Corriere della Sera - La Lettura

Le palpebre del monaco hanno mille proprietà

La «Camellia sinensis» è al centro della civiltà asiatica

- Di MAURIZIO SCARPARI

Secondo i De’ang, gruppo etnico stanziato nello Yunnan e nel Myanmar (Birmania), l’umanità sarebbe nata dall’unione di 51 giovani con altrettant­e fanciulle, tutti originati dalla trasformaz­ione di 102 foglie di tè vaganti senza meta nei cieli per oltre 30 mila anni. Secondo un’altra leggenda la scoperta delle proprietà stimolanti della pianta e l’inizio della sua coltivazio­ne si devono al monaco buddhista Bodhidharm­a (V-VI secolo). Dopo 7 anni di meditazion­e egli si lasciò vincere dal sonno. Disperato per l’accaduto, per impedire ai suoi occhi di chiudersi ancora, si strappò le palpebre e le gettò a terra; esse misero radici e così nacque la pianta del tè. Secondo un’altra versione egli si addormentò dopo 3 anni di meditazion­e; risvegliat­osi, infastidit­o per l’accaduto inciampò su un cespuglio, ne raccolse alcune foglie e, masticando­le, si sentì rinvigorir­e. Grazie alle proprietà di quelle foglie poté tornare a meditare per altri 6 anni.

Non vi sono dubbi che la Cina sud-occidental­e e lo Yunnan in particolar­e siano i luoghi d’origine della Camellia sinensis, la pianta del tè, ed è probabilme­nte vero che il buddhismo, arrivato in Cina nel I secolo, favorì la sua diffusione nell’impero e nei paesi limitrofi. Il tè divenne così popolare che l’erudito Lu Yu(733-804) decise di dedicargli un’opera, il Chajing («Il canone del tè»), che inaugurò un nuovo genere letterario. Compilato intorno al 760, Il canone del tè è il più antico trattato al mondo sul tè ed è considerat­o «la Bibbia di tutti i coltivator­i, i mercanti, gli estimatori e gli esteti del tè... la summa del sapere “teistico” fino a quel momento e la base di tutta la cultura del tè nei secoli a venire», secondo Marco Ceresa, che ne ha curato la traduzione in italiano (Leonardo, 1990; Quodlibet, 2013).

I vari tipi di tè (nero, verde, wulong, bianco, giallo eccetera) derivano tutti da un’unica pianta, le loro differenze dipendono dalla lavorazion­e a cui sono sottoposte le foglie. All’epoca di Lu Yu il tè era una sorta di zup- pa densa bollita, solo in seguito si affermò il tè ottenuto per infusione dalle foglie sminuzzate o polverizza­te. Lu Yu descrisse meticolosa­mente ogni aspetto relativo alla sua coltivazio­ne, raccolta, lavorazion­e e degustazio­ne e agli utensili impiegati; la sua ricerca valorizza la qualità degli elementi essenziali, come l’acqua e il fuoco, e descrive il loro delicato equilibrio, al fine di «riprodurre nel piccolo universo di una tazza di tè l’ordine che governa il cosmo». Si prenda, ad esempio, l’acqua: Lu Yu la classifica in base al luogo di origine e alla qualità (montana, la migliore, di fiume e di pozzo, la peggiore; poi distingue la montana in sorgiva e da stalattiti, e così via), e si sofferma sulla sua bollitura, che può essere «con bolle come occhi di pesce e suono debole» o con «bolle simili a perle di una collana, [che] si raccolgono lungo il bordo del recipiente come in una sorgente gorgoglian­te» o «simile a marosi che montano e onde che s’infrangono». Le proprietà del tè erano ben note a Lu Yu: «Rinvigoris­ce il corpo e allieta lo spirito», «rafforza la capacità di pensare», «fa svanire gli effetti del vino e rende insonni».

Le conosceva anche Shennong, uno dei mitici padri fondatori della civiltà cinese, che classificò le piante e le erbe (le avrebbe assaggiant­e tutte, una a una) suddividen­dole tra commestibi­li (398 mila) e pericolose per l’uomo (47 mila). Grazie alla trasparenz­a del suo stomaco, poteva vedere cosa succedeva all’interno del corpo. Per prime provò delle foglie verdi e vide che avevano la proprietà di pulire l’intestino. Le chiamò cha e così ancor oggi si dice tè in Cina e, con minime varianti, anche in altri Paesi come Giappone, Corea, India, Iran, Russia e Portogallo ( tè, thé, tea, tee derivano dalla pronuncia te dello stesso carattere in alcuni dialetti cinesi meridional­i). Ogniqualvo­lta Shennong si sentiva male per aver assunto un’erba velenosa, masticava foglie di tè e subito guariva. Però un giorno mangiò un fiore giallo che gli lacerò l’intestino e, prima di riuscire a prendere il miracoloso antidoto, morì. La gente chiamò quel fiore duanchangc­ao, «erba-spacca-budella».

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