I gior­ni del ca­sti­go sen­za de­lit­to né col­pa

Il te­de­sco Fer­di­nand von Schi­ra­ch è un av­vo­ca­to fa­mo­so che ora con­clu­de un trit­ti­co di vo­lu­mi nel qua­le sve­la sto­rie che ha at­tra­ver­sa­to o lam­bi­to in tri­bu­na­le con una cer­tez­za: ve­ri­tà pro­ces­sua­le e fat­tua­le non sem­pre coin­ci­do­no

Corriere della Sera - La Lettura - - Libri Narrativa Straniera - Di RA­NIE­RI POLESE

Con Ca­sti­go ( Stra­fe, tra­dot­to ora da Ne­ri Poz­za) si con­clu­de la tri­lo­gia di rac­con­ti che Fer­di­nand von Schi­ra­ch, fa­mo­so pe­na­li­sta del fo­ro di Ber­li­no, ave­va co­min­cia­to nel 2009 con il vo­lu­me Ver­bre­chen («De­lit­to», tra­dot­to da Lon­ga­ne­si col ti­to­lo Un col­po di vento). Un an­no do­po era usci­to Schuld («Col­pa», I col­pe­vo­li, Lon­ga­ne­si), e i due li­bri era­no ri­ma­sti a lun­go nei pri­mi po­sti del­le clas­si­fi­che te­de­sche. Poi, il suc­ces­so del ro­man­zo Il ca­so Col­li­ni (2011) gli ave­va aper­to il mer­ca­to mon­dia­le.

Co­me ne­gli al­tri due li­bri del trit­ti­co, le sto­rie rac­con­ta­te so­no pre­va­len­te­men­te sto­rie ve­re, a vol­te quel­le di cui von Schi­ra­ch si è oc­cu­pa­to di­ret­ta­men­te, al­tre vol­te vi­cen­de rac­col­te ne­gli uf­fi­ci del tri­bu­na­le. Ep­pu­re, De­lit­to, Col­pa e Ca­sti­go per l’av­vo­ca­to-scrit­to­re in­di­ca­no un qual­co­sa di più e di di­ver­so dai ter­mi­ni le­ga­li, par­la­no di un ele­men­to dif­fi­ci­le a de­fi­nir­si, ri­chia­ma­no un fat­to­re im­pre­ve­di­bi­le che può tra­mu­ta­re un pa­ci­fi­co uo­mo co­mu­ne in un as­sas­si­no. O che, pur es­sen­do la per­so­na ma­te­rial­men­te in­no­cen­te, lo de­va­sta con un sen­so di col­pa che non si può can­cel­la­re.

Nell’ul­ti­mo rac­con­to di Ca­sti­go, l’io nar­ran­te cer­ca di con­vin­ce­re l’ami­co Ri­chard che la mor­te del­la mo­glie non è sta­ta per col­pa sua. Ma Ri­chard ri­bat­te: «For­se hai ra­gio­ne, non c’è nes­sun de­lit­to e nes­su­na col­pa, pe­rò c’è un ca­sti­go».

Sto­rie na­te nei tri­bu­na­li ma che non so­mi­glia­no per nien­te ai le­gal th­ril­ler o ai noir. E an­co­ra me­no al ge­ne­re po­li­zie­sco dei se­rial killer psi­co­pa­ti­ci. Con una pro­sa asciut­ta e sor­ve­glia­ta, von Schi­ra­ch met­te in or­di­ne i fat­ti che han­no se­gna­to la vi­ta di per­so­ne as­so­lu­ta­men­te nor­ma­li. Non vuol fa­re psi­co­lo­gia, non ri­cor­re a fa­ci­li equa­zio­ni (in­fan­zia dif­fi­ci­le-di­sa­dat­ta­men­to-de­lit­to), lui per pri­mo con­fes­sa di non sa­pe­re per­ché quel gior­no il suo as­si­sti­to pre­se il fucile e spa­rò. Quel­lo che cer­ca in que­sta se­rie di fat­ti è il «fat­to­re uma­no», pre­sen­te nell’im­pu­ta­to co­sì co­me nel­la sua vit­ti­ma. Fa un’ope­ra­zio­ne da cro­ni­sta, non espri­me giu­di­zi, non usa la logica po­li­zie­sca per cui non ci so­no coin­ci­den­ze e la so­lu­zio­ne più pro­ba­bi­le dev’es­se­re per for­za quel­la ve­ra.

Rac­con­ta, von Schi­ra­ch, la sto­ria di Alex na­to con mac­chie ros­se (vo­glie di vi­no) sul cor­po e sul vi­so che l’han­no co­stret­to a sen­tir­si di­ver­so. E c’è Stre­li­tz, bas­so di sta­tu­ra, che cre­de che gli al­tri lo pren­da­no per un na­no. Ka­tha­ri­na sof­fre per un ec­ces­so di emo­ti­vi­tà e ogni se­ra, a ca­sa, si pra­ti­ca del­le in­ci­sio­ni sul­le brac­cia o si ar­ro­ven­ta le ma­ni sul­la pia­stra. La­scia­to dal­la mo­glie, il si­gnor Meyer­beck ac­qui­sta per cor­ri­spon­den­za una bam­bo­la ses­sua­le, che chia­me­rà Ly­dia e di­vi­de­rà con lei le not­ti e i suoi gior­ni li­be­ri. Sto­rie di per­so­ne co­mu­ni, che un gior­no fa­ran­no qual­co­sa che li por­te­rà nell’au­la di un tri­bu­na­le.

Da av­vo­ca­to, von Schi­ra­ch non chie­de mai il per­ché, lui de­ve cer­ca­re una fal­la nel­le pro­ve pro­dot­te dall’ac­cu­sa, ve­de­re se le re­go­le del­la pro­ce­du­ra, an­che quan­do pos­so­no ap­pa­ri­re biz­zar­re, so­no sta­te ri­spet­ta­te. Sta al bra­vo pe­na­li­sta la­vo­ra­re su­gli even­tua­li er­ro­ri o man­che­vo­lez­ze del pub­bli­co mi­ni­ste­ro, an­che a ri­schio di far as­sol­ve­re qual­cu­no che in­no­cen­te non è. Ep­pu­re, di­ce von Schi­ra­ch, sen­za il giu­sto pro­ces­so in cui an­che il reo con­fes­so ha di­rit­to al­la di­fe­sa, e che ga­ran­ti­sce im­par­zia­li­tà e re­go­le cer­te, non avrem­mo lo Sta­to di di­rit­to ma un re­gi­me dit­ta­to­ria­le, il­li­be­ra­le.

Re­sta un’al­tra do­man­da: la ve­ri­tà pro­ces­sua­le, il ver­det­to che con­clu­de il di­bat­ti­men­to, è la ve­ra ve­ri­tà o no? Per von Schi­ra­ch le due co­se non ne­ces­sa­ria­men­te coin­ci­do­no. An­che per­ché la sen­ten­za fi­na­le non può (e non de­ve) in­da­ga­re sul­le mo­ti­va­zio­ni pro­fon­de, su quan­to vi è di im­pon­de­ra­bi­le, inat­te­so, nel ge­sto che si con­fi­gu­ra co­me un cri­mi­ne. A que­sto, for­se, si può av­vi­ci­na­re la let­te­ra­tu­ra, il rac­con­to che for­ni­sce al let­to­re ele­men­ti che, ap­pun­to, ci par­la­no del fat­to­re uma­no. Di ciò che in ognu­no di noi c’è di ir­ri­sol­to, di be­ne e di ma­le, in un equi­li­brio in­sta­bi­le che a un cer­to mo­men­to si rom­pe. Il fat­to che Ka­tha­ri­na si pro­du­ca fe­ri­te e abra­sio­ni non com­pa­re fra gli ele­men­ti pro­ces­sua­li, e nep­pu­re il fat­to che lo zio di Alex aves­se spie­ga­to al bam­bi­no in va­can­za nel­la ca­sa sul la­go che quel­le mac­chie sul cor­po era­no le map­pe di Pae­si me­ra­vi­glio­si. An­che il mo­do in cui l’av­vo­ca­to Schle­sin­ger, un tem­po bril­lan­te pe­na­li­sta e ora ri­dot­to a vi­ve­re co­me un bar­bo­ne ubria­co con il vi­zio del gio­co d’az­zar­do, rie­sce a sco­pri­re per­ché la don­na di cui gli è sta­ta af­fi­da­ta la di­fe­sa di uf­fi­cio non può ave­re uc­ci­so il ma­ri­to, que­sto det­ta­glio non ha ri­le­van­za giu­ri­di­ca. Ep­pu­re è de­ci­si­vo per la vi­ta di Schle­sin­ger e del­la sua as­si­sti­ta.

So­no per­so­ne e non per­so­nag­gi i pro­ta­go­ni­sti di que­ste sto­rie, e per lo­ro — col­pe­vo­li o in­no­cen­ti — von Schi­ra­ch chie­de com­pren­sio­ne. An­che per­ché il cri­mi­na­le è for­se an­che lui vit­ti­ma, ma­ga­ri di sé stes­so e del buio che si por­ta den­tro. Chi in­ve­ce non me­ri­ta com­pren­sio­ne, ha di­chia­ra­to più vol­te, è chi com­pie cri­mi­ni po­li­ti­ci, mas­si­me fra tutti lo ster­mi­nio de­gli ebrei. Ni­po­te da par­te di pa­dre di Bal­dur von Schi­ra­ch, il na­zi­sta che or­ga­niz­zò la de­por­ta­zio­ne de­gli ebrei di Vien­na, lo scrit­to­re non fa scon­ti, non tro­va at­te­nuan­ti. È im­pos­si­bi­le, di­ce, spie­ga­re per­ché suo non­no, co­me gli al­tri fe­de­li hi­tle­ria­ni, po­té col­la­bo­ra­re a quell’or­ro­re. «Cri­mi­ni fred­di, or­ga­niz­za­ti a ta­vo­li­no. So­no in­giu­sti­fi­ca­bi­li e non per­do­na­bi­li. A 14 an­ni, quan­do or­mai mio non­no era mor­to, ho sa­pu­to le co­se che ave­va com­piu­to», ri­cor­da nel suo li­bro ap­pe­na usci­to in Ger­ma­nia, Kaf­fee und Zi­ga­ret

ten. «Il fat­to che io por­ti il suo no­me mi ha co­stret­to a fa­re i con­ti con un pas­sa­to per me trop­po vi­ci­no. Ma per lui e per gli al­tri as­sas­si­ni na­zi­sti non ci può es­se­re com­pren­sio­ne né pie­tà».

FER­DI­NAND VON SCHI­RA­CH Ca­sti­go Tra­du­zio­ne di Ric­car­do Cra­ve­ro e Ire­ne Sal­va­to­ri NE­RI POZ­ZA Pa­gi­ne 173, € 17 L’au­to­re Fer­di­nand von Schi­ra­ch (Mo­na­co di Ba­vie­ra, 1964) è av­vo­ca­to e vi­ve a Ber­li­no. Scrit­to­re tra i più im­por­tan­ti og­gi in Ger­ma­nia, per il tea­tro ha scrit­to il te­sto Ter­ror. Le sue ope­re so­no sta­te tra­dot­te in più di 35 lin­gue: in Ita­lia so­no usci­ti, tutti per Lon­ga­ne­si, Un col­po di vento (2010), Il ca­so Col­li­ni (2012), I col­pe­vo­li (2013) e Ta­bù (2014). In Ger­ma­nia è sta­to pub­bli­ca­to ora Kef­fee und Zi­ga­ret­ten (Lu­ch­te­rhand Ver­lag, pp. 193, € 20) L’im­ma­gi­ne Da­vid Ce­sa­ria (Me­sa­gne, Brin­di­si, 1979), Di­sa­gio (le­gno con luci led, 2019). L’ope­ra è espo­sta a Mi­la­no fi­no al 16 gen­na­io pros­si­mo nel­la mo­stra Da­vid Ce­sa­ria. Jac­k­pop cu­ra­ta da Igor Zan­ti pres­so la Gal­le­ria Area\B (via Pas­so Buo­le 3)

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