Ken­ne­th G. Gross. «Lo les­si da ra­gaz­zo. È un li­bro im­per­fet­to, non ha nul­la di let­te­ra­rio o ar­ti­sti­co. Ma quel­la sto­ria è un gran­de, gran­de, gran­de araz­zo».

Ell­roy l’ha ri­pre­so e in­tes­su­to in for­ma let­te­ra­ria. Ma qui, ser­ve cau­te­la. Gli araz­zi si guar­da­no. Vo­len­do, si in­ter­pre­ta­no. Ma non chie­de­te­ne con­to all’au­to­re. Per­ché lui, edu­ca­ta­men­te, de­cli­ne­rà.

Ca­reer Girls Mur­ders è ca­ri­co di lin­guag­gio re­li­gio­so. Pec­ca­to. Espia­zio­ne. Ca­no­niz­za­zio­ne. In­no­cen­za. Pa­ro­la chia­ve: re­den­zio­ne. Dun­que, è an­che la sto­ria di re­den­zio­ne di una società? Che pri­ma, fa­me­li­ca, sbra­na il suo ca­pro espia­to­rio; poi, ri­co­no­sciu­to l’er­ro­re, abo­li­sce la pe­na di mor­te... Ell­roy ini­zia a se­gna­re con­fi­ni: «È un rac­con­to non fic

tion. Nel­la nar­ra­zio­ne, ho as­sun­to la vo­ce di un an­zia­no po­li­ziot­to sen­za no­me. L’ul­ti­mo im­ma­gi­na­rio so­prav­vis­su­to tra gli in­ve­sti­ga­to­ri dell’epo­ca. Uso il pro­no­me

noi. Vuol di­re noi de­tec­ti­ve. E ne­gli an­ni Ses­san­ta, a New York, i po­li­ziot­ti era­no in mag­gio­ran­za cat­to­li­ci. Da quel­la vo­ce fil­tra la lo­ro vi­sio­ne». Ec­co: mi­me­si di una vo­ce. Nien­te da in­ter­pre­ta­re. « That’s it ».

Par­la­re con Ell­roy dei li­bri di Ell­roy vuol di­re in­gag­gia­re un con­ti­nuo con­fron­to su que­ste do­man­de: che si­gni­fi­ca­to al­tro han­no le sue sto­rie? Quan­to rac­con­ta­no dell’uni­ver­sa­le uma­no? Aspi­ra­no a es­se­re simboliche, em­ble­ma­ti­che? Ser­vo­no per ca­pi­re l’Ame­ri­ca di og­gi?

S’ar­ri­va pre­sto a una con­clu­sio­ne: do­man­de da non fa­re. «Que­sta sto­ria non vuo­le rac­con­ta­re nien­te al­tro. Non era mia vo­lon­tà che rap­pre­sen­tas­se al­tro ri­spet­to al mio spe­ci­fi­co in­te­res­se sto­ri­co. Nien­te rap­pre­sen­ta nien­te al­tro per me».

Le mo­ti­va­zio­ni so­no una di­chia­ra­zio­ne di poe­ti­ca: «Mi at­trag­go­no que­ste real li­fe sto­ry per la lo­ro pro­fon­di­tà. E per­ché io vi­vo nel pas­sa­to».

Va­le per i due rac­con­ti lun­ghi di Cro­na­ca ne­ra: «Nul­la nel rac­con­to sul ca­so Wy­lie-Hof­fert o sul ca­so Sal Mi­neo vie­ne evi­den­zia­to, stu­dia­to, ap­pro­fon­di­to per­ché rap­pre­sen­ti qual­co­sa og­gi». Va­le an­cor più per i ro­man­zi. An­che quan­do il col­le­ga­men­to na­sce im­me­dia­to, qua­si scon­ta­to.

Do­nald Trump, la re­la­zio­ne con la por­no­star, i rus­si, l’Fbi, il su­per pro­cu­ra­to­re Ro­bert Muel­ler.

È un Ame­ri­can Ta­bloid con­tem­po­ra­neo. So­lo che sta­vol­ta il mon­do lo sta leg­gen­do men­tre ac­ca­de. Lo sta ve­den­do in di­ret­ta. Lo sta se­guen­do on­li­ne. Nien­te da fa­re. At­tua­le e con­tem­po­ra­neo so­no due di­men­sio­ni nel­le qua­li non si può en­tra­re. «Non par­lo mai dell’Ame­ri­ca di og­gi per­ché di­stor­ce­reb­be quel­lo che scri­vo, che è tut­to su una ba­se sto­ri­ca. La­scio que­sto agli al­tri. Vo­le­te tro­va­re legami con l’at­tua­li­tà? Fat­ti ri­le­van­ti per la con­tem­po­ra­nei­tà? Bene. Fa­te pu­re». Vi­ve nel pas­sa­to per­ché di­sprez­za il pre­sen­te? «No, è di­ver­so. Og­gi nel pre­sen­te so­no fe­li­ce. Fe­li­ce per­ché so­no vi­vo. E per­ché que­sto mi per­met­te di vi­ve­re nel 1942. Il tem­po dei miei li­bri». Se non di­sprez­zo, al­lo­ra, è in­dif­fe­ren­za? «Esat­to. Il pre­sen­te non mi in­te­res­sa». Ell­roy lo ri­pe­te due vol­te. Poi ap­pro­fon­di­sce: «Ri­spet­to a tut­te le co­se con­tem­po­ra­nee, so­no in­cre­di­bil­men­te

out of the loop ». Fuo­ri dal gi­ro, fuo­ri dai gio­chi.

Po­treb­be sem­bra­re una po­sa. Un at­teg­gia­men­to de­ca­den­te. Una co­stru­zio­ne del­la pro­pria im­ma­gi­ne di scrit­to­re da pro­por­re al mon­do.

Dif­fi­ci­le da cre­de­re, pe­rò, per un ap­pas­sio­na­to di bo­xe. Per un uo­mo che ha im­pa­ra­to un po’ di spa­gno­lo nel­le cu­ci­ne dei ri­sto­ran­ti: «Da ra­gaz­zi­no fa­ce­vo il la­va­piat­ti. Era­no tutti mes­si­ca­ni. Pas­sa­vo le gior­na­te con lo­ro. Si par­la­va di pu­gi­la­to. Ho ri­pre­so un po’ lo spa­gno­lo guar­dan­do la se­rie Nar­cos ».

E qui scat­ta un’im­prov­vi­sa sce­na di spet­ta­co­lo. Una raf­fi­ca di pe­san­ti im­pre­ca­zio­ni rim­bom­ba nel sa­lo­ne dell’ap­par­ta­men­to di Den­ver. Vo­cio­ne gut­tu­ra­le. Gu­sto del­la de­cla­ma­zio­ne vol­ga­re. «Pin­che pu­ta ». «Pin­che per­ro ». «Pin­che ga­ba­cho» .

Ri­sa­ta so­no­ra. «La lin­gua ori­gi­na­le è af­fa­sci­nan­te. La sen­ti e vuoi en­trar­ci den­tro. È co­me quan­do ve­di Il con­for­mi­sta di Ber-

nar­do Ber­to­luc­ci: poi vor­re­sti sen­ti­re chiun­que par­la­re in ita­lia­no». Dun­que, pur se gi­ra vo­ce che ab­bia un pes­si­mo fee

ling con com­pu­ter e te­le­vi­sio­ne, Ell­roy se­gue l’esplo­sio­ne del­le se­rie cri­me in tv. Con mo­de­ra­zio­ne: «Ot­to-die­ci epi­so­di per un so­lo cri­mi­ne, co­me un film di 8-10 ore. Nien­te ma­le. Ho guar­da­to True De­tec­ti­ve. Gran­de lavoro. Non ec­ce­zio­na­le co­me mol­ti pen­sa­no, ma non so­no riu­sci­to a smet­te­re. La se­con­da stagione peg­gio: con­fu­sa».

Al­tra se­rie osan­na­ta, The Wi­re: «Ah no, quel­la no. De­te­sta­ta. Ho vi­sto quat­tro epi­so­di e stop. Smes­so. Non mi pia­ce­va per nien­te».

L’in­trat­te­ni­men­to sem­bra la di­men­sio­ne più con­ge­nia­le al pre­sen­te. Per­ché il pre­sen­te è un tem­po schiac­cia­to da un contro-po­te­re: «Mi in­te­res­sa la sto­ria». In­te­res­se tra­sci­nan­te. To­ta­liz­zan­te: cul­tu­ra­le e crea­ti­vo. Squil­la il te­le­fo­no. Non ri­spon­de. Nep­pu­re guar­da. Il se­gui­to di Per­fi­dia usci­rà a giu­gno ne­gli Sta­ti Uni­ti. La pub­bli­ca­zio­ne in Europa è per il 2020.

Il gior­no pri­ma di que­st’in­ter­vi­sta Ell­roy ha ri­ce­vu­to una mail dal suo tra­dut­to­re in te­de­sco. « Dear Mr El

lroy... ». Po­ne­va que­stio­ni lin­gui­sti­che. Ave­va scru­po­li su un pa­io di det­ta­gli per l’ade­ren­za sto­ri­ca del li­bro ad aspet­ti del na­zi­smo in Ger­ma­nia nel 1942: «Ab­bia­mo pro­va­to per un po’ a scio­glie­re quei dub­bi. Al­cu­ni so­no ri­ma­sti. Al­la fi­no gli ho scrit­to: ehi ami­co, va bene co­sì. È un ro­man­zo».

In­con­ve­nien­ti nel­le tra­du­zio­ni. Ac­ca­de a ma­no a ma­no che la di­men­sio­ne sto­ri­ca dei li­bri di­ven­ta più im­po­nen­te.

All’ini­zio era tut­ta pas­sio­ne per il cri­mi­ne e l’in­ve­sti­ga­zio­ne. Poi il cri­me ha in­cro­cia­to la sto­ria. Dall’incontro so­no sgor­ga­ti ca­po­la­vo­ri. Ell­roy è di­ven­ta­to l’ae­do riot­to­so del pas­sa­to ne­ro del suo Pae­se.

La scin­til­la an­co­ra ar­de nel­le pri­me due ri­ghe ful­mi­nan­ti di Ame­ri­can Ta­bloid: «L’Ame­ri­ca non è mai sta­ta in­no­cen­te. Ab­bia­mo per­so la ver­gi­ni­tà sul­la na­ve du­ran­te il viag­gio di an­da­ta e ci sia­mo guar­da­ti in­die­tro sen­za al­cun rimpianto».

La sto­ria da an­ni gua­da­gna cam­po. Di­ven­ta la ci­fra do­mi­nan­te dell’ul­ti­ma stagione crea­ti­va del­lo scrit­to­re. La sto­ria co­me estetica. Estetica del pas­sa­to. Dell’im­ma­gi­ne in bian­co e ne­ro. Del rac­con­to noir di­men­ti­ca­to.

Al fon­do, una sor­ta di ra­pi­men­to: «Per­ché la sto­ria mi do­mi­na. Per­ché io so­no del­la sto­ria. Per­ché io ap­par­ten

go al­la mu­si­ca del Di­cian­no­ve­si­mo e dell’ini­zio del Ven­te­si­mo se­co­lo: dal Ro­man­ti­ci­smo al Mo­der­ni­smo. Per­ché i ro­man­zi cri­me di 35, 40, 50, 60, 70 e 80 an­ni fa mi pos­sie­do­no. Per­ché guardo i film an­ti­chi e tro­vo la me­mo­ria vi­sua­le di Los An­ge­les, la mia cit­tà, nei gior­ni del­la mia pri­ma in­fan­zia, o pri­ma del­la mia na­sci­ta».

La sto­ria è li­ber­tà: «Va­do so­lo do­ve ho bisogno di an­da­re, do­ve vo­glio an­da­re, e scri­vo so­lo di po­sti e di mo­men­ti sto­ri­ci che mi in­te­res­sa­no mol­to pro­fon­da­men­te. Ora: Los An­ge­les du­ran­te la Se­con­da guer­ra mon­dia­le».

La ri­cer­ca del­la fron­tie­ra estre­ma del ro­man­zo cri­me im­po­ne que­sto viag­gio a ri­tro­so nel tem­po. Sca­va­re nel pas­sa­to per ca­var­ne fuo­ri «l’eter­ni­tà let­te­ra­ria».

Nel viag­gio ri­fiu­ta il ci­ni­smo, la sa­ti­ra, il ni­chi­li­smo, il mi­ni­ma­li­smo al­la Ray­mond Car­ver. L’ac­com­pa­gna in­ve­ce la gran­de mu­si­ca: «Ri­cor­do una me­ra­vi­glio­sa fra­se. L’ho sen­ti­ta una so­la vol­ta. Il pianista Glenn Gould, par­lan­do del com­po­si­to­re te­de­sco Ri­chard Strauss, di­ce: “Il suo de­si­de­rio non era quel­lo di orien­ta­re i gran­di te­mi so­cia­li del­la pri­ma me­tà del Ven­te­si­mo se­co­lo, ma di far­mi per­ce­pi­re l’eter­no”. E que­sto so­no io. Pen­so che i miei li­bri sia­no eter­ni. Che sia­no uni­ver­sa­li».

È lon­ta­no il tem­po di un li­bro a ze­ro sto­ria, per­ché era tut­ta sto­ria per­so­na­le e fa­mi­lia­re. Ri-vis­su­ta. Ri-sca­va­ta. Ini­zia­va co­sì: «Ti sei fat­ta fre­ga­re da uno sca­den­te sa­ba­to not­te. Iner­me, hai fat­to una fi­ne stu­pi­da e bru­ta­le». I

miei luo­ghi oscu­ri, an­no 1996, in­chie­sta del fi­glio sull’omi­ci­dio del­la ma­dre.

Il li­bro ha se­mi­na­to fe­ri­te emo­ti­ve. Ha toc­ca­to le pau­re del­le let­tri­ci. Al­cu­ne le ha de­pres­se. Al­tre le ha aiu­ta­te. Le cicatrici psi­co­lo­gi­che dell’au­to­re in­con­tra­no quel­le di chi è en­tra­to nel ro­man­zo.

«Una donna può ave­re una rea­zio­ne for­te nel leg­ge­re la sto­ria dell’omi­ci­dio di una donna. Che ne pen­so? Ri­cor­do due ver­si di una poe­sia di W. H. Au­den, In Me

mo­ry of W. B. Yea­ts ». Ell­roy non ha mai scrit­to poe­sia. Ma la ci­ta con un’in­to­na­zio­ne in­ten­sa, po­ten­te: «For poe­try ma­kes no­thing hap­pen: it sur­vi­ves/... A way of hap­pe­ning, a mou­th» (La poe­sia non fa ac­ca­de­re nien­te: sopravvive/... un mo­do di ac­ca­de­re, una boc­ca).

«Qui l’ul­ti­ma pa­ro­la si­gni­fi­ca: espres­sio­ne. E que­sto è tut­to. Io non sa­prò mai, dav­ve­ro, nel pro­fon­do, qua­le sia l’ef­fet­to dei miei li­bri. Mi rac­con­ta­no di rea­zio­ni a I miei

luo­ghi oscu­ri o ad al­tri ro­man­zi. Ma le per­so­ne so­no là nel mon­do. Io non le co­no­sce­rò mai. La mag­gio­ran­za dei miei let­to­ri è ano­ni­ma. Mi pia­ce que­sto. Toc­chi le per­so­ne. En­tri nel­la lo­ro ani­ma. Rag­giun­gi il lo­ro cer­vel­lo. Muo­vi le lo­ro emo­zio­ni in un mo­do che tu stes­so non po­trai mai co­no­sce­re. Po­trei spe­ra­re di ge­ne­ra­re una for­ma di com­pas­sio­ne ver­so al­tri es­se­ri umani, po­trei de­si­de­rar­lo. Ma io que­sto, one­sta­men­te, non lo so. Per­ché i li­bri li scri­vo per me».

ILLUSTRAZI­ONI DI CIAJ ROC­CHI E MAT­TEO DEMONTE

JA­MES ELL­ROY Cro­na­ca ne­ra Tra­du­zio­ne di Al­fre­do Co­lit­to EI­NAU­DI STI­LE LIBERO Pa­gi­ne 107, € 12 In li­bre­ria dal 16 apri­le

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