Più bo­schi, la ri­vin­ci­ta dell’ar­cai­co

Corriere della Sera - La Lettura - - Universi Visual Data - Di FRAN­CO AR­MI­NIO

Bi­so­gna es­se­re ge­ne­ro­si con le per­so­ne, ma an­che con i luo­ghi. I no­stri luo­ghi e quel­li de­gli al­tri, il luo­go di tut­ti: la pic­co­la ter­ra ton­da. A me non di­spia­ce che l’Eu­ro­pa ab­bia più fo­re­ste che cen­to an­ni fa. Le fo­glie so­no il cuo­re del­la vi­ta, di ogni vi­ta. Gli uma­ni so­no com­pri­ma­ri che si so­no as­se­gna­ti la par­te del pro­ta­go­ni­sta ap­pro­fit­tan­do dell’as­sen­za del re­gi­sta. Ma il film ri­schia di fi­ni­re ma­le. Stia­mo re­ci­tan­do la no­stra par­te e quel­la de­gli al­tri, pre­ten­dia­mo di es­se­re gli uni­ci es­se­ri in gra­do di sen­ti­re e ca­pi­re. Ma co­sì non è.

Un al­be­ro è una crea­tu­ra mol­to in­tel­li­gen­te, non è un ca­so che sia la crea­tu­ra più pre­sen­te sul­la Ter­ra. Le fo­re­ste che cre­sco­no al­lo­ra au­men­ta­no l’in­tel­li­gen­za nel no­stro con­ti­nen­te. E au­men­ta­no i pae­sag­gi ino­pe­ro­si, la ve­ra sal­vez­za del pia­ne­ta. Non sto pre­di­can­do un mon­do che sia tut­to sel­va, ma c’è bi­so­gno di zo­ne do­ve l’uo­mo non pog­gia la sua or­ma. Do­ve la pre­sen­za uma­na è me­no den­sa, ec­co che riaf­fio­ra il sa­cro. È co­me se i fa­sti del­la mo­der­ni­tà aves­se­ro con­su­ma­to le ri­ser­ve mi­ti­che del pia­ne­ta. Ora che la mo­der­ni­tà è in cri­si, tor­na l’ar­cai­co, s’in­cri­na la fe­de nel qui e ora, tor­na la for­za del pas­sa­to, il gu­sto del fu­tu­ro.

Il pia­ne­ta sur­ri­scal­da­to cor­re gran­di ri­schi, ma ci sal­ve­ran­no gli al­be­ri o co­mun­que ri­man­de­ran­no la no­stra estin­zio­ne. Non c’è l’Eu­ro­pa del­la po­li­ti­ca, c’è l’Eu­ro­pa del­le fo­re­ste. E sa­rà sem­pre più vi­va e più am­pia. Fo­re­ste vuol di­re una ca­sa per tan­ti ani­ma­li, vuol di­re ri­ser­ve di si­len­zio: gli al­be­ri li fa suo­na­re so­lo il ven­to, al­tri­men­ti stan­no zit­ti. An­che il si­len­zio ser­ve, ol­tre all’os­si­ge­no, al no­stro este­nua­to pia­ne­ta. Dun­que, a par­te le zo­ne da la­scia­re sen­za nes­sun in­ter­ven­to uma­no, oc­cor­re che mol­te fo­re­ste sia­no go­ver­na­te. Non tan­to per trar­ne pro­fit­ti, ti­po il ta­glio del­la le­gna, quan­to per man­te­ne­re un cer­to equi­li­brio nel pae­sag­gio. La pre­sen­za dell’uo­mo mol­to spes­so si­gni­fi­ca sfre­gio, ma non dob­bia­mo di­men­ti­ca­re che è an­che fre­gio. Sen­za i ter­raz­za­men­ti non avrem­mo avu­to l’olio li­gu­re o i li­mo­ni cam­pa­ni.

L’ Eu­ro­pa del fu­tu­ro è chia­ma­ta a co­strui­re una mo­der­ni­tà plu­ra­le an­che dal pun­to di vi­sta ve­ge­ta­le. Da una par­te le ter­re col­ti­va­te, e col­ti­va­te con un’at­ten­zio­ne sem­pre mag­gio­re a ri­dur­re i ve­le­ni, dall’al­tra le sel­ve do­ve la na­tu­ra cu­sto­di­sce sé stes­sa e le sue crea­tu­re. Sen­za fo­re­ste il mon­do sa­reb­be tut­ta una gran­de fab­bri­ca, un gi­ro­ton­do di ca­pan­no­ni e of­fi­ci­ne e vil­let­te e pom­pe di ben­zi­na. Se l’Eu­ro­pa ce­de la stra­da agli al­be­ri non ha nul­la da te­me­re. I pericoli non ven­go­no mai da ciò che met­te ra­di­ci nel­la ter­ra. I pericoli ven­go­no da crea­tu­re spae­sa­te in un mon­do spae­sa­to.

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