De­te­sto i fa­zio­si e ho per­so la gio­ia

Corriere della Sera - La Lettura - - Orizzonti Filosofia - Di BE­NE­DET­TO CRO­CE

QNa­po­li, 16 ot­to­bre 1914

uel­la fra­se di ma­lu­mo­re che ti scris­si era det­ta­ta dal­la mi­se­ria che mi ve­do in­tor­no a Na­po­li. Qui non c’è più gen­te, che non di­co stu­dii, ma leg­ga. (…) Si ag­giun­ga la mi­se­ria mo­ra­le di cui pos­so­no es­se­re pro­va i sen­ti­men­ti che si so­no sca­te­na­ti in que­sta guer­ra: ra­gio­na­men­ti pue­ri­li, as­ser­zio­ni fan­ta­sti­che, cu­pi­di­gie fol­li e ver­go­gno­se, nes­sun sen­so di ono­re na­zio­na­le, che do­vreb­be ri­te­ne­re dal pur me­di­ta­re ag­gres­sio­ni a vec­chi al­lea­ti nel mo­men­to del pe­ri­co­lo. E bel­la fi­gu­ra che fan­no i no­stri ami­ci! dal guer­rie­ro Lom­bar­do (Ra­di­ce), e dall’astrat­ti­sta fal­li­to Sal­ve­mi­ni, al­lo scon­clu­sio­na­to Prez­zo­li­ni e per­si­no al De Rug­gie­ro, che ha sco­per­to che il te­de­sco è mec­ca­ni­co, e che il mor­ta­io da 420 è un sem­pli­ce rad­dop­pia­men­to, e che lo Sta­to mag­gio­re ger­ma­ni­co, non ha la con­cre­tez­za dell’in­di­vi­dua­le, co­me — il gen. Jof­fre! —. In verità, quan­do ascol­to que­ste in­si­pi­dez­ze, mi ral­le­gro di ave­re an­co­ra in me tan­to gu­sto per lo stu­dio da po­ter­mi rin­chiu­de­re in me, e aspet­ta­re che sor­ga­no cer­vel­li più so­li­di e ani­mi più se­rii. E mi sec­co ogni vol­ta che sen­to il cam­pa­nel­lo di ca­sa. Ag­giun­gi che io ho do­vu­to du­ra­re da un an­no la più an­go­scio­sa lot­ta in­te­rio­re, che è di sal­da­re due vi­te: a 48 an­ni co­min­cia­re una nuo­va vi­ta, con l’im­ma­gi­ne pre­sen­te dell’al­tra che è mor­ta, non è sem­pre age­vo­le. Ho avu­to la sin­go­la­re for­tu­na di tro­va­re una crea­tu­ra di squi­si­ta bon­tà, ado­ra­bi­le. Ma chi mi può ri­da­re la per­du­ta fre­schez­za dei sen­ti­men­ti e del­la gio­ia del vi­ve­re?

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