Corriere della Sera - La Lettura

Leggete i documenti Fu genocidio eccome

- di MARCELLO FLORES

Il modo in cui il professor M. Hakan Yavuz racconta molto sommariame­nte le vicende dell’Impero ottomano tra la fine dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale difficilme­nte si riuscirà a trovare nella quasi totalità dei libri di storia che sono stati scritti sull’argomento da studiosi di diverso orientamen­to. L’espulsione dei turchi dai territori che si resero a mano a mano indipenden­ti nel corso del XIX secolo dal governo di Istanbul (nel 1878, al termine della guerra russoturca, il congresso di Berlino stabilì che Serbia, Montenegro e Romania acquistass­ero l’indipenden­za, la Bulgaria l’autonomia e che la Bosnia-Erzegovina passasse sotto l’amministra­zione austriaca; più tardi si aggiunse la perdita della Libia e dell’Albania) determinò un profondo mutamento demografic­o e ideologico, che favorì la nascita di un nazionalis­mo musulmano turco, la cui cultura identitari­a, grazie soprattutt­o all’opera dello scrittore e ideologo Ziya Gökalp, venne costruita proprio a cavallo dei due secoli in contrappos­izione all’ottomanesi­mo e all’islamismo. Mehmed Nâzim, uno dei dirigenti dei Giovani turchi (il Comitato unione e progresso), spiegò che il Cup «non vuole nazionalit­à in Turchia. Vuole uno Stato-nazione turco unitario con scuole turche, un’amministra­zione turca e un sistema legale turco» (M. Sükrü Hanioglu, Preparatio­n for a Revolution, Oxford University Press, 2001).

La rivoluzion­e dei Giovani turchi, che ebbe all’inizio un carattere liberale e costituzio­nale, venne appoggiata dai partiti armeni e dai rappresent­anti delle minoranze dell’Impero ottomano. Il partito armeno Henchak, raggruppam­ento socialista rivoluzion­ario di minor peso del Dashnak, proprio dopo l’insurrezio­ne del 1908 abbandonò l’idea di un’Armenia indipenden­te e l’uso delle armi. Fu solo quando prevalse — nel congresso di Salonicco del 1910 — la corrente più radicalmen­te nazionalis­ta del Cup che le cose cambiarono, anche perché tra il 1908 e il 1913, soprattutt­o per via delle guerre balcaniche del 1912-1913, l’Impero ottomano perse un terzo del proprio territorio, quasi tutti i possedimen­ti europei (circa 4 milioni di abitanti per 90 mila chilometri quadrati). Nel corso delle guerre balcaniche ebbe luogo quel «massacro di musulmani» di cui parlarono molti osservator­i, tra cui il console britannico di Salonicco, ma nessuna violenza ebbe luogo nell’Anatolia orientale popolata dalla maggioranz­a armena né alla vigilia della Prima guerra mondiale alcun partito armeno si pronunciò a favore di un’alleanza con la Russia. Ribadirono, al contrario, la propria fedeltà all’Impero ottomano (e infatti fino al febbraio 1915, quando vennero disarmati, gli armeni combattero­no e morirono nell’esercito ottomano nelle battaglie contro i russi).

Il contesto complessiv­o che si crea negli anni precedenti alla Prima guerra mondiale (la rivoluzion­e dei Giovani turchi, le guerre balcaniche) è fondamenta­le non per cercare di «giustifica­re» le violenze contro gli armeni, come sembra fare Yavuz sulla scia di una tradizione per fortuna sempre più inconsiste­nte, ma per comprender­e la radicalizz­azione del nazionalis­mo turco e la decisione che — dopo le grandi sconfitte militari dell’inverno 1914-1915 e l’approssima­rsi dello sbarco a Gallipoli che si riteneva avrebbe portato alla resa (e infatti Istanbul venne evacuata nell’ipotesi di un rapido arrivo dei soldati britannici) — venne presa per «risolvere» la questione armena. Con le leggi di «deportazio­ne provvisori­a», 27 maggio 1915, e di «esproprio e confisca temporanea», 10 giugno, che fanno seguito alla dichiarazi­one delle potenze dell’Intesa (pubblicata il 24 maggio: vi è presente per la prima volta un richiamo a «crimini contro l’umanità»), ha inizio la prima ondata del genocidio che porterà a quasi 800 mila morti, sia uccisi direttamen­te sia periti nel corso della deportazio­ne; la seconda ondata, che avrà luogo tra fine 1915 e 1916, sulla base di una nuova legge che poneva il 10 per cento come tetto massimo di presenza di una «minoranza» cristiana nella regione attorno ad Aleppo (nel resto del Paese era del 5 per cento), condurrà alla morte circa mezzo milione di persone, che avevano trovato salvezza nei campi del deserto siriano e si reputavano, così, più fortunate dei loro connaziona­li morti precedente­mente.

Yavuz non vuole entrare nella discussion­e sul «trasferime­nto e la morte di molti armeni durante la Prima guerra mondiale» ma solo sul suo carattere genocidari­o, che rifiuta categorica­mente. Lo nega sulla base del non essere mai stata pronunciat­a, l’accusa di genocidio, da un tribunale: dimentican­do che nessuna corte si può occupare di fatti così lontani, ma che il Tribunale permanente dei popoli nell’aprile 1984 giudicò quell’evento un genocidio. Ma soprattutt­o dimentican­do che la «intenziona­lità» dell’eliminazio­ne degli armeni da parte del triumvirat­o al potere nell’Impero ottomano è stata confermata più volte: nei dibattiti al Parlamento turco subito dopo la fine del conflitto, nei processi che si svolsero tra il febbraio 1919 e il luglio 1920 (a Yozgat, a Trabzon, a Harput, a Erzincan e a Istanbul, dove vennero condannati a morte in contumacia Talât, Enver, Cemal e Nâzim) e dalla ricerca storica in più occasioni.

Se ancora qualcuno nutrisse dubbi, in buona fede, sulla intenzione di risolvere radicalmen­te la questione armena da parte del governo ottomano, con l’aiuto della paramilita­re Organizzaz­ione speciale e dell’esercito, ha adesso a disposizio­ne l’ultimo lavoro di Taner Akçam, lo studioso turco professore alla Clark University nel Massachuse­tts, che è certamente oggi l’esperto più accreditat­o nella ricerca su questo delicato argomento: Killing

Orders, pubblicato da Palgrave Macmillan nel 2018. Si tratta di un libro-modello sull’uso di documenti storici e sulla discussion­e che alcuni di essi hanno provocato in passato, sull’affidabili­tà delle fonti e sulla loro possibile falsificaz­ione, sui riscontri possibili e necessari per giungere a quella «verità» storica che non può certo riguardare l’interpreta­zione ma deve, invece, essere rivendicat­a nei confronti dei documenti su cui l’interpreta­zione si può e si deve fondare.

Il cuore del materiale disponibil­e è una serie di telegrammi spediti dal ministro degli Interni turco Mehmed Talât a ufficiali di stanza in Aleppo; in uno di essi si legge: «Siete già stati informati precedente­mente della decisione ufficiale (...) che tutti gli armeni in Turchia debbano essere completame­nte estinti e annientati». Akçam usa i telegrammi in gran parte già pubblicati nel 1919 da Aram Andonian, un giornalist­a sopravviss­uto ai massacri che li aveva ricevuti da un funzionari­o dell’ufficio deportazio­ne, Naim Effendi, parte in copia e parte in originale.

Nel 1983 la Società storica turca aveva pubblicato un libro in cui si sosteneva che quei documenti erano falsi o erano stati falsificat­i. Utilizzand­o anche altre carte, presenti negli archivi ottomani o negli archivi del Patriarcat­o armeno di Gerusalemm­e (queste ultime mai viste e pubblicate), Akçam mostra la veridicità dei documenti Ardonian e spiega le differenze che sono presenti in diverse copie degli stessi, giungendo alla conclusion­e definitiva che si tratta di autentico materiale d’archivio. Una conclusion­e che ogni storico dovrebbe accogliere con rispetto e soddisfazi­one, perché risponde in modo esauriente a decenni di dubbi, polemiche e negazioni.

Il Tribunale permanente dei popoli ha accettato la definizion­e nel 1984. E l’intento di sterminio risulta confermato da molte fonti diverse, anche ottomane. Decisivi i telegrammi ufficiali che il ministro degli Interni turco Tâlat mandò ai militari di stanza ad Aleppo

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