Giu­liet­ta vuo­le mo­ri­re Poi in ci­ma al mon­te...

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di JOE LANSDALE

Giu­liet­ta si era uc­ci­sa per Ro­meo. An­che lei era una Giu­liet­ta che ave­va de­ci­so di uc­ci­der­si per il suo Ro­meo. Che si chia­ma­va De­rek e si era pian­ta­to un col­tel­lo nel pet­to, la­scian­do­le un bi­gliet­to per di­re che era mor­to per lei, che l’ama­va ma che non riu­sci­va a ra­gio­na­re be­ne. Dun­que Giu­liet­ta — la se­con­da Giu­liet­ta — sa­lì il sen­tie­ro. Alberi, ma­ci­gni e go­le, poi ar­ri­vò in ci­ma. Si spor­se: dal fian­co del­la mon­ta­gna spun­ta­va­no roc­ce che la at­ten­de­va­no

La mat­ti­na­ta era cal­da e Giu­liet­ta aprì la por­ta del suo cam­per e scru­tò la na­tu­ra sel­vag­gia, pen­san­do quan­to fos­se bel­la. Sem­bra­va un’ottima scel­ta, co­me gior­na­ta, per far­la fi­ni­ta. Rac­col­se il vec­chio ba­sto­ne da pas­seg­gio di De­rek e sce­se dal cam­per, av­vian­do­si lun­go il sen­tie­ro.

Non era pas­sa­to mol­to tem­po quan­do, per co­mo­di­tà, si strin­se i lun­ghi ca­pel­li ca­sta­ni in una co­da di ca­val­lo, pri­ma di pro­ce­de­re. Su­pe­rò gran­di alberi e ma­ci­gni che si sta­va­no sgre­to­lan­do e go­le che per­cor­re­va­no il fian­co del­la mon­ta­gna. Pre­stò scar­sa at­ten­zio­ne al­la di­re­zio­ne. Cam­mi­nò e ba­sta. Men­tre lo fa­ce­va, pen­sò al­la Giu­liet­ta di Sha­ke­spea­re e a co­me l’ave­va fat­ta fi­ni­ta.

Giu­liet­ta si era uc­ci­sa per Ro­meo. Ca­pi­va la sua sof­fe­ren­za e ora que­sta Giu­liet­ta, si dis­se, avreb­be fat­to la stes­sa co­sa. Avreb­be fat­to usci­re la sof­fe­ren­za dal­la sua vi­ta pro­prio co­me si fa usci­re il pus da una fe­ri­ta.

Il sen­tie­ro si di­vi­de­va. Una par­te pro­ce­de­va drit­ta, l’al

Fa­ti­ca

Il san­gue le mar­tel­la­va la te­sta e le fa­ce­va pul­sa­re le tem­pie co­me se qual­co­sa al suo in­ter­no stes­se cer­can­do di sca­var­si una via d’usci­ta

tra si ar­ram­pi­ca­va tra le roc­ce e fu quel­la la par­te da lei scel­ta.

Si ar­ram­pi­cò, do­ven­do aiu­tar­si con il ba­sto­ne. Il sen­tie­ro si fe­ce più an­gu­sto e gli alberi le si strin­se­ro in­tor­no su en­tram­bi i fian­chi. Giu­liet­ta scru­tò il sen­tie­ro da­van­ti a sé e no­tò una chiaz­za di lu­ce tra le ombre de­gli alberi. Era ben più in al­to di lei e per rag­giun­ger­la ci sa­reb­be vo­lu­to un po’ di tem­po.

Ciò a cui non ave­va pen­sa­to quan­do ave­va de­ci­so che quel­lo sa­reb­be sta­to il suo ul­ti­mo gior­no sul­la ter­ra era quan­ta fa­me avreb­be avu­to do­po aver sal­ta­to la co­la­zio­ne. Ave­va da­to per scon­ta­to che avreb­be tro­va­to un pun­to ele­va­to da cui but­tar­si ben pri­ma.

Si fer­mò e pen­sò al suo Ro­meo, De­rek, e a co­me si era pian­ta­to un col­tel­lo nel pet­to e ave­va la­scia­to un bi­gliet­to per di­re che era mor­to per lei. Che l’ama­va e che lei gli sta­va ca­ra, ma che non riu­sci­va a ra­gio­na­re be­ne e che, con il suo no­me sul­le lab­bra, si sa­reb­be lan­cia­to nel fol­le nul­la oscu­ro.

Quan­do De­rek si era pian­ta­to il col­tel­lo nel cuo­re, era un po’ co­me se lo aves­se pian­ta­to nel cuo­re di Giu­liet­ta. Da sem­pre, l’om­bra del­la so­li­tu­di­ne e del rim­pian­to in­com­be­va su De­rek, sen­za che lui sa­pes­se esat­ta­men­te per­ché. Po­che ore pri­ma dei suoi istan­ti fi­na­li, ave­va­no li­ti­ga­to per qual­co­sa di scioc­co, qual­co­sa di tal­men­te scioc­co che non ne ri­cor­da­va nem­me­no il suc­co.

Sul suo bi­gliet­to c’era scrit­to che la ama­va a tal pun­to da to­glier­si la vi­ta e ora lei era cer­ta che non avreb­be po­tu­to vi­ve­re sen­za di lui, che lo stra­zio che pro­va­va le si sa­reb­be len­ta­men­te in­si­nua­to nel san­gue e nel­le os­sa per sta­bi­lir­vi­si co­me un pa­ras­si­ta.

Giu­liet­ta non ave­va la mi­ni­ma in­ten­zio­ne di ali­men­ta­re quel pa­ras­si­ta. Gli avreb­be ta­glia­to i vi­ve­ri, an­zi.

La fa­me le fa­ce­va bor­bot­ta­re lo sto­ma­co, ma lei se­gui­tò a sa­li­re.

Il sen­tie­ro si fe­ce tal­men­te stret­to e ri­pi­do che lei ini­ziò a stri­scia­re su ma­ni e gi­noc­chia, sen­za mai mol­la­re il ba­sto­ne. I mas­si sul­la pi­sta le strap­pa­ro­no i pan­ta­lo­ni e le graf­fia­ro­no le gi­noc­chia. Per quan­to non fos­se di­ret­ta­men­te espo­sta a una fon­te di ca­lo­re e si man­te­nes­se all’om­bra de­gli alberi, gron­da­va su­do­re.

Finalmente, giun­se sul­la som­mi­tà del sen­tie­ro. Riu­scì ad al­zar­si in pie­di, a fa­re re­spi­ri pro­fon­di. Era tal­men­te esau­sta che si po­sò le ma­ni sul­le gi­noc­chia e si pie­gò in due per ri­ca­ri­car­si. Il san­gue le mar­tel­la­va la te­sta e le fa­ce­va pul­sa­re le tem­pie co­me se qual­co­sa al suo in­ter­no stes­se cer­can­do di sca­var­si una via d’usci­ta.

Quan­do ri­pre­se fia­to e il san­gue smi­se di pul­sa­re, si re­se con­to di es­se­re giun­ta sull’or­lo di uno sco­sce­so di­ru­po e che, al di là del di­ru­po, il so­le bru­cia­va co­me un tiz­zo­ne ar­den­te. Il cie­lo era di un az­zur­ro ir­rea­le e, men­tre lei si av­vi­ci­na­va all’or­lo del pre­ci­pi­zio, guar­dò da­van­ti a sé e vi­de gli alberi più in bas­so e il pen­dio del­la mon­ta­gna. Era ver­de co­me l’Ir­lan­da. Si spor­se in avan­ti e guar­dò giù. Era un bel sal­to. Dal fian­co del­la mon­ta­gna spun­ta­va­no roc­ce che la at­ten­de­va­no.

D’un trat­to, l’aria si rin­fre­scò e un vento fred­do le ali­tò in fac­cia.

Con il vento in fac­cia, qual­co­sa cam­biò. Ca­pì, in quell’istan­te, di non es­se­re de­bi­tri­ce del­la vi­ta a De­rek. Di non es­se­re in de­bi­to con nes­su­no. L’aria fre­sca, il cie­lo az­zur­ro e il so­le bru­cian­te, tut­te le sfu­ma­tu­re di ver­de da­van­ti a lei la ri­vi­ta­liz­za­ro­no. Se l’aria po­te­va cam­bia­re e il so­le po­te­va sor­ge­re e ca­la­re e sor­ge­re di nuo­vo, an­che lei avreb­be po­tu­to far­lo.

Fu co­me se da­van­ti a lei si fos­se spa­lan­ca­to un por­ta­le di ve­ri­tà.

Io non so­no un’esten­sio­ne di De­rek e del­la sua mor­te. Non lo se­gui­rò nel vor­ti­ce oscu­ro.

La tri­stez­za l’ave­va tra­vol­ta, ma ora lei ave­va tro­va­to un mo­do per con­te­ner­la den­tro di sé. Sa­pe­va di do­ver vi­ve­re, per­ché la vi­ta era bel­la, pie­na di mo­men­ti dif­fi­ci­li, ma bel­la.

Fe­ce un re­spi­ro pro­fon­do, si vol­tò e si mi­se in cam­mi­no per tor­na­re al cam­per.

Ave­va fa­me. Era li­be­ra. (

Il te­sto Pi­rel­li, che mar­te­dì 3 di­cem­bre pre­sen­te­rà il ca­len­da­rio 2020 Loo­king for Ju­liet, fir­ma­to da Pao­lo Ro­ver­si (qui so­pra: una im­ma­gi­ne del back­sta­ge), ha chie­sto a due gran­di scrit­to­ri internazio­nali di rein­ter­pre­ta­re in chia­ve con­tem­po­ra­nea la sto­ria di Giu­liet­ta: Joe Lansdale — con il te­sto che «la Let­tu­ra» an­ti­ci­pa in que­ste pa­gi­ne — e Lau­ren Groff. Gli scrit­ti sa­ran­no pub­bli­ca­ti sul si­to pi­rel­li.com a cor­re­do del­la con­sue­ta pro­du­zio­ne di con­te­nu­ti rea­liz­za­ta da Pi­rel­li che ogni an­no in­te­gra il pro­get­to del Ca­len­da­rio con rac­con­ti e vi­deo pub­bli­ca­ti at­tra­ver­so la sua piattaform­a di co­mu­ni­ca­zio­ne

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.