Corriere della Sera - La Lettura

Senza Senna da 25 anni l’artista della Formula 1

Il pilota morì il 1° maggio 1994 dopo l’incidente durante il Gran Premio di Imola

- Di G. TERRUZZI e M. VALONCINI

Se n’è andato 25 anni fa. Ricompare da 25 anni, anche o g g i c h e i n i z i a u n n u o vo Mondiale. È qui, nei paraggi. Il volto di allora, come un t i mbro s ul l a memoria, co r re t to a spanne dalle nostre fantasie: qualche ruga, i capelli imbiancati, un’espression­e appena addolcita. Ayrton Senna, anni 59, da compiere il 21 marzo. Un vecchio amico. Per chi lo vide correre con quel furore quasi selvaggio; per chi lo vide morire in tv al pari di un eroe tragico; per chi è arrivato dopo ma in qualche modo ha saputo, ha ascoltato, ha scelto la sua compagnia.

Un pilota di Formula 1, un fenomeno, sì, certo. Soprattutt­o, una persona con la quale condivider­e una curiosa, persino inattesa somiglianz­a. Per questo, Senna rimane in pista, in viaggio, nel cuore. Parole, frasi, emozioni rilasciate nel firmamento come scansioni dell’anima. La sua, come specchio della nostra. È questione di distanze annullate. Quelle che di norma separano dal consueto un uomo dotato di talento eccezional­e e quindi protagonis­ta di imprese memorabili. Celebre e ricco. Non proprio accessibil­e, salvo selfie, autografi, conferenze stampa, esibizioni e manifestaz­ioni di quel talento, appunto, che lo porta a compiere gesti preclusi alle nostre mani, al no- stro coraggio, alla nostra muscolatur­a. Campioni, ecco. Da ammirare, criticare, applaudire, dimenticar­e quando il sipario chiude il loro tempo perché ogni fulgore ha la data di scadenza.

Ma qui, con Ayrton, è un’altra faccenda. La differenza sta nelle pieghe del suo destino — un destino che si conclude all’improvviso il 1° maggio 1994 sulla pista di Imola. Che cos’abbiamo? Un ragazzino introverso e sensibile, liberato da un piccolo mezzo a motore, una specie di giocattolo, regalato da papà Milton per un divertimen­to come un altro, nella periferia di San Paolo, in Brasile. Un kart simile a un tappeto volante dal quale Ayrton non scese mai più. Era quello lo strumento, quello il modo per esprimere padronanza e sensibilit­à. Per emulare un eroe dei fumetti, andare oltre un limite, un traguardo. Con impressa negli occhi qualche immagine da tenere

L’inizio L’avventura cominciò con un kart, un piccolo mezzo a motore regalatogl­i da papà Milton nella periferia di San Paolo

presente sempre. L’immagine dell’altro, degli altri, del prossimo.

Brasile: una vetrina della povertà. Nella frenesia agonistica, nella luce di quel talento, Senna faceva conti senza sconti con un dovere intimo, con l’assoluto bisogno di restituire ciò che aveva ricevuto in natura e in denaro. Dunque, rigore, dedizione, una ricerca ossessiva della qualità. Non gli importava quanto fosse dotato: a lui interessav­a fare meglio, progredire, lavorare. La sua regola: una, questa. Guadagnare una briciola di appagament­o per poi ricomincia­re a darci dentro. Un monaco da pista. Un uomo incapace di mascherare contrasti e sofferenze, persino nei momenti del trionfo. Il tutto senza pudore.

Parlava del valore delle lacrime du- rante le interviste, raccontava di aver visto Dio, lungo la pista poco dopo aver vinto un titolo mondiale. Straniante. Spiazzante. Vicinissim­o a chi ascoltava: «I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilit­à». Con il suo Dio manteneva rapporti personalis­simi, faceva lo stesso con la propria coscienza ed era così certo della severità applicata nelle analisi, nei comportame­nti, da trovare sempre una ragione divina nel suo fare. Anche in questo, imperfetto come ogni essere umano. Contraddiz­ioni messe in piazza, tra un acuto velocistic­o e un incidente. Guidava in equipaggio con il Padreterno, inciampava come chi lo stava applaudend­o. Così, soprattutt­o, un buon esempio, un prez i o s o c o mpagno d i v i a g g i o , c o s a importa la media oraria.

Senna, fissato com’era nel meritarsi la sua opportunit­à, raccontava una storia tanto intensa quanto comprensib­ile: posso fare di più, posso cercare un migliorame­nto. Dava il meglio di sé stesso, con una cocciutagg­ine al limite d e l l ’a s s u r d o , a n c h e q u a n d o avrebbe potuto astenersi, rinunciare. E se lo fa lui, Ayrton, beh posso farlo pure io.

È morto quando nessuno pensava potesse accadere. Un capo, il protagonis­ta di un lungo film d’azione. Ma gli atti, in questo caso, avevano a che fare, clamorosam­ente, con una quotidiani- tà comprensib­ile, condivisa. Un uomo pubblico condannato a una solitudine irrisolvib­ile, prossima al mistero dell’esistenza. E mentre la sua immagine così fresca, così intensa si fissava per sempre nella memoria collettiva, le sue parole, il suo destino, appunto, hanno cominciato a circolare con una forza nuova, sospinta dal rimpianto, dal timore di non perdere un solo insegnamen­to. Sono rimaste nell’aria, hanno composto altre frasi, tramandate e custodite ancora adesso, modificate qua e là, autarchica­mente. Parole per alimentare e trattenere un dialogo che resiste nel tempo. Come se il vero patrimonio non fosse dato dal curriculum, dai tre titoli mondiali, dalle sue imprese in pista, in curva, sul bagnato, ma dalle introspezi­oni di un uomo incapace, a traguardo tagliato, di essere davvero felice.

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