L’abi­li­tà del­la tec­ni­ca, la leg­ge­rez­za del­la poe­sia

Corriere della Sera - La Lettura - - Sguardi - Di REN­ZO PIA­NO

Un tem­po in­no­cen­te quel­lo del Bru­nel­le­schi. Un tem­po in cui l’ar­te e la tec­ni­ca era­no una co­sa so­la e l’idea di sa­per co­strui­re un edi­fi­cio e sa­per­ne co­strui­re le mac­chi­ne si con­fon­de­va con l’idea stes­sa di ar­te. È co­me se Bru­nel­le­schi riu­scis­se a estrar­re l’ar­chi­tet­tu­ra dall’ar­te del co­strui­re, co­me se po­tes­se let­te­ral­men­te ti­rar­la fuo­ri dal can­tie­re.

Ma non so­lo, vi­sto che Bru­nel­le­schi fu an­che oro­lo­gia­io: An­to­nio Ma­net­ti rac­con­ta co­me aves­se stu­dia­to il mec­ca­ni­smo dei con­trap­pe­si dell’oro­lo­gio per ap­pli­car­lo a un si­ste­ma di sol­le­va­men­to del­le car­pen­te­rie di San­ta Ma­ria del Fio­re.

Bru­nel­le­schi non ha pro­get­ta­to so­lo gli edi­fi­ci, ma an­che le mac­chi­ne per co­struir­li e co­me tut­ti i gran­di è sta­to un in­no­va­to­re.

È un mo­del­lo ir­rag­giun­gi­bi­le. ver­si­tà di Fi­ren­ze e dal­la mia ca­sa da stu­den­te, per an­da­re in fa­col­tà in via de­gli Al­fa­ni, pas­sa­vo da­van­ti a un al­tro dei suoi ca­po­la­vo­ri, l’Ospe­da­le de­gli In­no­cen­ti. Un esem­pio di co­me la for­ma, il rit­mo, le pro­por­zio­ni, i pie­ni e i vuo­ti, pos­sa­no na­sce­re dall’es­sen­za del co­strui­re, su­bli­ma­ta dall’ar­te, si ca­pi­sce, ma non da un mo­del­lo astrat­to.

Il can­tie­re del­la Cu­po­la, poi, è sta­to una sfi­da, con­si­de­ran­do a che al­tez­za è sta­ta co­strui­ta e co­me è sta­ta co­strui­ta, un gio­co di co­ni che si in­ca­stra­no e si con­tra­sta­no l’uno con l’al­tro.

L’ar­chi­tet­tu­ra di Bru­nel­le­schi è qual­co­sa di ir­rag­giun­gi­bi­le per­ché na­sce da quel sot­ti­le fi­lo ros­so che uni­sce il prag­ma­ti­smo del­la tec­ni­ca con la leg­ge­rez­za del­la poe­sia. Co­me cer­ca di fa­re chiun­que pra­ti­chi un la­vo­ro crea­ti­vo, sia es­so uno scrit­to­re, un mu­si­ci­sta, uno scul­to­re, un pit­to­re o un ci­nea­sta.

Rin­cor­re­re Bru­nel­le­schi è una co­sa in­sen­sa­ta, ma un ar­chi­tet­to può al­me­no pro­va­re a pro­get­ta­re e co­strui­re spa­zi in cui la di­stan­za tra ar­te e tec­ni­ca si ri­du­ca al mi­ni­mo, e ma­ga­ri pos­sa per­si­no spa­ri­re, co­me suc­ce­de­va in quel tem­po ir­ri­pe­ti­bi­le del Bru­nel­le­schi, il tem­po del Pri­mo Ri­na­sci­men­to.

Per me è sta­to un gran­de ispi­ra­to­re, for­se il più gran­de. Da quan­do an­co­ra stu­dia­vo ar­chi­tet­tu­ra all’Uni Le im­ma­gi­ni Nel­la pa­gi­na ac­can­to, in al­to, una ve­du­ta ester­na del Duo­mo; sot­to: gli af­fre­schi di Va­sa­ri e Zuc­ca­ri (nel ri­qua­dro a de­stra una del­le cre­pe). A si­ni­stra: una ri­co­stru­zio­ne del can­tie­re. Qui so­pra: an­co­ra l’ester­no del­la Cu­po­la (cour­te­sy Ope­ra di San­ta Ma­ria del Fio­re / Fo­to Echo)

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.