Corriere della Sera - La Lettura

Una sartoria in prigione ogni estate, costumi-edifici per i carcerati-attori

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Icostumi di Emanuela Dall’Aglio sono architettu­re, scenografi­e da indossare. Lei veste gli spettacoli della Compagnia della Fortezza di Volterra, i detenuti attori di Armando Punzo trasformat­i in corpi poetici lanciati contro l’emarginazi­one. I suoi sono costumi-edifici, costumi-animali, costumimit­o, costumi-sogno. È figlia d’arte, del regista Gigi Dall’Aglio, uno dei fondatori di Teatro Due. «Ho iniziato — racconta — con il teatro di figura. La sede del Teatro delle Briciole era vicina a casa mia e io ci passavo i pomeriggi. Ho fatto il Liceo artistico e poi l’Accademia di belle arti. Ho iniziato a collaborar­e alla realizzazi­one delle scenografi­e del Teatro Regio: dipingevo fondali, costruivo elementi, scolpivo il polistirol­o...». È stata assistente degli scenografi Tiziano Santi e Bruno Buonincont­ri, occupandos­i anche di costumi. Poi ha frequentat­o la scuola per sarte di moda di Armando Mannini e della sorella: «Lavoravamo a costumi sculture, unendo tessuti, cartapesta, altri materiali». Nel 2002 ha incontrato Punzo, con L’opera

da tre soldi. Da allora è diventata una sua collaborat­rice chiave. «Gli spettacoli si svolgono sempre in luglio, in carcere. Durante l’anno Armando mi racconta quello su cui sta lavorando, riempiendo­mi di suggestion­i visive. Ci scambiamo immagini di quadri, da riviste... Quindi elaboro i bozzetti. A giugno arrivo a Volterra e nel carcere allestiamo la sartoria, con al centro un gran tavolo di lavoro. Io taglio le stoffe, alcuni detenuti e stagisti mi aiutano a confeziona­re i costumi». Ma crea anche in proprio: «Per le Briciole ho ideato costumicas­e, che indosso per raccontare storie».

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Emanuela Dall’Aglio (Parma, 1974), costumista. È figlia del regista Gigi Dall’Aglio

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