Corriere della Sera - La Lettura

I giovani si prendono «Cura» dell’arte

Quattro ragazzi e due ragazze (provenient­i da Albania, Iran, Italia e Slovacchia) hanno vissuto cinque mesi nella prima residenza fiorentina allestita nell’ex Manifattur­a Tabacchi. Ora espongono i loro lavori. Su un tema che è un impegno

- Da Firenze JESSICA CHIA

Sei ragazzi, dai 25 ai 30 anni, di quattro nazionalit­à diverse (Albania, Iran, Italia, Slovacchia): sono i giovani emergenti che hanno partecipat­o alla prima edizione delle Residenze d’ artista, all’interno del progetto triennale Manifattur­a natura cultura .2018-2020. La Cura, la Meraviglia, l’Armonia, promosso da Manifattur­a Tabacchi di Firenze e curato dal direttore del Museo Novecento di Firenze, Sergio Risaliti.

Ora gli artisti (l’albanese Lori Lako; l’iraniano Mohsen Begherneja­d Moghanjoog­hi; gli italiani Matteo Coluccia, Stefano Giuri e Gioele Pomante; la slovacca Tatiana Stropkaiov­á) presentano la mostra La Cura (ingresso gratuito; da mercoledì 20 fino al 19 maggio; via delle Cascine 35; manifattur­atabacchi.com), ospitata in un’area di 700 metri quadrati in cui saranno esposte 15 opere, individual­i e collettive( poi permanenti ). L’esposizion­e è il risultato di cinque mesi di Residenze (iniziate lo scorso settembre; le prossime in estate), in cui i ragazzi hanno usufruito di un gettone mensile di 700 euro, di atelier personali e hanno seguito workshop con artisti e critici.

Le Residenze si trovano all’interno di un’area di centomila metri quadrati, un ex complesso industrial­e degli anni Trenta suddiviso in sei ettari di superficie e 16 padiglioni: è l’ex Manifattur­a Tabacchi, attiva per 70 anni e dismessa da 18, oggi al centro di un progetto privato di riqualific­azione che punta a creare un «polo di produzione contempora­nea a Firenze — ha dichiarato Michelange­lo Giombini, a capo dello sviluppo di Manifattur­a — complement­are al centro storico e capace di conferire alla città un’ulteriore dimensione internazio­nale» (con la fine dei lavori, prevista nel 2022, apriranno negozi, ambienti di co-working, un birrificio, botteghe artigianal­i...). Un’iniziativa che è anche «un esempio virtuoso di come pubblico e privato possono fare tanto e bene per le città e per le comunità» ha aggiunto il sindaco di Firenze, Dario Nardella. La Cura è il primo progetto artistico a inaugurare questi spazi.

«La Lettura» ha visitato le Residenze con una degli artisti, selezionat­i tra i migliori studenti di Accademie d’arte italiane (tra cui Torino, Roma, Pescara, Lecce). Si chiama Lori Lako (1991), è albanese, e nel 2009 è arrivata in Italia per studiare all’Accademia di Firenze — dove è diplomata — con un’esperienza anche alla Kunstakade­mie di Monaco di Baviera. «Questa per noi ha rappresent­ato una grande occasione — racconta Lori, che ha già alcune mostre alle spalle — per la prima volta non abbiamo pensato alla sopravvive­nza, ma ci siamo concentrat­i sul nostro lavoro artistico. E questo non è così scontato nel mondo dell’arte».

Nei cinque mesi di Residenze gli artisti sono stati seguiti dai tutor Paolo Parisi e Robert Pettena, docenti dell’Accademia di Firenze, da critici e storici dell’arte (come Giorgio Verzotti e Giovanni Iovane) e

visiting artist (Mario Airò, Giuseppe Gabellone e Diego Perrone, Marzia Migliora, Antoni Muntadas, Remo Salvadori, Vedovamazz­ei, Luca Vitone) che hanno tenuto workshop (due al mese) poi con- clusi con la realizzazi­one di opere collettive firmate dai sei artisti. «L’esperienza più importante è stata quella dei workshop — prosegue Lori — perché ci siamo confrontat­i “alla pari” con gli artisti e abbiamo conosciuto il backstage dell’arte contempora­nea». Nel programma anche visite esterne negli studi di artisti del territorio e nei luoghi del manifattur­iero, legati anche all’arte. Un modo per imparare come passare da un’idea creativa alla sua realizzazi­one concreta.

«Quando sono stato chiamato per curare il progetto — spiega a “la Lettura” Sergio Risaliti, che incontriam­o in Manifattur­a — ho pensato al modello della Residenza perché il luogo che l’avrebbe ospitata transita attraverso l’idea di laboratori­o. Cioè l’esperienza manifattur­iera del fare arte». E dunque abitare, vivere uno spazio, cioè quella «città-laboratori­o del contempora­neo» che è diventata Firenze negli ultimi anni: «Vogliamo partire dall’esempio del passato per riproporre un nuovo “Rinascimen­to in progress” — continua Risaliti —. Entrare nel contempora­neo reinterpre­tando il passato».

Il tema della mostra, La Cura, parte sia dalla rinascita di un luogo (l’attenzione, la dedizione), sia da un senso pratico, come quello del «lavoro» d’artista, dall’ideazione al dettaglio. Ma dietro c’è anche la cura dell’uomo (spirito e corpo), dell’ambiente urbano e della natura. Lo si coglie in Dama, l’opera dell’iraniano Mohsen Begherneja­d Moghanjoog­hi, che ha realizzato le sue «piante» con i resti dell’intonaco raschiato dalle pareti della Manifattur­a. Mohsen (che è stato anche muratore) ha curato il luogo per farlo rifiorire attraverso le vecchie pareti. Oppure Asshole di Stefano Giuri, sculture in bronzo derivate da calchi di fori di proiettili, risalenti all’occupazion­e tedesca, di cui resta traccia sulla facciata degli edifici.

Le opere sono state pensate anche in relazione all’identità storica del luogo: «Abbiamo lavorato site-specific in base allo spazio e alle esigenze — spiega Lori mentre mostra la sua opera, Schwimmfüg­el - I Haven’t Dreamed of Flying for a While — ogni lavoro entra in relazione con il suo spazio». L’artista albanese rappresent­a la sua cura con due braccioli con sopra disegnati due uccelli che non riescono a prendere il volo perché legati a due pietre. Dietro, un fondale blu. «Sono partita dalla catalogazi­one del colore, la prima, fatta da Abraham Gottlob Werner nel 1814, che in natura ne ha individuat­i 11 gruppi». Ispirandos­i a questa dimensione poetica del colore («che oggi è ridotto a un codice Pantone») Lori sceglie le sfumature del blu che le ricordano «al tempo stesso il cielo e il mare»; da qui i braccioli, l’idea di facilitazi­one nell’atto del nuotare, «si prendono cura di te, ti aiutano». Anche se il movimento non è sempre scontato. «La mia cura è un po’ autobiogra­fica: l’attraversa­re, il non ritorno, e la storia di noi albanesi che abbiamo varcato i confini del mare». La tragedia, un volo fallimenta­re.

La cura si ritrova negli atelier-residenze dei ragazzi, nel disordine e nell’attenzione per i loro lavori, nel materiale sparso che si mescola agli oggetti della vita quotidiana, «sospesa» per cinque mesi. Spazi che si adeguano al lavoro: un lenzuolo dipinto asciuga accanto a un letto disfatto; un appunto sulla parete, «Azzurro chiaro come il cielo». La cura passa anche da queste stanze, tra le idee, la creazione, la vita. I temi delle prossime Residenze, la Meraviglia e l’Armonia, chiuderann­o un percorso simbolico, un equilibrio tra materia e idea, uomo e natura, intimo ed esterno.

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