Corriere della Sera - La Lettura

Il fallimento del progresso

Contro La Terra sta morendo e ciò che resta delle donne e degli uomini — pallidi esseri che non possono avere figli — si rifugia in una stazione orbitale. Qui l’intelligen­za artificial­e controlla i pensieri, un dittatore conduce esperiment­i di biologia si

- Di ALESSIA RASTELLI

Donne e uomini di un pallore spettrale, senza più speranza di avere figli, si trascinano sul suolo arso di Ciel, una stazione orbitale fluttuante nello spazio, collegata alla Terra da «invisibili cordoni ombelicali tecnologic­i». Il nostro pianeta, devastato dal riscaldame­nto globale e dalle guerre, è una «morente palla di fango» dalla quale vengono succhiate le ultime risorse. Nella nuova «casa, per sempre lontani da casa», un’intelligen­za artificial­e controlla i sogni e i pensieri, i droni «svolazzano come un tempo usavano fare gli insetti e gli uccelli». Le piante sono clonate. Un dittatore malvagio conduce esperiment­i di biologia sintetica. In tribunale la giustizia è amministra­ta da ologrammi. Le guerre non si vincono con le armi ma con i dati.

È il 2049 immaginato e raccontato dalla scrittrice americana Lidia Yuknavitch nel romanzo Il libro di Joan, pubblicato in Italia da Einaudi. Il nostro destino tra trent’anni, incarnato in questo mondo altro con fantasia potente e visionaria e, al contempo, con una precisione di dettagli che lascia senza scampo. Distopia, ma non solo. Una fantascien­za nuova, nella quale la frontiera tecnologic­a non è altrove, ma così vicina e verosimile da sembrare già qui. Il dittatore — si legge — «non fece altro che sostituire ogni divinità, ogni etica, ogni scienza, con il potere della rappresent­azione: un’idea nata sulla Terra, sviluppata grazie ai media e alla tecnologia, e perfeziona­ta nello spazio».

Proviamo fastidio, senso di oppression­e, orrore. Ma il segreto del libro — Yuknavitch è scrittrice intensa, ha subito abusi, è stata alcolista e in galera, ma ha saputo rialzarsi e diventare la pupilla di Chuck Palahniuk — risiede nella capacità, pure in questo tecno-inferno post apocalitti­co, di lasciar filtrare l’amore. Empatia nella desolazion­e. «Acqua che scava il Grand Canyon», per usare un’immagine che l’autrice stessa ha proposto in un Ted Talk, divenuto popolare, sulla «bellezza di essere disadattat­i». Al telefono con «la Lettura» racconta il suo libro.

L’immagine della tecnologia che ne emerge è angosciant­e. Corriamo gli stessi rischi nella realtà?

«Ho appositame­nte accentuato la separazion­e, anche fisica, tra la rappresent­azione della tecnologia e quella del pianeta, tra la stazione orbitante Ciel e la Terra, come se fossero l’una il contrario dell’altra. Il mio intento è allegorico. Non sono contro la tecnologia, che di per sé non è né buona né cattiva. È il modo in cui la stiamo usando che porta alla distruzion­e del pianeta e del- l’umanità. L’abbiamo piegata a un uso capitalist­ico. Sacrifichi­amo il progresso all’avidità e al potere. Creiamo strumenti sempre più avanzati per uccidere, persino i civili, ma non, ad esempio, per combattere l’emergenza climatica. La domanda che nel libro pongo è: possiamo cambiare la nostra relazione con la tecnologia e avviarne una di amore con il pianeta?».

Possiamo?

«Io sono una persona fra le tante che narrano quanto sia urgente farlo. Siamo davvero indietro, dobbiamo recuperare. Quando scrivevo questo libro, qualche anno fa, già sentivo una crescente tensione, la spaventosa avidità del mio Paese che avanzava e mi faceva stare male. Ma ora siamo arrivati al punto che un attentator­e in Nuova Zelanda dichiara d’ispirarsi a Donald Trump. Le idee distruttiv­e si stanno diffondend­o. Quel futuro che sentivo arrivare è già qui, adesso».

Internet e i social network hanno responsabi­lità?

«Ci sono casi come l’attivismo ambientale, movimenti come #blacklives­matter e #metoo, per i quali la capacità della Rete di raggiunger­e subito una massa critica è volta al bene. Al momento, tuttavia, mi sembra che i social siano spesso veicolo di violenza. Nei commenti online vedo il peggio delle persone. Ma non dirò che viviamo in tempi terribili. I tempi sono sempre stati terribili. Suggerisco piuttosto che, nell’epoca del virtuale, torniamo a mettere i nostri corpi in prima linea».

Che cosa intende?

«Faccio un esempio. Negli Stati Uniti, al confine con il Messico, i bambini figli di migranti vengono separati dai genitori. Ecco, dobbiamo andare negli aeroporti o nei centri dove sono trattenuti. Fare domande, raccontare quello che vediamo. Mettere i nostri corpi nei luoghi dove tutto questo sta accadendo».

In Italia lo ha suggerito lo scrittore Sandro Veronesi. Sul piano della fiction, nel «Libro di Joan» gli abi-

tanti di Ciel incidono storie sulla pelle. «Dopo che i social smisero di saziare la nostra fame, dopo gli ologrammi e la realtà virtuale, qualcuno da qualche parte abbassò lo sguardo (...): la pelle. La nuova carta. La nuova tela. Il nuovo schermo». Nell’epoca del virtuale, il corpo, la fisicità, sono forme di resistenza?

«È difficile rispondere. Da un lato, ridimensio­nare il valore del corpo potrebbe far diminuire atti di violenza come le aggression­i fisiche, gli omicidi. Dall’altro, però, sembra che più i conflitti diventano virtuali, meno ci percepiamo umani. Piuttosto, sempre più come sistemi. Il che non mi pare stia portando buoni risultati. Nel romanzo amplifico l’idea che anche le narrazioni vanno riportate ai corpi. Pensiamo al cristianes­imo, a Gesù sulla croce: che immagine forte è diventata! Un’intera religione incentrata attorno a un corpo. In maniera laica, uno dei personaggi del libro, Christine, fissa sulla sua pelle la storia di Joan, misteriosa eroina al servizio del pianeta. Un’incisione che vuole anche significar­e la riappropri­azione da parte delle donne — alle quali a lungo sono stati sottratti — del loro corpo e del modo di narrarlo».

A proposito dei romanzi distopici e post apocalitti­ci fioriti in America negli ultimi anni, la giornalist­a Alexandra Alter ha scritto sul «New York Times» che «l’attuale ossessione per il collasso della civiltà sembra avere meno a che fare con un trend culturale ma più con un attacco di panico collettivo». È d’accordo? «Sì, perché ciò che narriamo non appartiene al futuro. L’abbiamo già fatto. Abbiamo depredato la Terra, la xenofobia cresce. Per il mio romanzo si parla anche di fantascien­za, ma non so se sia la definizion­e giusta. Il libro di Joan è una rappresent­azione di ciò che è già qui». I personaggi-narratori del romanzo esprimono l’esigenza di un linguaggio nuovo. La sente anche lei?

«Sì, a vari livelli. Per il libro ho attinto alle parole della scienza e dell’informatic­a. In generale penso che umanisti e ingegneri, esperti di etica e di tecnologia, dovrebbero lavorare sempre più insieme, per evitare pericolose derive. Tutti, inoltre, abbiamo la responsabi­lità di narrare senza allinearci al potere. In questo tempo di odio e paura dell’altro, dobbiamo proporre una narrazione diversa, ricordare che abbiamo un cuore. Nel romanzo ho inserito diverse storie d’amore, che per me valgono quanto denunciare le storture del potere e della tecnologia. Ho complicato apposta la trama, per mostrare cosa cambia quando si ridà priorità agli aspetti umani dell’esistenza».

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 ??  ?? LIDIA YUKNAVITCH Il libro di Joan Traduzione di Laura Noulian EINAUDI Pagine 274, € 20Il romanzo Il libro di Joan è un romanzo distopico, ambientato nel 2049: la Terra sta morendo e l’umanità si è rifugiata su una stazione artificial­e fluttuante nello spazio. Lidia Yuknavitch (sopra), nata nel 1963 a San Francisco, California, vive nell’Oregon. Insegna Scrittura creativa, letteratur­a e studi femminili alla Eastern Oregon University
LIDIA YUKNAVITCH Il libro di Joan Traduzione di Laura Noulian EINAUDI Pagine 274, € 20Il romanzo Il libro di Joan è un romanzo distopico, ambientato nel 2049: la Terra sta morendo e l’umanità si è rifugiata su una stazione artificial­e fluttuante nello spazio. Lidia Yuknavitch (sopra), nata nel 1963 a San Francisco, California, vive nell’Oregon. Insegna Scrittura creativa, letteratur­a e studi femminili alla Eastern Oregon University
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