Gli in­fer­ni so­no due e ti sce­gli tu quel­lo che vuoi

Fu­tu­ri Gior­da­no Te­dol­di rad­dop­pia il re­gno dei mor­ti in una di­sto­pia al­lu­ci­na­ta con lam­pi d’iro­nia

Corriere della Sera - La Lettura - - Libri Narrativa Italiana - di ALES­SAN­DRO BERETTA

In un fu­tu­ro in­de­fi­ni­to, il re­gno dei mor­ti ha due se­di: una ter­re­na il cui in­gres­so è al con­fi­ne del­la cit­tà Ter­zo Cam­po, e una nei cie­li, in un’astro­na­ve a 36 chi­lo­me­tri so­pra il li­vel­lo del ma­re. In que­sti luo­ghi, chia­ma­ti Ne­cro­po­li Ove­st e Ne­cro­po­li Est co­me le due par­ti in cui è di­vi­so il li­bro, si svol­ge per in­te­ro il nuo­vo ro­man­zo di Gior­da­no Te­dol­di, Ne­cro­po­lis, rac­con­to del­la ca­ta­ba­si, di­sce­sa da vi­vi tra i de­fun­ti, di un grup­po di per­so­nag­gi.

A de­ci­de­re di com­pier­la è il ma­re­scial­lo Yar­den, uo­mo chia­ve dell’ul­ti­ma ri­vo­lu­zio­ne in una so­cie­tà — che il let­to­re co­no­sce so­lo di ri­fles­so — do­ve con­ta vi­ve­re ma è mol­to più im­por­tan­te de­ci­de­re pub­bli­ca­men­te do­ve es­se­re se­pol­ti. La Ne­cro­po­li Ove­st è per chi ha se­gui­to l’istin­to, l’Est per chi si è af­fi­da­to al pen­sie­ro: da­van­ti al­la di­co­to­mia Yar­den, uni­co ad aver­lo fat­to, ha di­chia­ra­to di non vo­ler fi­ni­re né nell’una né nell’al­tra. Il per­cor­so, al­lo­ra, ser­ve for­se a scio­glie­re il di­lem­ma, ma è an­che l’oc­ca­sio­ne per in­con­tra­re nuo­va­men­te le per­so­ne più im­por­tan­ti del­la pro­pria vi­ta.

In­sie­me a lui, si muo­vo­no il ni­po­te quat­tor­di­cen­ne Ra­ma, l’an­droi­de dal­le sem­bian­ze uma­ne Pier­re e Max, un ne­gro­man­te del­la scuo­la «na­ta dai bro­ker del­la fi­ne del XX se­co­lo che evo­ca­va­no i mor­ti per di­vi­na­re il fu­tu­ro dei mer­ca­ti» che li gui­de­rà ri­sve­glian­do i de­fun­ti. A tap­pe, co­no­sce­re­mo il pas­sa­to oscu­ro e vio­len­to del ma­re­scial­lo, par­ten­do dall’in­con­tro con l’ami­co e poe­ta Kon­rad, sui­ci­da per amo­re, per pas­sa­re al­le cru­del­tà del Ba­ro­ne di Val­de­ga­mas e del­la sua pic­co­la fi­glia Ba­ro­nes­si­na, e al­la pe­de­ra­stia di Pa­dre Mi­gnard. Si scen­de, nel­la let­tu­ra, tra le atro­ci­tà at­tra­ver­san­do un luo­go che pul­sa di san­gue mar­cio, in cui i mor­ti re­su­sci­ta­no tem­po­ra­nea­men­te nel­lo sta­to di de­com­po­si­zio­ne in cui si tro­va­no.

La ve­na or­ro­ri­fi­ca del­la Ne­crO­ve­st, il cui in­gres­so è se­gna­to dal mot­to vi­vi per

la tua mor­te, è qua­si este­nuan­te per il let­to­re, non fos­se che la clau­stro­fo­bia è tal­vol­ta spez­za­ta da Te­dol­di con lam­pi di iro­nia e sar­ca­smo ta­glien­te, co­me nel­la sce­na in cui il gio­va­ne Ra­ma fa ascol­ta­re al­la tsan­tsa — la te­sta es­si­ca­ta — del­la Ba­roes­si­na la mu­si­ca « gut », ina­scol­ta­bi­le per gli adul­ti, e lei rea­gi­sce en­tu­sia­sta di­se­gnan­do un cuo­re di san­gue.

A cer­nie­ra del pas­sag­gio da una ne­cro­po­li all’al­tra, vi è poi l’in­con­tro con An­drea, una «se­mi­don­na» che sa­rà tra le chia­vi fon­da­men­ta­li del­la sto­ria do­po che Yar­den vi pas­se­rà una not­te d’amo­re, fa­ta­le per lei. La fi­gu­ra di An­drea, nel­la sua am­bi­gui­tà ses­sua­le, si spec­chia nell’in­de­ci­sio­ne di Yar­den per la pro­pria se­pol­tu­ra: la lo­ro unio­ne apre a un mo­vi­men­to di rot­tu­ra del­lo sche­ma «ter­ra ver­sus spi­ri­to» il cui in­ter­pre­te, nel fi­na­le del li­bro chiu­so da un’Ode al­la mor­te, sa­rà ina­spet­ta­to.

Nel­la vi­si­ta al­la spaziale Ne­cro­po­li Est, gui­da­ta da una ra­gaz­za, Mne­mo­sy­ne, l’am­bien­te è ben più aset­ti­co, sor­ve­glia­to da te­le­ca­me­re, e i mor­ti so­no con­ser­va­ti in ma­na che riu­ni­sco­no Dna e Co­scien­za al­lo sta­to so­li­do dell’in­di­vi­duo. Me­sco­lan­do­li, la per­so­na ri­sor­ge nel­la vi­sio­ne mo­men­ta­nea del sin­go­lo. Qui il ma­re­scial­lo in­con­tra la ma­dre e un fi­lo­so­fo det­to il «mo­na­do­lo­go», ma la si­tua­zio­ne si com­pli­ca quan­do ar­ri­va una ri­chie­sta d’aiu­to dal­la Ter­ra per un’epi­de­mia in­do­ma­bi­le di «in­fluen­za alie­na». Nel mez­zo del­la cri­si ter­re­na, il ro­man­zo si chiu­de nel­lo spa­zio con una mos­sa nar­ra­ti­va inat­te­sa e sim­bo­li­ca.

Se già nel­la par­te fi­na­le del suo pre­ce­den­te Ta­bù (Tu­nué, 2017) Te­dol­di era ar­ri­va­to a nar­ra­re l’estre­mo, in que­ste pa­gi­ne che han­no il sa­po­re di una di­sto­pia fi­lo­so­fi­ca e di sfi­da fa un pas­so ul­te­rio­re, svol­gen­do per in­te­ro la nar­ra­zio­ne in un al di là geo­gra­fi­ca­men­te vi­ci­no al­la vi­ta, scos­so dal po­st-uma­no. L’im­pal­ca­tu­ra nar­ra­ti­va scan­di­ta da­gli in­con­tri è l’uni­co trat­to che ral­len­ta e sche­ma­tiz­za la vi­cen­da, ma la ric­chez­za del mon­do che Te­dol­di immagina, an­che al di fuo­ri del­le ne­cro­po­li, in bi­li­co tra l’in­cu­bo e il vi­sio­na­rio, è af­fa­sci­nan­te. Il cam­mi­no di Yar­den — il cui no­me de­ri­va dal­la ra­di­ce ebrai­ca ya­rad, che si­gni­fi­ca «scen­de­re», «flui­re» — con­fer­ma Te­dol­di co­me una lu­ci­da ano­ma­lia nel­la let­te­ra­tu­ra ita­lia­na. Se­guir­lo men­tre en­tra nell’idea del­la mor­te met­te a di­sa­gio, ma scuo­te.

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