I ven­ti sul­la Li­tua­nia L’Un­ghe­ria va in ta­xi

La Li­tua­nia è bat­tu­ta dal­le cor­ren­ti d’aria: con lo­ro non so­lo è cam­bia­to il tem­po, ma an­che la sto­ria, la cul­tu­ra, gli umo­ri. Dal Sud e dall’Ove­st so­no ve­nu­ti ger­mi di ci­vil­tà. E ora sen­to qual­che re­fo­lo che m’in­quie­ta...

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di EUGENIJUS ALIŠANKA e di KRISZTINA TÓTH

La Li­tua­nia è ter­ra di ven­ti. Co­sì la ve­do, la ascol­to e la sen­to. An­che ora, men­tre scri­vo que­sto te­sto, con un orec­chio odo il ven­to an­si­ma­re sul­la quer­cia se­co­la­re sot­to la fi­ne­stra. Sin dai tem­pi più re­mo­ti, in Li­tua­nia la quer­cia è con­si­de­ra­ta un al­be­ro sa­cro: nei quer­ce­ti si er­ge­va­no le are pa­ga­ne, si ce­le­bra­va­no i ri­ti re­li­gio­si, si sa­cri­fi­ca­va­no le vit­ti­me. Ma que­sto te­sto non par­la del­la quer­cia, piut­to­sto del ven­to nel­la quer­cia. Del ven­to in Li­tua­nia.

La Li­tua­nia è dav­ve­ro mol­to ven­to­sa. Sia­mo in pri­ma­ve­ra inol­tra­ta, ep­pu­re ogni gior­no ti­ra ven­to. E non suc­ce­de so­lo in pri­ma­ve­ra. Qui il tem­po mu­ta spes­so. Se­con­do i me­teo­ro­lo­gi, ogni an­no col­pi­sco­no la Li­tua­nia 160170 fron­ti at­mo­sfe­ri­ci. In au­tun­no e d’in­ver­no

più spes­so sof­fia­no ven­ti da Sud, Sud-Ove­st e Ove­st; d’esta­te pren­do­no for­za quel­li da Ove­st e Nord-Ove­st. Oc­ca­sio­nal­men­te spi­ra­no an­che i ven­ti fred­di del Nord. Men­zio­no le di­re­zio­ni del ven­to non per nul­la, ma per­ché so­no im­por­tan­ti: se­con­do la lo­ro di­re­zio­ne per mil­len­ni in Li­tua­nia è mu­ta­to non so­lo il tem­po at­mo­sfe­ri­co, so­no mu­ta­ti an­che la sto­ria, la cul­tu­ra, le gen­ti. I ven­ti han­no sfer­za­to e for­gia­to il vol­to del­la Li­tua­nia.

Nel Me­dioe­vo il Pae­se non fu mol­to ven­to­so. Nel XV se­co­lo il Gran­du­ca­to di Li­tua­nia era lo Sta­to più gran­de e uno dei più tol­le­ran­ti in Eu­ro­pa. Vi con­vi­ve­va­no gen­ti di va­rie re­li­gio­ni e na­zio­ni; ne fa­ce­va­no par­te an­che le ter­re ru­te­ne (poi bie­lo­rus­se e ucrai­ne), i cui sto­ri­ci an­co­ra og­gi af­fer­ma­no che quel pe­rio­do di «vas­sal­lag­gio» coin­ci­se con il lo­ro se­co­lo d’oro. Al­la fi­ne del XVII se­co­lo lo Sta­tu­to in vi­go­re nel Gran­du­ca­to di Li­tua­nia co­sti­tui­va il cor­pus di leg­gi più avan­za­to nel con­ti­nen­te. Di­rei che il Gran­du­ca­to di Li­tua­nia rap­pre­sen­tò una pri­ma im­ma­gi­ne dell’odier­na Unio­ne Eu­ro­pea, ol­tre tut­to co­ro­na­ta da suc­ces­so. Per al­cu­ni se­co­li la Li­tua­nia re­si­stet­te ai ven­ti fred­di sol­le­va­ti dai Ca­va­lie­ri por­ta­cro­ce e por­ta­spa­da, dall’Or­da d’Oro e dal­la Rus­sia.

A quei tem­pi ven­ti più mi­ti e pia­ce­vo­li ali­ta­va­no dal Sud con mag­gio­re fre­quen­za e re­ca­va­no cam­bia­men­ti cul­tu­ra­li e fi­nan­che cu­li­na­ri. Nel 1518 la prin­ci­pes­sa ita­lia­na Bo­na Sfor­za con­vo­lò a noz­ze con Si­gi­smon­do Au­gu­sto e di­ven­ne co­sì re­gi­na di Po­lo­nia e gran

du­ches­sa di Li­tua­nia. Non sol­tan­to por­tò in Li­tua­nia la for­chet­ta, che al­lo­ra il Pa­pa chia­ma­va «stru­men­to del dia­vo­lo che spre­gia il ci­bo in­via­to dal Si­gno­re», ma in­tro­dus­se nel­la cu­ci­na li­tua­na mol­te vi­van­de, co­me il vi­no, le oli­ve e l’olio d’oli­va, la pa­sta. Suoi gran­dis­si­mi me­ri­ti fu­ro­no la ri­for­ma agra­ria, una con­ta­bi­li­tà or­di­na­ta, un ca­ta­sto di ti­po mo­der­no. Que­sta ri­for­ma più tar­di ispi­rò an­che ai Pae­si scan­di­na­vi un si­mi­le rior­di­no. Ar­chi­tet­ti ita­lia­ni e ti­ci­ne­si co­strui­ro­no e de­co­ra­ro­no le chie­se, crea­ro­no ri­pa­ri per i ven­ti ce­le­sti e di al­tro ge­ne­re. An­co­ra og­gi Vilnius è una cit­tà ba­roc­ca gra­zie ai cal­di ven­ti del sud.

Al­cu­ni se­co­li do­po, in Li­tua­nia si raf­for­za­ro­no le cor­ren­ti d’aria, creb­be­ro i di­sac­cor­di in­ter­ni. Per co­sì di­re, lo Sta­to si raf­fred­dò e si am­ma­lò. I ven­ti ag­gres­si­vi che si le­va­va­no tutt’at­tor­no non tar­da­ro­no a in­ve­sti­re il cor­po am­ma­la­to: al­la fi­ne del XVIII se­co­lo gli im­pe­ri au­stria­co, prus­sia­no e rus­so si era­no in­fat­ti di­vi­si l’in­te­ro ter­ri­to­rio del­lo Sta­to con­fe­de­ra­to li­tua­no-po­lac­co. L’at­tua­le ter­ri­to­rio del­la Li­tua­nia toc­cò al­la Rus­sia e per qua­si cen­to­cin­quant’an­ni i li­tua­ni do­vet­te­ro adat­tar­si ai ven­ti del Nord che tra­sfor­ma­ro­no il Pae­se in una ri­dot­ta pe­ri­fe­ri­ca dell’im­pe­ro rus­so. Non man­ca­ro­no cer­ta­men­te ten­ta­ti­vi di sof­fia­re con­tro­ven­to: il XIX se­co­lo co­nob­be due gran­di sol­le­va­zio­ni po­po­la­ri che si con­clu­se­ro sui pa­ti­bo­li e nel­le de­por­ta­zio­ni in Si­be­ria, con la chiu­su­ra dell’uni­ver­si­tà di Vilnius e con la proi­bi­zio­ne per qua­rant’an­ni del­la lin­gua li­tua­na.

Men­tre in­fu­ria­va­no le bu­fe­re del­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel 1918, la Li­tua­nia di­chia­rò la pro­pria in­di­pen­den­za e le riu­scì per­si­no di di­fen­der­la dai bol­sce­vi­chi e da­gli al­tri rapaci che scor­raz­za­va­no in­tor­no. Per vent’an­ni il tem­po si sta­bi­liz­zò e le brez­ze cal­de pro­ve­nien­ti da Ove­st aiu­ta­ro­no lo Sta­to a raf­for­zar­si, a tor­na­re a un dia­lo­go da pa­ri a pa­ri con gli al­tri Sta­ti eu­ro­pei.

Tut­ta­via ben pre­sto Hi­tler e Sta­lin sol­le­va­ro­no un’enor­me bur­ra­sca, dap­pri­ma af­fra­tel­lan­do­si e fir­man­do il Pat­to Rib­ben­trop-Mo­lo­tov (se­con­do il qua­le la Li­tua­nia pas­sa­va nell’or­bi­ta rus­sa), poi strat­to­nan­do­si per la giubb a . L a L i t u a n i a ve n n e a n c o r a u n a vo l t a at­tra­ver­sa­ta da for­ti cor­ren­ti d’aria e per due vol­te an­che dal fron­te di guer­ra. Nel 1944 in fu­ga dai ven­ti del Nord, cen­ti­na­ia di mi­glia­ia di li­tua­ni si tra­sfe­ri­ro­no in Oc­ci­den­te. Più di cen­to­mi­la fu­ro­no de­por­ta­ti nel­la pa­tria del ven­to del Nord, in Si­be­ria, e mol­ti di più fu­ro­no in­car­ce­ra­ti. Già pri­ma del­la guer­ra quel­le stes­se cor­ren­ti ave­va­no spaz­za­to via an­che la fa­mi­glia dei miei non­ni, en­tram­bi mor­ti, di fa­me o fu­ci­la­ti. In Si­be­ria so­no na­to an­ch’io. Sia­mo tor­na­ti in Li­tua­nia quan­do ave­vo due an­ni.

Par­te dei li­tua­ni si ri­pa­ra­ro­no dal ven­to nei bo­schi e ten­ta­ro­no di sof­fia­re con­tro con le ar­mi in pu­gno. La re­si­sten­za è du­ra­ta fi­no al 1953. So­no mor­ti 30 mi­la com­bat­ten­ti. Ma il ven­to non si è pla­ca­to.

Per cin­quant’an­ni la Li­tua­nia oc­cu­pa­ta dai so­vie­ti­ci è ri­ma­sta ran­nic­chia­ta, sbat­tu­ta da ven­ti vio­len­ti, e sol­tan­to con il crol­lo del­la cor­ti­na di fer­ro si è op­po­sta una vol­ta di più al ven­to, ai fucili mi­tra­glia­to­ri e ai car­ri ar­ma­ti del Nord, e ha re­stau­ra­to la pro­pria in­di­pen­den­za. Non ap­pe­na si è ri­mes­sa in pie­di, ha

ri­vol­to il vi­so ai ven­ti dell’Ove­st. Co­me ho già det­to, in Li­tua­nia i ven­ti dell’Ove­st re­ca­no spes­so piog­gia, ma an­che ger­mi di ci­vil­tà. Ci sia­mo ri­pre­si, sia­mo en­tra­ti nel­la Na­to, nell’Unio­ne Eu­ro­pea, ab­bia­mo in­tro­dot­to l’eu­ro. Og­gi, co­me già se­co­li fa, sia­mo di nuo­vo par­te del­la ci­vil­tà eu­ro­pea, sia pu­re con il vi­so pa­rec­chio sfer­za­to e ar­ros­sa­to dal ven­to.

Se in­con­tre­re­te un li­tua­no con le la­cri­me ne­gli oc­chi, ciò non si­gni­fi­ca che stia pian­gen­do. Pos­so­no sgor­gar­gli a cau­sa del for­te ven­to. Es­sen­do pa­rec­chio te­star­di e coc­ciu­ti, i li­tua­ni esco­no e si met­to­no in cam­mi­no qua­lun­que tem­po fac­cia. I li­tua­ni so­no sen­si­bi­li e sus­sul­ta­no per qua­lun­que fo­la­ta dal Nord, co­me un ba­ro­me­tro av­ver­to­no la pres­sio­ne dell’ag­gres­si­vi­tà del­la Rus­sia di Pu­tin. Non di ra­do cer­ca­no li­di più cal­di e co­sì, ne­gli ul­ti­mi de­cen­ni dall’in­di­pen­den­za, è par­ti­to per l’Oc­ci­den­te qua­si un mi­lio­ne di li­tua­ni. L’emi­gra­zio­ne li­tua­na è pro­ba­bil­men­te la più gran­de in Eu­ro­pa, ma cos’al­tro ci si può aspet­ta­re da un Pae­se con­ti­nua­men­te bat­tu­to dai ven­ti? Ep­pu­re fa­ti­co a ca­pi­re per­ché i li­tua­ni ab­bia­no fi­du­cia nell’Unio­ne Eu­ro­pea e nel suo fu­tu­ro più dei cit­ta­di­ni di ogni al­tro Pae­se eu­ro­peo.

A di­re il ve­ro, il ven­to, co­me an­che Dio, so­no en­tram­bi in­vi­si­bi­li. L’uni­ca dif­fe­ren­za è che uno c’è si­cu­ra­men­te, men­tre dell’al­tro si du­bi­ta an­co­ra. La Li­tua­nia è un Pae­se do­ve so­no rap­pre­sen­ta­te mol­te cul­tu­re e mol­te re­li­gio­ni, seb­be­ne qua­si tut­ti i suoi abi­tan­ti si con­si­de­ri­no cat­to­li­ci. Da tem­po i li­tua­ni tro­va­no nel­le chie­se ri­pa­ro dai ven­ti, le chie­se so­no sem­pre sta­te fo­co­la­ri del­la re­si­sten­za al­le oc­cu­pa­zio­ni e al­le vio­len­ze. Ne­gli ul­ti­mi an­ni i li­tua­ni, in spe­cie i più gio­va­ni, cer­ca­no spes­so ri­fu­gio nel­le are­ne spor­ti­ve o nei di­spo­si­ti­vi elet­tro­ni­ci. Nel­le are­ne spor­ti­ve, giac­ché la se­con­da re­li­gio­ne dei li­tua­ni è la pal­la­ca­ne­stro (a un li­tua­no non sem­bra una ca­sua­li­tà che gio­chi­no do­di­ci apo­sto­li-gio­ca­to­ri, e il tre­di­ce­si­mo sia l’al­le­na­to­re, al qua­le s’im­pu­ta­no tut­te le scon­fit­te), e nei di­spo­si­ti­vi elet­tro­ni­ci, poi­ché è lì che na­sce la nuo­va re­li­gio­ne. La tec­no­lo­gia ha rag­giun­to in Li­tua­nia un li­vel­lo dav­ve­ro al­to, la Li­tua­nia ha una del­le mi­glio­ri re­ti in­ter­net in Eu­ro­pa. E im­mer­si nei mon­di vir­tua­li i li­tua­ni sem­pre più ra­ra­men­te pen­sa­no al tem­po o al ven­to. E al fu­tu­ro dell’Eu­ro­pa. Il cli­ma cam­bia or­mai vi­si­bil­men­te, i ven­ti si raf­for­za­no e cor­ren­ti d’aria sem­pre più for­ti fan­no sbat­te­re por­te e fi­ne­stre eu­ro­pee. So­spet­to che i li­tua­ni de­si­de­ri­no an­co­ra go­der­si una vi­ta più tran­quil­la di quel­la che sin qui la sto­ria ha lo­ro ri­ser­ba­to in sor­te.

E co­mun­que il ven­to non mi pia­ce. Ha sof­fia­to trop­po nel­la mia vi­ta. Pas­seg­gian­do lun­go il la­go (la Li­tua­nia è an­che ter­ra di la­ghi) il ven­to scon­vol­ge sem­pre i miei ca­pel­li lun­ghi. Ora, men­tre fi­ni­sco que­sto te­sto, un for­te ven­to di apri­le in­ter­rom­pe la som­mi­ni­stra­zio­ne dell’elet­tri­ci­tà nel mio stu­dio in cam­pa­gna, la bat­te­ria del com­pu­ter ca­la, lo scher­mo si oscu­ra. Non è an­co­ra l’apo­ca­lis­se, ma un’al­lu­sio­ne al fat­to che non tut­to ter­mi­na co­me spe­ri o co­me de­si­de­ri. In­ve­ro an­che l’apo­ca­lis­se è uno dei miei te­mi pre­fe­ri­ti, do­po il ven­to.

(

IL­LU­STRA­ZIO­NE DI LU­CA DALISI

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.