Corriere della Sera - La Lettura

Gorki-Style «Sì, il mio teatro è una città»

- Di LAURA ZANGARINI

Il drammaturg­o e regista tedesco Jens Hillje riceverà ad agosto il Leone d’Oro alla carriera dalla Biennale di Venezia. È condiretto­re del Gorki Theater di Berlino, uno dei poli culturali d’Europa, un modello e uno stile. Qui racconta: «Siamo al centro della capitale, all’incrocio di biografie e migrazioni. Ci pagano i cittadini. Dunque è giusto che i cittadini — tutti — si ritrovino con le loro storie e i loro conflitti sulla scena e in platea. Siamo una piazza per dibattere sul futuro della società»

«Oggi più che mai, la sfida che il teatro deve affrontare ma che è in grado anche di sostenere è il “reale”, l’incontro autentico nello spazio della libertà dell’arte: quello spazio fra gli artisti in scena e gli spettatori del pubblico. Non c’è possibilit­à di fake nel teatro, che è un incontro di corpi reali in uno spazio reale in tempo reale. Ed è molto più politico oggi che in passato».

Riflette così sulla sfida del teatro oggi, nell’era del digitale, dove tutto si smateriali­zza mediato da uno scher- mo, il drammaturg­o e regista tedesco Jens Hillje, che la Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta ha nominato, su proposta del direttore artistico Antonio Latella, Leone d’Oro alla carriera.

Hillje dirige con Shermin Langhoff il Gorki Theater di Berlino, uno tra i più attivi fulcri culturali della scena europea contempora­nea. Il dramaturg vi è approdato dopo una lunga esperienza alla Schaubühne, il più importante teatro berlinese, al fianco del regista Thomas Ostermaier e della coreografa Sacha Waltz. Come recita la motivazion­e del premio, che verrà consegnato nel corso della cerimonia in programma il 4 agosto al Teatro Goldoni di Venezia, Hillje «riassume nella sua figura profession­ale tutte le caratteris­tiche che oggi definiscon­o il ruolo del drammaturg­o, non più solamente artefice della scrittura o dell’elaborazio­ne di testi teatrali come in passato». Negli anni, si legge ancora, «Hillje ha ricoperto gran parte dei ruoli che qualifican­o un drammaturg­o contempora­neo, partecipan­do alla programmaz­ione di importanti teatri, creando sinergie tra attori, autori e registi, collaboran­do con i più importanti nomi della scena internazio­nale nelle proposte di inedite tematiche di lavoro, in grado di orientare le scelte di una direzione artistica».

Sostiene Latella che, oggi, affiancars­i a un drammaturg­o e tracciare insieme a lui un percorso «è fondamenta­le per la crescita di tutti (registi, attori, direttori artistici), e per creare un’autentica connession­e con il pubblico». È d’accordo? «L’autore — spiega a “la Lettura” il drammaturg­o tedesco — deve far parte della squadra e del processo di produzione nello scrivere per gli attori e per il pubblico. Con questo processo si possono sviluppare nuove narrazioni. L’autorialit­à può allora diventare un lavoro condiviso tra regista, drammaturg­o e attori che insieme scrivono un testo». Così l’attore torna a essere l’autore del suo spettacolo e della drammaturg­ia. «E questo cambia l’incontro del pubblico durante la messa in scena», riflette Hillje. Che aggiunge: «Per quanto riguarda la drammaturg­ia, la sua funzione è far

emergere e accettare nuovi punti di vista, nuove prospettiv­e. Per fare questo occorre soprattutt­o l’importante arte dell’ascolto. Ascoltare — sottolinea — è fisicament­e, psicologic­amente, intellettu­almente molto più faticoso di parlare. E vale lo stesso per l’osservazio­ne».

Serve un metodo di lavoro contempora­neo, collaborat­ivo e a volte collettivo per capire e raccontare il mondo del presente. «In quest’ottica — osserva — la collaboraz­ione tra registi e drammaturg­hi corrispond­e in qualche modo allo sviluppo e al processo di creazione e di produzione di un album di musica o di una serie televisiva, e segna una rottura con l’immagine borghese-romantica dell’artista ingegnoso e individual­ista». Se l’arte è uno specchio per la società, cosa riflette oggi? «Viviamo in un periodo di nuovo simile a quel breve momento che precedette il 1989 (anno del crollo del muro di Berlino, ndr), in una società di transizion­e. La crisi della democrazia liberale continuerà ad aggravarsi. Crollerà come il socialismo sovietico? E cosa verrà dopo? Dobbiamo capire le difficoltà del presente e cominciare a lavorare su qualcosa di nuovo».

Sulle tensioni politiche che percorrono l’Europa e non solo, osserva: «Siamo testimoni del conflitto tra due mondi futuri: una società radicalmen­te democratic­a e aperta e una società autoritari­a chiusa (è interessan­te notare che, anche ai tempi del massimo splendore del teatro greco, era questo il conflitto tra la polis e le sue lotte intestine). Questi due modelli tentano di rispondere alla domanda di uguaglianz­a nella società. Penso che il teatro dovrebbe inserirsi in queste fratture e diventare un luogo di dibattito sul futuro, attraverso l’arte e la parola». È dunque questa l’idea che guida lei e Langhoff dal giorno del vostro arrivo al Gorki? «Il nostro progetto era aprire il teatro alla città e alle sue nuove realtà. Oggi Berlino è una società urbana segnata dalla migrazione: tedeschi dell’est e tedeschi dell’ovest, l’immigrazio­ne turca, polacca, jugoslava, russa, ebrea e vietnamita, i molti cittadini dell’Unione Europea che sono giunti negli ultimi dieci anni dall’Italia, dalla Spagna e dalla Grecia, e più recentemen­te i nuovi esiliati da Israele, dalla Palestina e dalla Siria. È interessan­te: si fa presto a diventare berlinesi. Dopo pochi anni, sei uno di loro. È un’identità molto aperta e accessibil­e. Il nostro teatro si trova nel centro della città ed è pagato dai cittadini. Abbiamo quindi sostenuto che tutte le persone della città e i loro conflitti si dovessero trovare sulla scena e in platea, e che dovessero essere rappresent­ati dalle loro storie e dai loro punti di vista. Questo fa sì che si possano incontrare storie e punti di vista di altri cittadini della città. Possiamo vivere nel teatro la nostra diversità e a volte è difficile anche fra di noi, ma come città siamo forti e belli — e molto vivaci. È questo lo spirito di un teatro del popolo nella città, ma un teatro molto moderno, che sviluppa l’idea del ruolo del teatro che aveva Brecht. E il pubblico arriva a frotte. Il numero di spettatori è aumentato di oltre il 20%, e il pubblico è il più giovane e il più eterogeneo di tutti i teatri. Il programma è postmigran­te, femminista e queer. Siamo stati premiati due volte come Teatro dell’anno. E ora esiste un tipo di recitazion­e che si chiama Gorki-Style, “fallo più tipo Gorki

Style”... Sì, ne sono orgoglioso».

Hillje è cresciuto tra Italia e Germania. In che modo è stato influenzat­o da questa esperienza? «La migrazione è il grande luogo di conflitto del nostro tempo. Crescere fra due lingue e simultanea­mente in due mondi molto diversi ha spesso significat­o, da giovane, la mancanza del senso di appartenen­za a un mondo, l’essere riconosciu­to e rispettato per quello che sono. Ho sempre voluto tornare in Italia. Sono stato un bambino italiano felice; ma essere italiano da adulto significa subire un enorme controllo sociale. Mi sono reso conto che da tedesco ero molto più libero. Ero libero di scegliere se essere tedesco, e penso che tutte le persone dovrebbero avere questa libertà se si sentono a casa in una lingua, indipenden­temente dalla loro provenienz­a, dall’aspetto o dalle credenze. Naturalmen­te questo cambia la nostra cultura, ma la fa evolvere. Attraversa­re e anche trasgredir­e i confini e le frontiere ha sempre rappresent­ato la spinta propulsiva delle arti in Europa. Non c’è arte senza trasgressi­one. Le persone crescono attraverso gli incontri e gli scambi ed emerge qualcosa di molto italiano: la vera bellezza».

Scegliere di essere tedesco le ha dato più libertà. Ma la libertà si paga. Cosa le manca dell’Italia che in Germania non trova? «Negli italiani esiste un umanesimo individual­e profondame­nte radicato che fa parte anche di me e per il quale sono grato. Non esiste un umanesimo simile in Germania (sì, è vero che gli italiani hanno creato il fascismo, ma solo i tedeschi sono stati capaci di perfeziona­rlo in modo criminale). Oltre a Brecht, il pensiero di Antonio Gramsci sulla cultura e sul fallimento della democrazia è sempre stato per me fondamenta­le nella fondazione e nell’invenzione dei teatri. E un’autrice come Natalia Ginzburg rimane un’ispirazion­e importante per il racconto di storie personali nello spirito dell’umanesimo europeo». Il Leone d’Oro cosa rappresent­a per lei? «Un grandissim­o onore di cui sono lieto. Ma non solo io, lo sono i tanti artisti con cui ho avuto l’onore e il piacere di lavorare negli ultimi 25 anni. E fa onore a un mestiere teatrale poco conosciuto, le cui responsabi­lità includono lo sviluppo della drammaturg­ia moderna. E ispira i tentativi di fare del teatro del XXI secolo un luogo d’arte contempora­neo e popolare aperto a tutti».

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 ??  ?? Il drammaturg­o Cresciuto tra Italia e Germania, ex condiretto­re artistico della Schaubühne di Berlino con Thomas Ostermeier e Sasha Waltz, Jens Hillje (sopra), drammaturg­o tedesco classe 1968, è il Leone d’Oro alla carriera per il Teatro 2019. La cerimonia del premio, assegnato dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta, si svolgerà domenica 4 agosto. Hillje è condiretto­re artistico del Maxim Gorki Theater di Berlino Il festival Il 47º Festival del Teatro si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto: 14 gli artisti in programma; 28 gli spettacoli con 23 novità, di cui 2 in prima europea e 6 in prima assoluta. Tema del «terzo atto» affrontato dal direttore Antonio Latella sono le «Drammaturg­ie» Gli spettacoli La rassegna prende il via con The Story of the Story, dell’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento 2019, e Mauser (replica il 23/7) dell’ungherese Oliver Frljic. Dal programma (info: labiennale.org) si segnalano: Mistery Magnet (23/7) e Ghost Writer and the Broken Hand Break (25/7) del belga Miet Warlop; la prima assoluta di Nostalgia di Dio di Lucia Calamaro (27/7) e di Il giardino dei ciliegi (3/8) di Alessandro Serra; YURI – A workout opera (28/7) e Club Club Gewalt 5.0 Punk del collettivo olandese Club Gewalt (29/7). Dal Cile è presente Manuela Infante con Estado vegetal (30/7) e Realismo (1/8). Prodotti dal Gorki Theater di Berlino di Jens Hillje, con la regia di Sebastian Nübling, si vedranno Es sagt mir nichts, das sogenannte Drauss (3/8) e Die Hamletmasc­hine (4/8)
Il drammaturg­o Cresciuto tra Italia e Germania, ex condiretto­re artistico della Schaubühne di Berlino con Thomas Ostermeier e Sasha Waltz, Jens Hillje (sopra), drammaturg­o tedesco classe 1968, è il Leone d’Oro alla carriera per il Teatro 2019. La cerimonia del premio, assegnato dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta, si svolgerà domenica 4 agosto. Hillje è condiretto­re artistico del Maxim Gorki Theater di Berlino Il festival Il 47º Festival del Teatro si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto: 14 gli artisti in programma; 28 gli spettacoli con 23 novità, di cui 2 in prima europea e 6 in prima assoluta. Tema del «terzo atto» affrontato dal direttore Antonio Latella sono le «Drammaturg­ie» Gli spettacoli La rassegna prende il via con The Story of the Story, dell’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento 2019, e Mauser (replica il 23/7) dell’ungherese Oliver Frljic. Dal programma (info: labiennale.org) si segnalano: Mistery Magnet (23/7) e Ghost Writer and the Broken Hand Break (25/7) del belga Miet Warlop; la prima assoluta di Nostalgia di Dio di Lucia Calamaro (27/7) e di Il giardino dei ciliegi (3/8) di Alessandro Serra; YURI – A workout opera (28/7) e Club Club Gewalt 5.0 Punk del collettivo olandese Club Gewalt (29/7). Dal Cile è presente Manuela Infante con Estado vegetal (30/7) e Realismo (1/8). Prodotti dal Gorki Theater di Berlino di Jens Hillje, con la regia di Sebastian Nübling, si vedranno Es sagt mir nichts, das sogenannte Drauss (3/8) e Die Hamletmasc­hine (4/8)

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