Le re­pub­bli­che mo­nar­chi­che

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - di CAR­LO GAL­LI

Un dos­sier de­di­ca­to al­la po­li­ti­ca nel suo in­trec­cio di con­ti­nui­tà e mu­ta­men­to. Ci so­no isti­tu­zio­ni du­re­vo­li, che la­scia­no il se­gno an­che do­po la lo­ro abo­li­zio­ne for­ma­le. Ci so­no fe­no­me­ni emer­gen­ti, co­me il po­pu­li­smo, da in­ter­pre­ta­re. E poi il no­do del rap­por­to tra Sta­to e religione spe­cie nel mon­do isla­mi­co

Il re una vol­ta fa­ce­va da tra­mi­te per uni­re la di­men­sio­ne ter­re­na a quel­la di­vi­na. Og­gi ga­ran­ti­sce il le­ga­me tra la na­zio­ne e il suo pas­sa­to. Que­sta fun­zio­ne re­sta an­che ne­gli Sta­ti re­pub­bli­ca­ni: ad esem­pio in Ita­lia il pre­si­den­te non è un no­ta­io, ma eser­ci­ta dal Qui­ri­na­le un’au­to­ri­tà rea­le di tu­te­la dei va­lo­ri co­sti­tu­zio­na­li

«Non è cer­to un be­ne se si è mol­ti al co­man­do; uno sia il ca­po, uno sol­tan­to il re, a cui det­te il fi­glio di Cro­no scet­tro e leg­gi, per­ché re­gni su­gli al­tri». Co­sì, con le pa­ro­le di Odis­seo in as­sem­blea, l’Ilia­de le­git­ti­ma la fi­gu­ra di Aga­men­no­ne, re dell’Ar­go­li­de e per l’oc­ca­sio­ne re dei re, co­man­dan­te in ca­po dei Gre­ci da­van­ti a Tro­ia. La fi­gu­ra del re ap­pa­re già col­le­ga­ta da una par­te a un’iden­ti­tà col­let­ti­va, e dall’al­tra al­la di­vi­ni­tà; inol­tre, emer­ge qui un’al­tra ca­rat­te­ri­sti­ca dei re: il lo­ro com­pi­to è di eser­ci­ta­re la giu­sti­zia, ga­ran­ti­re le leg­gi. Ma, ben­ché sia pa­sto­re di po­po­li, Aga­men­no­ne non go­de di un pie­no po­te­re po­li­ti­co. An­che que­sta è una ca­rat­te­ri­sti­ca del­la re­ga­li­tà, la cui es­sen­za sta nel­la fun­zio­ne «pon­ti­fi­ca­le» di unio­ne fra l’uma­no e il di­vi­no. Una fun­zio­ne che ha una con­no­ta­zio­ne re­li­gio­sa pri­ma che di­ret­ta­men­te po­li­ti­ca.

Le prin­ci­pa­li cul­tu­re — quel­le sto­ri­che e quel­le «pri­mi­ti­ve» — pre­sen­ta­no, in mo­di di­ver­si, que­sta co­stan­te: il re apre un grup­po uma­no al­la tra­scen­den­za, lo sot­trae al­la con­tin­gen­za, ai pe­ri­co­li, al­la ro­vi­na; fun­zio­na (lo ha spie­ga­to Re­né Gué­non) co­me un as­se, un al­be­ro del­la vi­ta che uni­sce cie­lo e ter­ra, at­tor­no al qua­le ruo­ta una ci­vil­tà. Il re è in­ter­no ed ester­no al­la cit­tà, al­la tri­bù, all’im­pe­ro: li in­cor­po­ra in sé e li por­ta fuo­ri di sé, li apre a leg­gi co­smi­che, e co­sì ga­ran­ti­sce che le co­se ter­re­ne pro­ce­da­no al­lo stes­so rit­mo del­le co­se ce­le­sti; gra­zie al re la giu­sti­zia è as­si­cu­ra­ta, i mo­stri del caos so­no re­spin­ti sot­to ter­ra, i cam­pi so­no fe­con­di. Co­me ha sco­per­to Geor­ges Du­mé­zil, c’è una cor­ri­spon­den­za fra or­di­ne ce­le­ste tri­par­ti­to (gli dèi re­gnan­ti, gli dèi guer­rie­ri, gli dèi del­la fe­con­di­tà) e tri­par­ti­zio­ne mon­da­na fra re-sa­cer­do­ti, cu­sto­di, pro­dut­to­ri: il po­sto del re è il ver­ti­ce, spor­gen­te ver­so il cie­lo, di una so­cie­tà ge­rar­chi­ca, or­ga­niz­za­ta se­con­do rit­mi na­tu­ra­li e di­vi­ni di cui egli è il cu­sto­de.

Il re — co­me ne­gli scac­chi — non è il pez­zo più po­ten­te del­la po­li­ti­ca, ma è il più im­por­tan­te: se è sal­vo, tut­to è sal­vo; se va per­du­to, tut­to è per­du­to. Quel­la che eser­ci­ta è una fun­zio­ne esi­sten­zia­le e sim­bo­li­ca, in cui ha co­me con­cor­ren­ti i sa­cer­do­ti, pri­ma an­co­ra che i po­te­ri ari­sto­cra­ti­ci. Una del­le più gran­di ri­vo­lu­zio­ni che l’Oc­ci­den­te ha co­no­sciu­to è sta­ta de­ter­mi­na­ta dal cri­stia­ne­si­mo, che ha chia­ri­to che il re non è Dio, co­me pu­re era sta­to pos­si­bi­le cre­de­re (il ca­so del fa­rao­ne egi­zio è ov­vio; ma an­che gli im­pe­ra­to­ri ro­ma­ni ave­va­no per­cor­so un lun­go cam­mi­no su que­sta via; del re­sto, fi­no al 1945 l’im­pe­ra­to­re del Giap­po­ne era con­si­de­ra­to il di­ret­to di­scen­den­te del­la dea Ama­te­ra­su), e che non è nep­pu­re l’uni­co anel­lo di con­giun­zio­ne fra il cie­lo e la ter­ra: que­sto ruo­lo, do­po es­se­re sta­to di Cri­sto, è del­la sua Chie­sa — e il dua­li­smo fra re e Chie­sa è sta­to una del­le ra­di­ci dell’Oc­ci­den­te —.

Ciò non to­glie che la Chie­sa ab­bia an­che le­git­ti­ma­to il po­te­re po­li­ti­co co­me pro­ve­nien­te da Dio: il re è ta­le per in­ve­sti­tu­ra di­vi­na, che de­ve pe­rò es­se­re ri­co­no­sciu­ta dal­la Chie­sa. Per tut­to il Me­dioe­vo, a par­ti­re da Car­lo Ma­gno, e fi­no al­la pri­ma età mo­der­na, l’in­co­ro­na­zio­ne del re era un sa­cra­men­to, non a ca­so ri­pre­so da un re ul­tra­rea­zio­na­rio co­me il fran­ce­se Car­lo X, che nel 1824 vol­le farsi in­co­ro­na­re a Reims se­con­do l’an­ti­co ce­ri­mo­nia­le, per met­te­re in chia­ro l’ori­gi­ne di­vi­na e non po­po­la­re del­la re­ga­li­tà. Al tem­po stes­so — ce lo ha in­se­gna­to Marc Blo­ch — i re era­no tau­ma­tur­ghi: «Il re ti toc­ca, Dio ti gua­ri­sce» era la for­mu­la con cui eser­ci­ta­va­no il lo­ro po­te­re di sa­na­re i sud­di­ti; men­tre i fi­lo­so­fi po­li­ti­ci in­gle­si all’epo­ca del­la di­na­stia Tu­dor ave­va­no teo­riz­za­to, lo ha mo­stra­to Ern­st Kan­to­ro­wicz, che il cor­po del mo­nar­ca coin­ci­de col cor­po stes­so del Pae­se. E mol­to tem­po do­po Die­go Ve­lá­z­quez, nel suo qua­dro più fa­mo­so, Las me­ni­nas, ci mo­stre­rà che il re, an­che se as­sen­te dal­la sce­na, è l’in­di­spen­sa­bi­le pun­to di vi­sta che ren­de vi­si­bi­le il mon­do. Il re for­ma il po­po­lo e lo Sta­to, ma al tem­po stes­so è ad es­si estra­neo, su­pe­rio­re. Chi at­ten­ta al­la vi­ta del re de­ve es­se­re non so­lo mes­so a mor­te, ma squar­ta­to (co­me il fran­ce­se Da­miens nel 1757), per­ché il ve­nir me­no del re fa ve­nir me­no l’esi­sten­za stes­sa del cor­po po­li­ti­co.

Cer­ta­men­te, nel cor­so del­la sto­ria at­tor­no al re si è coa­gu­la­to an­che un ve­ro po­te­re po­li­ti­co, cul­mi­na­to nell’as­so­lu­ti­smo, cioè nel­la co­stru­zio­ne di un’idea di so­vra­ni­tà co­me po­te­re su­pre­mo, che si po­ne co­me ege­mo­ni­co ri­spet­to a tut­ti i po­te­ri so­cia­li (sen­za pe­rò di­strug­ger­li): gli ari­sto­cra­ti­ci, i ce­ti bor­ghe­si, la stes­sa Chie­sa. È que­sto il «po­te­re di­vi­no dei re per gra­zia di Dio». Ma è evi­den­te che in pie­na età mo­der­na il di­sin­can­to del mon­do, la nuo­va scien­za, il na­scen­te ca­pi­ta­li­smo, non con­sen­ti­va­no al re di pre­sen­tar­si co­me ve­ra­men­te di­vi­no. Quel­la for­mu­la vo­le­va di­re, lo ha sot­to­li­nea­to Ot­to Brun­ner, che il re era l’es­sen­za po­li­ti­ca del­lo Sta­to («lo Sta­to so­no io», af­fer­mò il Re So­le Lui­gi XIV), che era il cen­tro di un po­te­re non de­ri­va­to ma ori­gi­na­rio, e che ne ri­spon­de­va so­lo a Dio; per que­sta via il re si è av­via­to a es­se­re, con Fe­de­ri­co II di Prus­sia, «il pri­mo ser­vi­to­re del­lo Sta­to».

A quel pun­to ba­sta­va un ul­ti­mo sfor­zo, per dir­la con Sa­de, a ro­ve­scia­re il pun­to di vi­sta e col­lo­ca­re al po­sto del re il suo nuo­vo av­ver­sa­rio: non più la Chie­sa, ma il po­po­lo, la na­zio­ne, il fon­da­men­to nuo­vo di un po­te­re che ha la pro­pria rap­pre­sen­tan­za po­li­ti­ca nel Par­la­men­to. Quell’ul­ti­mo sfor­zo era la ri­vo­lu­zio­ne, che non po­te­va non pas­sa­re, in Fran­cia (ma an­che pre­ce­den­te­men­te in In­ghil­ter­ra), at­tra­ver­so il re­gi­ci­dio; e ben­ché un gran­de con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio co­me Jo­se­ph de Mai­stre lo equi­pa­ras­se al dei­ci­dio, è in­ve­ce ve­ro che le re­pub­bli­che bor

ghe­si nac­que­ro con­tro un re che or­mai nel­la real­tà ave­va ben po­co del­la re­ga­li­tà tra­di­zio­na­le.

Ep­pu­re, la re­ga­li­tà non è an­da­ta del tut­to per­du­ta; gli Sta­ti na­zio­na­li non re­pub­bli­ca­ni han­no isti­tui­to di­ver­si com­pro­mes­si fra re e po­po­lo, sul­la ba­se del prin­ci­pio che il re re­gna ma non go­ver­na, da­to che il go­ver­no di­pen­de dal Par­la­men­to. Co­sì, lo Sta­tu­to al­ber­ti­no par­la­va di un re «per gra­zia di Dio e vo­lon­tà del­la na­zio­ne», la cui per­so­na era «sa­cra e in­vio­la­bi­le»; il Rei­ch bi­smarc­kia­no ve­de­va nel kai­ser un po­te­re rea­le, il «prin­ci­pio mo­nar­chi­co», che si fron­teg­gia con il Par­la­men­to, il luo­go del po­te­re del po­po­lo; in In­ghil­ter­ra il re an­co­ra og­gi può par­la­re del «mio go­ver­no» nel suo «di­scor­so del­la Co­ro­na». Ma al di là del con­cre­to po­te­re po­li­ti­co che i re pos­so­no ave­re con­ser­va­to og­gi, re­sta ve­ro che il re è ti­to­la­re, lo ha det­to Be­n­ja­min Con­stant, di un «po­te­re neu­tro», non di­ret­ta­men­te po­li­ti­co, e con­ti­nua a eser­ci­ta­re una rap­pre­sen­tan­za sim­bo­li­ca del­la na­zio­ne, a es­se­re fat­to­re di equi­li­brio e di con­ti­nui­tà; col­le­ga il pre­sen­te, con le sue lot­te e le sue di­vi­sio­ni, non più al cie­lo, ma a un pas­sa­to che si espri­me nel­la di­na­stia, al­la tra­di­zio­ne in cui si ri­co­no­sce la na­zio­ne in­te­ra, al­la sto­ria pa­tria. Non più un pon­te fra l’al­di­quà e l’al­di­là, quin­di, ma fra la pro­sa quo­ti­dia­na e i va­lo­ri, sup­po­sti pe­ren­ni, che orien­ta­no un de­sti­no col­let­ti­vo. Cer­to, è su­ben­tra­ta una gran­de tra­sfor­ma­zio­ne: i re non in­cor­po­ra­no più lo Sta­to, e sem­mai so­no in­cor­po­ra­ti in es­so: so­no una del­le sue isti­tu­zio­ni. Non so­no in op­po­si­zio­ne al po­po­lo, al­la de­mo­cra­zia, ma la in­te­gra­no. Non so­no più ga­ran­ti di una giu­sti­zia che trae ori­gi­ne dal­la tra­scen­den­za, ma pos­so­no tra­scen­de­re la giu­sti­zia con l’eser­ci­zio di una pre­ro­ga­ti­va che è lo­ro ri­ma­sta: la con­ces­sio­ne del­la gra­zia.

La fun­zio­ne sim­bo­li­ca del­la re­ga­li­tà per­ma­ne an­che nel­le re­pub­bli­che, an­co­ra una vol­ta in for­me di­ver­si­fi­ca­te. La Fran­cia — il Pae­se che ha pro­ces­sa­to e sa­cri­fi­ca­to il re («non si re­gna im­pu­ne­men­te», dis­se Saint-Ju­st al­la Con­ven­zio­ne ac­cu­san­do Lui­gi XVI, e co­glien­do nel­la re­ga­li­tà so­lo la estra­nei­tà al po­po­lo) — non si è da­ta for­se un Na­po­leo­ne e un Lui­gi Fi­lip­po? Non ha avu­to bi­so­gno di di­vi­niz­za­re sé stes­sa, nel cul­to del­la na­zio­ne re­pub­bli­ca­na? Non ha for­se co­strui­to, con la Quinta Re­pub­bli­ca di de Gaul­le e con la sua suc­ces­si­va evo­lu­zio­ne, una sor­ta di mo­nar­chia elet­ti­va, in cui il pre­si­den­te ha sia po­te­re rea­le (in po­li­ti­ca este­ra, so­prat­tut­to) sia una in­ten­sa ca­pa­ci­tà di eser­ci­ta­re la rap­pre­sen­tan­za sim­bo­li­ca del Pae­se? E gli Usa non han­no fat­to del pre­si­den­te qual­co­sa di si­mi­le a un re, che re­gna e go­ver­na al tem­po stes­so?

An­che la no­stra Co­sti­tu­zio­ne fa del pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca un or­ga­no del­lo Sta­to, e gli as­se­gna una po­si­zio­ne po­li­ti­ca­men­te neu­tra, ma non pu­ra­men­te no­ta­ri­le — la cu­sto­dia del­la Co­sti­tu­zio­ne at­tra­ver­so il ri­chia­mo al suo spi­ri­to e al­la sua let­te­ra, cioè a una sor­ta di tra­di­zio­ne de­mo­cra­ti­ca —. Inol­tre, se la sua per­so­na non è sa­cra e in­vio­la­bi­le, tut­ta­via en­tro cer­ti li­mi­ti è sot­trat­to al­la leg­ge pe­na­le (al­me­no se­con­do una par­te del­la dot­tri­na); se è ir­re­spon­sa­bi­le, eser­ci­ta tut­ta­via la mo­ral sua­sion e no­mi­na i se­na­to­ri a vi­ta; se ogni suo at­to ne­ces­si­ta del­la con­tro­fir­ma di un mi­ni­stro, tut­ta­via rap­pre­sen­ta sim­bo­li­ca­men­te il Pae­se, all’in­ter­no e all’ester­no.

For­se non ri­spon­do­no del tut­to a que­ste ca­rat­te­ri­sti­che le su­per­lai­ciz­za­te mo­nar­chie nor­di­che, o i de­bo­li pre­si­den­ti di re­pub­bli­che co­me la Ger­ma­nia e l’Au­stria; ma cer­ta­men­te le mo­nar­chie non so­no sol­tan­to oc­ca­sio­ni di gos­sip, e co­pro­no an­zi un’esi­gen­za del­la po­li­ti­ca, pre­sen­te an­che nel­le re­pub­bli­che. Che non è pre­ci­sa­men­te quel­la di in­di­vi­dua­re un lea­der for­te o ca­ri­sma­ti­co (que­sta è un’al­tra sto­ria, che ha a che fa­re con l’evo­lu­zio­ne del po­te­re po­li­ti­co e con la cri­si dei Par­la­men­ti), ma quel­la di man­te­ne­re aper­to l’oriz­zon­te del­la po­li­ti­ca. Che è una di­men­sio­ne mul­ti­pla, com­ples­sa: ne fan­no par­te l’eco­no­mia e la cul­tu­ra, il po­te­re isti­tui­to e le fe­di re­li­gio­se; e an­che il bi­so­gno di col­ti­va­re fon­ti di sen­so e di iden­ti­tà sim­bo­li­ca che van­no ol­tre l’esi­sten­za quo­ti­dia­na. Un bi­so­gno che ha cer­ca­to sod­di­sfa­zio­ne nel­la re­ga­li­tà, e in ciò che og­gi ne fa le ve­ci.

IL­LU­STRA­ZIO­NE DI BEP­PE GIA­COB­BE

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.