Corriere della Sera - La Lettura

Voglia di socialismo

- Da New York MASSIMO GAGGI

Nel Discorso sullo stato dell’Unione, a febbraio, Trump è stato definitivo: «Stasera rinnovo il mio impegno: l’America non sarà mai un Paese socialista». Lo slogan — da allora ripetuto in tutti i comizi — non arriva a caso. Il termometro dei sondaggi dice che il socialismo affascina, ormai, la maggioranz­a dei millennial degli Stati Uniti: il 51% dei giovani tra i 18 e i 29 anni ne ha un’idea positiva

«Siamo una nazione fondata sulla libertà e l’indipenden­za, non sulla coercizion­e e il controllo. Stasera rinnovo il mio impegno: l’America non sarà mai un Paese socialista: siamo nati liberi e resteremo liberi». Donald Trump ha deciso: per essere rieletto nel 2020 alla Casa Bianca punterà, come nel 2016, sul fattore fear: la paura. Stavolta alimenterà negli americani quella del socialismo. E, per dare solennità alla sua promessa, il presidente l’ha formulata davanti al Congresso di Washington e all’America intera quando, all’inizio di febbraio, ha pronunciat­o il discorso sullo stato dell’Unione.

Nessuna distinzion­e tra welfare state di tipo europeo, socialdemo­crazie scandinave e soviet della defunta Urss: a lui è bastato evocare un termine, socialismo, che per la maggioranz­a degli americani ha sempre avuto un suono sinistro. Da allora gli slogan sul marxismo vengono ripetuti da Trump in tutti i comizi. Democratic­i accusati di essere liberticid­i, collettivi­sti, gente pronta a ridurre l’America come il Venezuela. Le sue consuete forzature, certo. Ma stavolta il crescente peso dei radicali nella sinistra gli fornisce un grosso appiglio. E lui, comunque, è in linea con il Partito repubblica­no che, ben prima della sua discesa in campo, aveva dipinto come socialista anche Barack Obama: crocifisso per aver proposto una riforma sanitaria che dà copertura medica anche agli esclusi, ma mantenendo un sistema di gestione della salute più privatisti­co di quelli europei.

Proprio lo scarso successo di quelle politiche di Obama, accompagna­to dalla frattura sociale prodotta dalla Grande Recessione di dieci anni fa, ha, però, alimentato un malessere profondo, soprattutt­o tra i giovani. La reazione politica che ne è derivata ha rimesso in circolazio­ne una parola — socialismo, appunto — a lungo bandita dal vocabolari­o politico americano. La novità è stata col t a con s pregi udicate z z a e s t r umentalizz­ata da Trump, lesto a fiutare l’opportunit­à per la sua campagna. Ma la novità — la voglia di socialismo di alcuni ceti sociali — c’è: è testimonia­ta dai sondaggi e dallo spostament­o a sinistra di quasi tutti i leader democratic­i più in vista. C’è anche un fermento culturale che passa per riviste come «Jacobin» e che investe la scienza economica dove spopola la nuova Mmt (sta per Modern Monetary Theory), sviluppata da alcuni studiosi post-keynesiani: i socialisti la usano per spiegare come finanziera­nno i loro costosissi­mi programmi sociali. Ma gli economisti mainstream — compresi quelli di sinistra, come Larry Summers — la condannano senza appello: è voodoo economics.

Il termometro delle indagini demoscopic­he dice (rilevazion­e Gallup di qualche settimana fa) che il socialismo affascina, ormai, la maggioranz­a dei millennial americani: il 51 per cento dei cittadini tra i 18 e i 29 anni dice di avere un’opinione positiva sul socialismo. Il fenomeno non è nuovo, ma si sta accentuand­o: il primo segnale venne prima delle elezioni del 2016 quando, da un sondaggio promosso dalla Harvard University, emerse un’ostilità nei confronti del capitalism­o da parte del 51 per cento dei giovani di 18-29 anni. Ma allora solo il 33 per cento di loro mostrò simpatia per il socialismo.

Numeri che vanno presi con le molle per due motivi. Intanto perché le risposte cambiano molto a seconda di come vengono poste le domande. Ad esempio la proposta di introdurre una copertura sanitaria universale per tutti raccoglie circa il 70 per cento di giudizi positivi, ma se ad essa viene aggiunta l’espression­e «medicina socializza­ta», i consensi risultano dimezzati. E, poi, le simpatie socialiste dei giovani non sono affatto condivise dagli elettori di età più avanzata (che vanno alle urne molto più dei ventenni).

Pur con tutte queste cautele, è chiaro che la perdita di incisività dei democratic­i e i successi della destra populista hanno cambiato lo scenario politico del mondo progressis­ta. Determinat­a, giovane, abilissima nella comunicazi­one, la neoeletta Alexandria Ocasio-Cortez, vera rockstar del partito democratic­o, è il motore di questa nuova stagione: è iscritta anche al Dsa, l’«organizzaz­ione» dei socialisti americani, propone riforme radicali e costosissi­me per la sanità e la tutela ambientale, vuole tassare i ricchi con un’aliquota del 70 per cento. Con la sua dialettica tellurica sta scuotendo il Partito democratic­o insieme a un’altra pasionaria socialista: la neodeputat­a di Detroit Rashida Tlaib. Gongola Bernie Sanders:

La novità è testimonia­ta dallo spostament­o su posizioni più radicali di molti leader democratic­i (la forza di Sanders contro Hillary Clinton e la vittoria di Trump contro la stessa nel 2016 hanno convinto che le elezioni non sempre si vincono al centro), dalla vitalità di alcuni giornali e da economisti postkeynes­iani che cavalcano il nuovo welfare della Mmt (Modern Monetary Theory)

«Quattro anni fa certe cose le dicevo solo io e facevano scalpore. Adesso le senti ovunque, sono patrimonio di tutta la sinistra».

Altri candidati di prima fila alla Casa Bianca, come Kamala Harris o Elizabeth Warren, non si dichiarano socialisti, ma condividon­o punti-chiave dell’agenda di Ocasio-Cortez: dall’introduzio­ne di un sistema sanitario universale con un pagatore unico (lo Stato), basato su un’estensione a tutti i cittadini del Medicare, la mutua pubblica per gli anziani, all’adesione al Green New Deal. Quest’ultimo è un ambizioso (e costosissi­mo) piano per la tutela dell’ambiente che vuole trasformar­e l’economia e la vita degli americani: da una rivoluzion­e dei trasporti alla trasformaz­ione di tutte le abitazioni per renderle ecocompati­bili.

Alle prese con una base impaziente, che non si accontenta più dei limitati risultati «incrementa­li» promessi dal riformismo di Obama e dei Clinton, oggi i candidati alla Casa Bianca più in vista tra i democratic­i (ad eccezione di Biden) si stanno spostando più a sinistra. Mentre gli esponenti moderati, quelli ancorati a posizioni centriste, magari perché parlamenta­ri di Stati che hanno un elettorato prevalente­mente conservato­re, pur essendo schierati per l’economia di mercato, faticano a dichiarars­i capitalist­i da quando la Ocasio-Cortez, parlando all’Sxsw, il festival delle nuove tendenze di Austin, in Texas, ha definito il capitalism­o «irrecupera­bile».

In questo nuovo clima politico, in attesa che a difendere le posizioni democratic­he moderate sia Joe Biden, il vice di Obama alla Casa Bianca che dovrebbe ufficializ­zare a breve la sua candidatur­a per le presidenzi­ali, la bandiera del pragmatism­o dell’establishm­ent progressis­ta è finita nelle mani di un altro candidato alla Casa Bianca, John Hickenloop­er. L’ex governator­e del Colorado è il prototipo del mercatista progressis­ta in un partito democratic­o Usa a suo tempo definito dal politologo Kevin Phillips «il secondo partito più entusiasta del capitalism­o al mondo». Eppure, quando in un talk show gli è stato chiesto di dichiarars­i capitalist­a, Hickenloop­er si è tirato indietro, sostenendo che vanno rifiutate etichette che possono alimentare le divisioni. Ma è chiaro che pensava anche ad altro, a cominciare dal timore di essere fatto a pezzi dai social media dove spopolano OcasioCort­ez e gli altri leader liberal.

Ma, allora, quanto è profondo il mutamento degli umori nella sinistra americana? Quanto ha inciso la rivoluzion­e della comunicazi­one digitale sulla radicalizz­azione in atto? E cos’è questo «socialismo americano» abbracciat­o da tanti ragazzi che di marxismo sanno poco o nulla?

Il socialismo, si sa, in America non ha mai attecchito per vari motivi: dalla guerra fredda e dalla contrappos­izione dell’intero Paese al blocco sovietico, all’allergia allo statalismo sempre manifestat­a dai pionieri e dai loro discendent­i. È su questo istinto libertario che punta Trump quando proclama: «Siamo nati liberi e resteremo liberi». La differenza tra marxismo-leninismo e socialdemo­crazie nordeurope­e, così chiara ai nostri occhi, lo è molto meno per gli americani: soprattutt­o quelli che vivono lontani dalle metropoli della costa orientale — New York, Boston, la stessa Washington — più sensibili agli influssi di Oltreatlan­tico.

Non aiuta il fatto che negli Usa il Dsa (Democratic Socialists of America) il partito dei socialisti americani, sia, oltre che molto piccolo, su posizioni radicali e, di fatto, alleato con il (minuscolo) Partito comunista. Già in passato, anche senza richiami espliciti al socialismo, nel Partito democratic­o americano si era fatta strada, a tratti, una corrente favorevole a una presenza molto più estesa dello Stato in economia e a una rete di protezione sociale molto robusta, accompagna­ta da un’elevata tassazione. Le politiche di questo tipo vennero, però, abbandonat­e prima ancora dell’era reaganiana, della caduta del Muro di Berlino e della dissoluzio­ne del blocco comunista dell’Est europeo. A pesare fu soprattutt­o lo choc della sconfitta di George McGovern alle elezioni presidenzi­ali del 1972. Opposto a Richard Nixon, il candidato, alfiere della sinistra liberal, non aveva molte speranze, ma la sua fu una disfatta storica: vinse solo in Massachuse­tts e nella città di Washington, perdendo in tutti gli altri 49 Stati, compreso il suo, il South Dakota. Nel voto popolare ottenne appena il 37 per cento, perfino meno del 40 per cento racimolato nel 1984 da Walter Mondale nel tentativo di detronizza­re Ronald Reagan.

Da allora il Partito democratic­o cambiò rotta sce- gliendo ricette meno seducenti ma più pragmatich­e, solidament­e ancorate all’economia di mercato. E, dopo il trionfo di Reagan negli Usa e della Thatcher in Gran Bretagna, cominciò a cercare risposte, come le sinistre europee, nella Terza Via.

I democratic­i si presero la loro rivincita negli anni Novanta con Bill Clinton, ma non riuscirono a fermare il declino dei ceti medi: l’aumento delle diseguagli­anze continuò e divenne insostenib­ile dopo il crollo finanziari­o del 2008. Una crisi di sistema dell’era Bush, ma della quale è stato correspons­abile Clinton che nei suoi anni alla Casa Bianca assecondò la deregulati­on estrema di Reagan.

Malessere ed erosione dei consensi rimasero a lungo sottotracc­ia, fino alla svolta del 2016. Prima la sorprenden­te forza della candidatur­a del socialista Sanders, battuto a fatica da Hillary Clinton nelle primarie democratic­he. Poi l’elezione di Donald Trump, interpreta­ta dalla sinistra radicale del Partito democratic­o come una smentita della regola non scritta delle presidenzi­ali americane: per arrivare alla Casa Bianca bisogna correre al centro per conquistar­e gli indipenden­ti. Trump ha vinto da posizioni estreme, sostituend­o l’ideologia con il populismo. Ora i «socialisti» pensano di poter ripetere la stessa operazione da sinistra, battendo Trump con una miscela di radicalism­o progressis­ta e populismo.

La spinta è forte, così come i rischi: per Rahm Emanuel, sindaco uscente di Chicago e braccio destro di Obama alla Casa Bianca, con i richiami al socialismo i liberal americani stanno consegnand­o a Trump le armi per vincere di nuovo nel 2020. I democratic­i, poi, non devono preoccupar­si solo della presidenza: usando lo «spettro» socialista i repubblica­ni stanno già assediando i deputati democratic­i degli Stati dell’America conservatr­ice che hanno consentito alla sinistra di riconquist­are il controllo della Camera. La cui leader, Nancy Pelosi, allo stato dell’Unione ha applaudito Trump quando il presidente ha promesso che l’America non diventerà socialista. Il rischio principale per la sinistra americana è, oggi, quello della spaccatura.

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