Corriere della Sera - La Lettura

«I cattolici a Dubai non sono più fantasmi »

- Dalla nostra inviata a Dubai (Emirati Arabi Uniti) ANNACHIARA SACCHI

Sono cambiate le cose dalla visita di Papa Francesco? «Calma, calma, bisogna avere pazienza. Voi in Europa, anzi noi, abbiamo il vizio di volere tutto, subito e a basso prezzo». Paul Hinder, 76 anni, svizzero, frate cappuccino e vescovo, dal 2005 è Vicario apostolico dell’Arabia del Sud; la sua «superparro­cchia», con sede ad Abu Dhabi, riunisce Emirati Arabi Uniti (dove Francesco è stato in viaggio apostolico all’inizio di febbraio), Yemen e Oman.

Quindi nessun migliorame­nto?

«Ripeto, andiamoci piano. Ricordo che durante le primavere arabe ci si aspettava, in Occidente, la rivoluzion­e da un giorno all’altro, ma era un’illusione fin dall’inizio. Altro esempio: sono passati oltre 50 anni dal Concilio Vaticano II e ancora si registrano resistenze...».

Anche nelle «sue» terre il cambiament­o è un’illusione? Alla vigilia del viaggio del Papa, in un’intervista al «Corriere», lei aveva detto di essere fiducioso.

«E lo sono ancora. Dico solo che ci vuole tempo, Francesco è stato qui poco più di un mese fa, nell’anno della tolleranza proclamato dal governo locale continuano gli sforzi di dialogo, io stesso sono stato invitato a parlare di religione e religioni il prossimo 24 aprile».

Com’è l’atmosfera più in generale?

«Avverto un clima più disteso, tra i fedeli si percepisce ancora l’entusiasmo per la presenza del Papa negli Emira- musulmani, visto che in entrambe le religioni ci sono correnti fondamenta­liste che non apprezzano tale posizione. Devo però dire che ho incontrato tanti fedeli contenti di questo approccio».

Vince la corrente del dialogo?

«Necessaria­mente. Il dialogo con l’islam è una via obbligata per la convivenza in questo mondo globalizza­to».

Nel suo libro uscito a ottobre «Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’islam» (Emi, con Simon Biallowons e prefazione di Paolo Branca), ha scritto: «Preferisco un’Europa islamizzat­a a un’Europa che dimentica, o peggio, nega le sue radici religiose. Preferisco Maometto e le moschee all’ateismo e al relativism­o».

«E non sa quante critiche e problemi ha suscitato! A parte il fatto che era la frase di un mio confratell­o su cui mi sono trovato d’accordo, resto convinto che il riferiment­o all’assoluto sia fondamenta­le per l’esistenza umana: se lo abbandonia­mo il mondo sarà peggiore».

Si aspettava certe reazioni?

«Sì, soprattutt­o in quest’epoca di intolleran­za. Anche per questo dobbiamo ritrovare il senso del ritmo per la fede. E prendere esempio dal coraggio dei musulmani, che non si fanno alcun problema a srotolare il tappeto e dire la loro preghiera in un angolo, anche bene in vista. Dobbiamo credere in noi: più lo facciamo, come cattolici, più siamo convinti della nostra fede, meno abbiamo paura».

Negli Emirati c’è il ministero della Tolleranza...

«Servirebbe anche in Europa: io temo chi vede il diavolo dappertutt­o, l’accettazio­ne dell’altro sta diminuendo sempre di più, anche in Italia. Questo mi fa paura».

A proposito di paura: i fedeli cattolici si sentono minacciati nella sua parrocchia? Le croci restano vietate?

«Intanto diciamo che noi cristiani del Golfo (cosa diversa per Yemen e Arabia Saudita) godiamo di una certa libertà di culto. E che in tanti hanno una croce che pende dallo specchiett­o dell’auto. Ma è vero, ancora oggi le croci delle chiese non possono essere visibili dalla strada. Quella alla messa del Papa? Era stata eretta dal governo, una concession­e, non mi aspetto grandi gesti pubblici di apertura nei nostri confronti, qui resiste una certa prepotenza verso chi è diverso. Del resto ricordo il referendum che si tenne nella mia Svizzera a proposito dei minareti nel 2009: in fondo sono atteggiame­nti e sensibilit­à molto simili... Tornando al punto, noi cattolici cerchiamo di fare poco chiasso, di non infastidir­e nessuno».

Siete un milione però, tanti e in aumento.

«Io la chiamo chiesa pellegrina, fatta di lavoratori a termine, destinati a non fermarsi a lungo. Non esiste una tradizione cattolica in queste terre, oltre ad alcune tracce del cristianes­imo antico qui abbiamo dovuto ricomincia­re da zero. E forse per questo avverto nella comunità una profonda vivacità e freschezza: quando sono entrato con il Papa nell’arena di Abu Dhabi il 5 febbraio ho avvertito l’entusiasmo dei fedeli e sentito salire in me una forte emozione: avevo le lacrime agli occhi».

Come vi preparate alla Pasqua?

«Nelle comunità si organizzan­o manifestaz­ioni quaresimal­i, il venerdì facciamo la Via Crucis, tanti nostri fedeli digiunano, visitano gli ammalati e i prigionier­i, fanno un pellegrina­ggio in altre parrocchie».

Si può?

«Si può, con discrezion­e».

Eccellenza, come si trova negli Emirati?

«La prima volta in cui misi piede in queste terre assistetti a una tempesta di sabbia. Pensai: qui non posso rimanere neanche un minuto. La scorsa domenica c’era un clima simile, il vento soffiava dal deserto. Mi sono detto: sono passati quindici anni...».

 ??  ?? Il personaggi­o Paul Hinder (nella foto, a destra, insieme con il consiglier­e per la sicurezza degli Emirati Arabi, Hazza bin Zayed Al Nahyan) nasce nel 1942 a Lanterswil, in Svizzera. Nel 1962 entra nell’Ordine dei frati minori cappuccini e nel 1967 è ordinato sacerdote. Studia diritto canonico e teologia in Germania. Nel 2003 diventa vescovo ausiliare della Penisola arabica e nel 2005 assume l’incarico di vicario apostolico dell’Arabia del Sud (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen). Oggi è una delle voci più importanti della Chiesa cattolica nel dialogo con l’islam. Nel 2018 è uscito Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’Islam (Emi), scritto con Simon Biallowons
Il personaggi­o Paul Hinder (nella foto, a destra, insieme con il consiglier­e per la sicurezza degli Emirati Arabi, Hazza bin Zayed Al Nahyan) nasce nel 1942 a Lanterswil, in Svizzera. Nel 1962 entra nell’Ordine dei frati minori cappuccini e nel 1967 è ordinato sacerdote. Studia diritto canonico e teologia in Germania. Nel 2003 diventa vescovo ausiliare della Penisola arabica e nel 2005 assume l’incarico di vicario apostolico dell’Arabia del Sud (Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen). Oggi è una delle voci più importanti della Chiesa cattolica nel dialogo con l’islam. Nel 2018 è uscito Un vescovo in Arabia. La mia esperienza con l’Islam (Emi), scritto con Simon Biallowons

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