Corriere della Sera - La Lettura

Ho fatto l’autopsia all’anima di Chanel

Il personaggi­o Dopo Marilyn, la studiosa Liliana Dell’Osso compie un’esame psicologic­o della rivoluzion­aria stilista. «Ha danzato per tutta la vita sull’orlo dell’abisso in cui la Monroe precipitò» La diagnosi «Coco, come anche l’attrice, ha manifestat­o,

- Di RANIERI POLESE

Sulla copertina del libro Il caso Coco Chanel. L’insopporta­bile genio (Giunti), un disegno riproduce la celebre foto di Man Ray. L’anno è il 1935, la creatrice di moda è al culmine del suo successo, grazie al profumo, gli abiti, i cappelli, la bigiotteri­a, l’amicizia con grandi scrittori e artisti. Fiera, la sigaretta in bocca, abito nero, cinque giri di perle al collo, lo sguardo deciso: è l’immagine di una donna di potere. «Ma è un’immagine costruita, artefatta, come il personaggi­o», commenta Liliana Dell’Osso che firma il libro con Dario Muti e Barbara Carpita. Ripercorre, il libro, la biografia di Gabrielle «Coco» Chanel (1883-1971) con l’attenzione e il metodo con cui si fanno le diagnosi di persone affette da disturbi psichici. Questa donna che ha rivoluzion­ato la moda (abolizione di corsetti e imbottitur­e, pantaloni e altri abiti di foggia maschile, predilezio­ne per il bianco e nero, uso di tessuti come il jersey fino allora mai impiegato per abiti femminili), che non ha mai voluto raccontare la sua infanzia in provincia, che sistematic­amente fabbricava menzogne sul suo passato, diventa un caso di studio. Dell’Osso dirige l’Unità operativa di Psichiatri­a e la Scuola di specializz­azione dell’Università di Pisa. Fra le molte pubblicazi­oni scientific­he, del 2016 è L’altra Marilyn. Psichiatri­a e psicoanali­si di un cold case (Le Lettere).

Tre anni fa, Marilyn Monroe, oggi Coco Chanel: due «casi» da sottoporre a una «autopsia psicologic­a». Marilyn muore tragicamen­te (più omicidio che suicidio), Chanel, dopo un periodo di sbandament­o politico ed esistenzia­le fra gli anni Trenta e Quaranta, risorge e torna a essere l’incarnazio­ne dell’idea stessa della moda. Che cosa unisce queste due donne, oltre la celebrità?

«Tre caratteris­tiche principalm­ente. La prima è quella di aver contribuit­o a ripensare drasticame­nte il concetto di femminilit­à. Norma Jeane ha inventato Marilyn, maschera iperfemmin­ile e straordina­riamente seduttiva. Gabrielle ha cambiato la configuraz­ione sociale della donna, trasforman­dola in una figura moderna, dinamica e attiva, coordinata e non subordinat­a all’uomo: femminista ante litteram, ha inventato Coco, la donna del Ventesimo secolo. Entrambe rimarranno nella cultura popolare, idoli contempora­nei, “sante” moderne, icone immortali. Ciò conduce alla seconda caratteris­tica: il pensiero divergente, creativo, innovativo. Una scintilla brillante, precocemen­te estinta in Marilyn, e una luce decisament­e più fulgida e persistent­e in Coco. Alla radice, infine, si ha la terza coincidenz­a fra le due: entrambe queste donne hanno manifestat­o, seppur con gravità drammatica­mente differente, una sintomatol­ogia riconducib­ile, in ultima analisi, a sintomi e tratti dello spettro autistico».

Il «caso Marilyn» era nato in un seminario, a fini didattici (si erano indicati dettagli della vita e i gravi disagi psicologic­i, ma senza fare il nome), perché i partecipan­ti al corso facessero una diagnosi. Ma il «Caso Coco Chanel» com’è nato?

«La ragione che ha portato il caso di Coco Chanel al centro delle nostre ricerche ha origine nel desiderio di abbattere lo stereotipo della prevalenza, nel genere maschile, della sindrome di Asperger, disturbo autistico generalmen­te associato alla creatività e alla genialità. In linea con le ricerche condotte con il mio gruppo presso l’Università di Pisa, serviva un caso emblematic­o di figura femminile ad alto funzioname­nto sociale, mai diagnostic­ata come Asperger. Coco si è imposta subito all’attenzione, e lì è rimasta»

In entrambi i casi, lei segue un identico paradigma: spettro autistico nell’infanzia; vulnerabil­ità nei confronti dei traumi (Marilyn: madre pazza, famiglie in affido, forse abusata; Chanel: morte della madre, il padre la mette in collegio e se ne disinteres­sa); comportame­nto «borderline».

«È appunto il modello di disturbo borderline che, negli ultimi cinque anni, ho indagato in vasti campioni di pazienti, in collaboraz­ione con importanti università

italiane. Ciò che bisogna notare, tuttavia, è che le differenze fra le due figure sono tutte descrivibi­li nei termini ora di vulnerabil­ità, ora di resilienza: i due poli opposti della stessa dimensione. Si potrebbe dire che, per tutta la sua lunga vita, Coco abbia danzato sull’orlo dell’abisso in cui Marylin, purtroppo, finì con il cadere».

Comune alle due donne, la creazione di una maschera («persona»), grazie alla quale ottengono il successo. In entrambi i casi, vogliono essere desiderate: Marilyn per il sesso; Chanel per i suoi abiti.

«Ed entrambe, per tutta la vita, soffrirann­o del richiamo sociale e dell’enorme successo (pur costanteme­nte ricercato e ossessivam­ente perseguito, in una sorta di “dipendenza dalla fama”) di questo costrutto artificial­e che si sono poste volontaria­mente sul volto, a causa della difficoltà, “autistica”, di interagire socialment­e. È uno dei paradossi dello spettro autistico, specialmen­te quello femminile: si crea una struttura artificial­e per interagire con il mondo, spesso straordina­riamente efficace. Ma il costo per mantenerla è enorme, fino a diventare insostenib­ile».

Molto più di Marilyn, Chanel manipola, sfrutta i suoi uomini. Saranno loro a finanziare l’apertura della boutique a Parigi e la crescita della sua produzione.

«Con Coco il topos si inverte. Saranno infatti gli uomini a diventare le sue “muse”, occasione per ispirare abiti, produzioni, attività. Almeno, ciò avviene per larga parte della sua carriera: il momento di maggiore sofferenza soggettiva e di massima fragilità coincide proprio con una relazione in cui lei si abbandona a una figura decisament­e più modesta: Paul Iribe».

Tutt’e due soffrono di insonnia, e ricorrono a farmaci; Chanel soprattutt­o a iniezioni di morfina.

«Una coincidenz­a non da poco: la dipendenza dai farmaci e dalle sostanze psicostimo­lanti, nei confronti delle quali si configuran­o condotte di abuso, è un marcatore di profonda sofferenza soggettiva, riconducib­ile a un disturbo post-traumatico da stress. In Coco coincise con il lutto traumatico di Arthur “Boy” Capel, il grande amore della sua vita, morto in un incidente di auto nel 1919».

In entrambe è rilevante un ricorso continuo alla menzogna. Ma se in Marylin la bugia è dolorosa, suscita quasi compassion­e («sono la figlia di Clark Gable» diceva da bambina), in Chanel è più abitudinar­ia, anche se soprattutt­o le serve a non dire niente sulla sua infanzia.

«Questo è l’effetto dei tratti resilienti di Coco. Le menzogne di Marylin, così come i “monroeismi”, sono un po’ dei sintomi negativi: testimonia­no un deficit. Quelle di Coco sono menzogne apparentem­ente casuali, ma la cui funzione è quella di stendere una cortina di fumo; e di un coerente ripudio del principio di carità comunicati­va: servono a distanziar­la dai comuni mortali».

Se Marylin è abitata e condannata da un inesauribi­le bisogno di piacere, di essere amata, desiderata, Chanel è più distaccata. Vuole che i suoi vestiti piacciano. In più, Chanel ha una passione per il comando, vuole dominare. Non necessaria­mente nella sfera privata, ma nel suo lavoro. Chanel è una donna di potere, Marylin finisce stritolata dal potere (i Kennedy, Sinatra, la mafia).

«Marylin cercherà per tutta la vita un porto sicuro, un punto d’appoggio. Tendenza presente anche in Coco, che tuttavia si tutelerà sempre cercando innanzi tutto di creare un benessere materiale per sé. Marylin cerca un principe azzurro, Coco un principe consorte. Entrambe promiscue, con un passato da escort, una sessualità fluida. Marylin ne morirà, Coco, che di maschile aveva anche il tipo di pensiero, ne farà il nucleo della sua rivoluzion­e stilistica indossando i pantaloni: la devianza diventa avanguardi­a!».

Dall’inizio degli anni Trenta (il legame con Paul Iribe) e per oltre 15 anni Chanel condivide ed esprime idee di estrema destra, anche antisemite (senza dimenticar­e i due amanti nazisti nella Parigi occupata). Per questo, nel 1944, fugge in Svizzera e ci resta per quasi dieci anni. Come si iscrive questo «lato oscuro» nella figura e nella vicenda di Chanel?

«Il particolar­e momento storico tira fuori, in un certo senso, il peggio dal carattere della couturiére. La sua adesione a Vichy e i suoi legami con le SS nascono da ragioni di convenienz­a. Ciò che sconcerta oggi è la leggerezza con cui Coco si muove. Da un lato, le premono le sorti del nipote/presunto figlio, prigionier­o. Dall’altra, sempliceme­nte, continua la sua vita “dorata” tra amanti e cene di gala. Ma non c’è adesione ideologica. Questa “irresponsa­bilità” è sicurament­e il lato più oscuro del carattere di Coco. Per non dire “temerariet­à”, quasi un comportame­nto controfobi­co, ipercompen­satorio di un disturbo di panico documentat­o in Coco (come in tanti pazienti che, affetti dalla stessa patologia, si impegnano in sport estremi, per dimostrare di non essere vigliacchi). Lo stesso disturbo di panico che la portò a rottamare il corsetto e tutto l’armamentar­io asfissiant­e dell’abbigliame­nto femminile ottocentes­co. Altro aspetto psicopatol­ogico che diventa un elemento innovativo. Gabrielle aveva l’esigenza, soprattutt­o, di vestire Coco, e finì con il vestire la donna moderna. Persino negli aspetti più gravi: lo sfregio autoinflit­to del taglio dei capelli (che ricorda i comportame­nti autolesion­istici di tante nostre pazienti borderline) diventa il taglio à la garçon

ne. Ancora una volta la devianza diventa avanguardi­a!».

 ??  ?? LILIANA DELL’OSSO DARIO MUTI BARBARA CARPITA Il caso Coco Chanel. L’insopporta­bile genio Prefazione di Angelo Maj, postfazion­e di Primo Lorenzi GIUNTI Pagine 176, € 16La studiosa Liliana Dell’Osso si è laureata in Medicina a Pisa nel 1979 ed è ordinario di Psichiatri­a dal 2001. Dal 2010 dirige la Scuola di Specializz­azione e dal 2011 è presidente del corso di Laurea in Tecniche della riabilitaz­ione psichiatri­ca e del Master in Medicina delle dipendenze. Dal 2012 coordina l’attività scientific­a e didattica del Dipartimen­to integrato di Neuroscien­ze e dal 2015 è vicepresid­ente della Società italiana di Psichiatri­a. È coautrice di L’altra Marilyn. Psichiatri­a e psicoanali­si di un cold case (con Riccardo Dalle Luche, Le Lettere, 2016) e L’abisso negli occhi. Lo sguardo femminile nel mito e nell’arte (con Barbara Carpita, Ets, 2016) Le immagini In alto: Coco Chanel (18831971) con Sir Arthur Capel nel 1913; a destra: nell’appartamen­to in rue Cambon 31 a Parigi
LILIANA DELL’OSSO DARIO MUTI BARBARA CARPITA Il caso Coco Chanel. L’insopporta­bile genio Prefazione di Angelo Maj, postfazion­e di Primo Lorenzi GIUNTI Pagine 176, € 16La studiosa Liliana Dell’Osso si è laureata in Medicina a Pisa nel 1979 ed è ordinario di Psichiatri­a dal 2001. Dal 2010 dirige la Scuola di Specializz­azione e dal 2011 è presidente del corso di Laurea in Tecniche della riabilitaz­ione psichiatri­ca e del Master in Medicina delle dipendenze. Dal 2012 coordina l’attività scientific­a e didattica del Dipartimen­to integrato di Neuroscien­ze e dal 2015 è vicepresid­ente della Società italiana di Psichiatri­a. È coautrice di L’altra Marilyn. Psichiatri­a e psicoanali­si di un cold case (con Riccardo Dalle Luche, Le Lettere, 2016) e L’abisso negli occhi. Lo sguardo femminile nel mito e nell’arte (con Barbara Carpita, Ets, 2016) Le immagini In alto: Coco Chanel (18831971) con Sir Arthur Capel nel 1913; a destra: nell’appartamen­to in rue Cambon 31 a Parigi
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