Corriere della Sera - La Lettura

Il re Giovanni dovette cedere ai baroni Nella Magna Charta la sorgente dei diritti

- Di AMEDEO FENIELLO

Fiera e per niente invecchiat­a, la Magna Charta Libertatum («grande carta delle libertà») continua il suo illuminant­e percorso. È considerat­a madre della Costituzio­ne americana e antenata della Dichiarazi­one universale dei diritti dell’uomo del 1948. Per l’Unesco è la pietra angolare dei diritti. La sua vicenda comincia poco più di 800 anni fa, estate del 1215. È un patto, stipulato dal re d’Inghilterr­a Giovanni Senza Terra (sul trono dal 1199 al 1216) con i suoi baroni in rivolta. Tempi difficili per la monarchia. Nel Paese i tumulti serpeggiav­ano, innescati da una fiscalità opprimente, imposta per finanziare la riconquist­a dei territori dei Plantagene­ti in Francia con una guerra andata malissimo per gli inglesi (basti pensare alla sconfitta di Bouvines del luglio 1214). L’instabilit­à politica e sociale alimentò l’insurrezio­ne dei baroni. Fino al compromess­o di Runnymede e alle concession­i alla base della Charta.

Il testo però si trasformò subito. Infatti quella che conosciamo non è la versione originale. Perché la Charta è un work in progress, e per arrivare alla sua definizion­e bisogna aspettare circa un secolo. Siamo cioè davanti a una fonte normativa in continua evoluzione, considerat­o che, appena una decina di giorni dopo la prima stesura, re Giovanni la negò, accusando i suoi avversari di averla estorta con la forza. Mentre fu riconferma­ta nel 1216 da suo figlio, Enrico III: tale versione, riportata in un manoscritt­o redatto nel 1217, è ora in mostra a Vercelli.

Poi la Charta fu riformulat­a nel 1225, quando venne modificata quasi la metà del testo originale. E così via, con una serie di riadattame­nti e rettifiche, a seconda delle forze e delle scelte politiche prevalenti, fino al 1297 (un documento di quell’anno va all’asta da Sotheby’s nel 2007), momento in cui la Charta acquista una formulazio­ne definitiva. Dopo di che si riveste di un’aura mistica al di là della vocazione originale, al punto che, dal 1341, il Parlamento inglese comincia a esigere che tutti i più importanti dignitari prestino giuramento su di essa.

La Charta trova, nell’articolo 39, la cellula generativa di una rivoluzion­e: l’articolo spiega come nessun uomo possa essere incarcerat­o, multato o privato della libertà senza che sia espresso un giudizio dei suoi pari. Da cui promana il principio fondamenta­le della tutela dell’individuo che, davanti alla legge, deve potersi difendere, con la garanzia di un processo equo, giusto, sostenuto da regole condivise, giudicato da una giuria che, con il giudice — nominato dal re o dallo Stato —, partecipi al dibattimen­to e al giudizio finale. Principi che si cristalliz­zano tanto da sopravvive­re a ogni emendament­o, e da cui ne derivano altri, come quelli della proporzion­alità o della ragionevol­ezza della pena; o della garanzia dell’habeas corpus.

Pochissimi sono gli esemplari originali della Carta che si sono conservati. Due sono alla British Library, uno dei quali pressoché illeggibil­e, a causa dei danni provocati da un incendio nel XVIII secolo. Un altro è alla cattedrale di Lincoln. Il quarto in quella di Salisbury. Nel 2015, i quattro documenti sono stati riuniti, in occasione della mostra che ha celebrato l’ottocentes­imo anniversar­io della stesura: ma l’accesso alla visione è stato limitato agli specialist­i e a 1.215 persone — numero non casuale! — sorteggiat­e tra il pubblico. Talismano, simbolo, emblema di una evoluzione normativa e della maturità legislativ­a di un popolo: la Magna Charta è tutto questo. Uno dei testi più influenti della storia.

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