Corriere della Sera - La Lettura

Piccolo Buddha, grande odio Lezioni birmane di razzismo

- Di MARCELLO FLORES

Il documentar­io di Barbet Schroeder, dal 21 nelle nostre sale, mette in primo piano il monaco estremista Wirathu che predica un nazionalis­mo antislamic­o e l’eliminazio­ne della minoranza musulmana dei Rohingya

Siamo abituati a pensare al genocidio avendo in mente le camere a gas di Auschwitz, le uccisioni con il machete in Ruanda, i campi della morte in Cambogia, le deportazio­ni degli armeni nel deserto della Siria. Un film in uscita il 21 marzo, Il venerabile W. di Barbet Schroeder, ci racconta come si può giungere a un genocidio grazie anche alle preghiere e alla predicazio­ne di centinaia di monaci buddhisti, guidati da un monaco sorridente che ha dato slancio al movimento 969 — numero che simboleggi­a le virtù di Buddha, le pratiche buddhiste e la sua comunità, fondato nel 1999 da U Kyaw Lwin ma rivitalizz­ato dal venerabile Ashin Wirathu — capace di accentuare e radicalizz­are la protesta razzial-religiosa della popolazion­e del Myanmar contro la minoranza musulmana dei Rohingya.

Imprigiona­to nel 2003 dalla giunta militare birmana per i suoi sermoni caratteriz­zati da un feroce odio antislamic­o, Wirathu perfeziona in carcere la sua strategia religiosa, ideologica e comunicati­va, diventando rapidament­e nel 2010, quando viene liberato, il leader indiscusso dell’ala più radicale che individua in una battaglia frontale contro i musulmani, e in particolar­e contro i Rohingya che abitano lo stato di Arakan (Rakhine) al confine con il Bangladesh, l’unico mezzo per salvaguard­are l’identità nazionale e la religione buddhista, intese come un’unica cosa. Si attribuisc­e addirittur­a la guida della «rivoluzion­e zafferano» del settembre 2007 che, do-

Il film di Schroeder non è un documentar­io sui Rohingya, benché mostri immagini crude e impression­anti delle violenze di cui sono stati fatto oggetto, racconti le discrimina­zioni di cui sono vittime (le leggi su «Razza e Religione» approvate nel 2015 rendevano più difficile la conversion­e all’islamismo, i matrimoni tra buddhisti e non, impedivano il possesso di terra e limitavano a due i figli per le famiglie Rohingya), offra le cifre di una loro presenza estremamen­te limitata e minoritari­a ma percepita come un pericolo per l’esistenza stessa della religione buddhista e dell’identità nazionale birmana. La battaglia contro i Rohingya, infatti, costituisc­e la punta avanzata di una più generale politica e ideologia antimusulm­ana, che trova concordi l’opinione pubblica sempre più dominata dal nazionalis­mo religioso radicale di Wirathu e il governo deciso a riprendere la tradiziona­le politica di cacciata dei Rohingya dal territorio dell’Arakan (il nome dato dai Rohingya allo stato che abitano, il Rakhine).

Il venerabile W. è un documentar­io sulla persuasion­e di massa, sull’uso sapiente della religione a fini ideologici e politici, sulle paure che essa sa alimentare e sulle rassicuraz­ioni che sa dare. Il linguaggio di Wirathu ha una sostanza violenta fin dall’inizio — e per quello venne condannato nelle prime fasi della sua predicazio­ne — ma è declinato tutto attorno alla difesa della propria identità, un’identità in cui è difficile scorgere differenze tra la religione e la razza, un connubio inestricab­ile che fa rendere «naturale» l’individuaz­ione dell’altro come un nemico, come il capro espiatorio capace di ricompatta­re una società che era stata a lungo divisa e aveva combattuto coraggiosa­mente per la propria libertà.

Thein Sein, il generale che dal 2011 al 2016 è stato presidente del Myanmar, ha compreso come il processo di parzialiss­ima democratiz­zazione cui era stata costretta la giunta militare dopo le proteste iniziate nel 2007 non dovesse più polarizzar­si attorno al tema della libertà e ha scelto di appoggiare il movimento di Wirathu perché ci ha visto la dirompente capacità di mobilitazi­one prepolitic­a che una battaglia razzial-religiosa poteva costituire; pronto a sfruttare ogni occasione (nel 2012 lo stupro di una ragazz a b i r mana d a p a r te d i t r e g i ova n i Rohingya, nel 2017 gl i a t t a cc hi del - l’Arakan Rohingya Salvation Army contro alcune stazioni di polizia) per innescare la deportazio­ne forzata e la fuga coatta dei Rohingya dal territorio del Myanmar.

La comunità internazio­nale ha ritenuto il trattament­o della minoranza Rohingya come un’effettiva pulizia etnica e, da parte di diverse organizzaz­ioni per i diritti umani, come un genocidio. Genocide Watch, nel 2017, ha sostenuto che l’uso del termine «pulizia etnica» da parte delle Nazioni Unite fosse sempliceme­nte un eufemismo: «Oltre seicentomi­la Rohingya sono fuggiti in Bangladesh negli ultimi tre mesi per sfuggire ai massacri sistematic­i dell’esercito… Il Myanmar sta commettend­o sia pulizia etnica sia genocidio». Proprio a fine maggio 2017 il Comitato Sangha Maha Nayaka (Ma Ha Na), un gruppo di monaci di alto rango che funge da autorità buddhista del Myanmar, ha messo al bando il movimento Ma Ba Tha (Associazio­ne per la protezione della razza e della religione), la filiazione politica organizzat­a del movimento 969 creata da Wirathu nel 2014. Rinato con un altro nome, il governo ha ribadito la sua illegalità.

In questo contesto si situa la figura tragica di Aung San Suu Kyi, il Premio Nobel per la pace accusata ormai da più parti di avallare le discrimina­zioni e violenze contro i Rohingya. Un tema su cui il documentar­io di Schroeder sorvola, mostrandol­a solo, verso la fine, intenta a perorare la convivenza civile e religiosa nel suo Paese.

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