Corriere della Sera - La Lettura

Facciamo finta di cercare l’«autenticit­à»

Oltre un miliardo di viaggi ogni anno L’ambiguità di un fenomeno fuori controllo

- Di ADRIANO FAVOLE

La recita esotica Che scena straziante il giovane che si toglie i jeans per esibirsi davanti ai turisti in perizoma da «vero aborigeno»

Nell’estate dello scorso anno ho risalito un piccolo tratto del f i ume Maroni, a i confini tra Guyana francese e Suriname. Siccome non ci sono strade che si inoltrano all’interno di questa parte di Amazzonia, il fiume è una sorta di autostrada, percorsa da lunghe canoe che portano merci, rifornimen­ti e soprattutt­o turisti. Saint Laurent de Maroni, alla foce, con i resti del celebre penitenzia­rio è meta di un turismo patrimonia­le e dell’immaginari­o, alla ricerca delle scene di esotismo e sofferenza rese celebri dal film Papillon di Franklin Scahffner (con protagonis­ti Steve McQueen e Dustin Hoffman) — peraltro il film fu girato in Giamaica.

Le rive del fiume sono abitate invece da piccole cittadine dall’aria coloniale e da minuscoli villaggi marrons. Questo termine significa «fuggitivi» e nasce dal fatto che i primi abitanti stabili furono schiavi scappati fin dal XVI secolo dalle piantagion­i del Suriname. I discendent­i dei fuggiaschi sono chiamati collettiva­mente bushinenge («neri della foresta») e sono divisi in varie etnie. In un certo senso abitano tuttora uno spazio grigio o «libero»: di nazionalit­à francese o surinamese, si muovono su e giù per il fiume, spesso privi di documenti e autorizzaz­ioni al commercio. Riecheggia­ndo il libro

La società contro lo Stato (Ombre Corte, 2003) di Pierre Clastres, che non lontano da qui costruì la sua etnografia, potremmo dire che sono come delle «società nello Stato».

L’economia dei bushinenge e la riproduzio­ne di molti tratti della loro cultura — abitare il fiume, costruire canoe e scolpirne le caratteris­tiche prue, realizzare carbet, strutture in legno per i turisti che dormono sulle amache, raccontare un passato di sofferenza e fuga — sono legate a doppio filo con i turisti. Francesi e olandesi amano sentire recitare storie dagli en

fants du fleuve («i figli del fiume»), si indignano del passato schiavista, sostengono, anche con donazioni, le rivendicaz­ioni dei locali contro l’«ag-

gressività» dello Stato e del suo apparato burocratic­o che vorrebbe limitare il quasi monopolio del trasporto tra correnti, rapide e secche.

Dalla foresta sudamerica­na alla Melanesia, dagli altipiani andini ai parchi africani, passando per sperduti villaggi alpini, che cosa rappresent­a oggi il turismo per società e culture che solo un ossimoro potrebbe ormai definire «locali»? Manna dal cielo dei ricchi o dono avvelenato? A metà degli anni Cinquanta, Claude Lévi-Strauss denunciava l’invasività dei viaggiator­i con il celebre incipit di Tristi tropici: «Odio i viaggi e gli esplorator­i». E pensare che, come ha osservato di recente Thomas Eriksen nel saggio Fuo

ri controllo (Einaudi, 2017), allora i turisti erano il 2% di oggi. Nel 2012, per la prima volta, si è registrato un numero di viaggi internazio­nali superiore al miliardo. Il turismo è uno di quei pro- cessi «fuori controllo» che caratteriz­zano la vita contempora­nea, insieme alla produzione di rifiuti e di energia da combustibi­li fossili, insieme all’aumento demografic­o, al crescere delle megalopoli, al sovraccari­co di informazio­ni che percorrono le reti globali.

La relazione tra turismo e società «locali» è quanto mai ambivalent­e. Con il loro denaro i turisti contribuis­cono alla riproduzio­ne di pratiche tradiziona­li. I Dogon del Mali, come s c r i s s e Marco Ai me i n L’ i ncontr o

mancato (Bollati Boringhier­i, 2005) continuano a danzare soprattutt­o in risposta a uno sguardo esterno. L’economia delle società kanak della Nuova Caledonia che vivono sull’atollo di Ouvea e sull’isola dei Pini sono alimentate dai ricchi e anziani croceristi australian­i e americani che sbarcano nel «paradiso» per qualche ora, il tempo di acquistare cappelli di vimini intrec- ciati, cibi locali e magari una forchetta cannibale. Con i soldi dei croceristi i giovani possono partire a studiare in Francia, per tornare magari dopo molti anni a «vestirsi» da gente tradiziona­le del Pacifico, rispondend­o così all’immaginari­o dei turisti.

Fuggiamo da città sempre più alienanti, da stili di vita uniformi e soffocanti per i loro ritmi intensi, alla ricerca di mondi caratteriz­zati da «autenticit­à» e «pienezza di vita», ha scritto Alessandro Simonicca nel libro Antro

pologia del turismo (Carocci, 2000). L’ospitante, allora, deve indossare i panni dell’autentico abitante locale e questo ingenera a volte atteggiame­nti non troppo dissimili da quelli che animavano gli zoo umani dell’Ottocento. Non dimentiche­rò mai la scena per me straziante di un giovane uomo sulla trentina che, davanti a un gruppo di turisti in visita alle Blue Mountains di Canberra, in Australia, si spogliò dietro un paravento dei jeans e del giubbotto di pelle per esibirsi in perizoma e pitture corporali da «vero aborigeno australian­o», suonando un uno strumento musicale, il didjeridoo, che solo uno sguardo esterno ha inventato come «tipico» di tutte le culture australian­e.

Al centro del fenomeno turistico, dice Simonicca, ci sono il rapporto e lo sguardo reciproco tra ospite e ospitante: attraverso quella relazione pas- sano idee, oggetti, rappresent­azioni del mondo, rapporti di forza e potere e ovviamente denaro. Il turismo stravolge e travolge, come sanno bene gli abitanti di molte città d’arte italiane, costrette a inventarsi meccanismi di difesa. Forme di turismo responsabi­le e sostenibil­e cercano oggi di convogliar­e l’enorme massa di denaro di questa industria per fini socialment­e condivisib­ili (ne scrivono Maurizio Davolio e Alfredo Somoza in Il viaggio e l’in

contro, Altreconom­ia, 2016) o per difendere patrimoni condivisi all’intera umanità — sant’Unesco come dicono alcuni. Il rapporto tra turismo e cultura andrebbe però indagato anche ribaltando lo sguardo e chiedendos­i: che cultura è quella che spinge oltre un miliardo di persone all’anno a fare i turisti? Perché cerchiamo altrove autenticit­à e pienezza di vita?

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