Le nuo­ve tri­bù di Israe­le Il pri­mo con­fi­ne di Oz

Corriere della Sera - La Lettura - - Libri | Racconti - di AS­SAF GA­VRON ( tra­du­zio­ne di Ma­ria Se­pa)

Nel 1982 lo scrit­to­re rag­giun­se Ofra, in­se­dia­men­to di israe­lia­ni di de­stra, lon­ta­ni dal­le sue idee ma di­spo­sti ad ascol­tar­lo, per­ché gli ri­co­no­sce­va­no au­to­re­vo­lez­za. Ora non so­lo lo scrit­to­re non c’è più ma an­che il suo slan­cio pa­ci­fi­sta e dia­lo­gan­te so­prav­vi­ve a fa­ti­ca sol­tan­to in una par­te del­la po­po­la­zio­ne del suo Pae­se. Un au­to­re di una ge­ne­ra­zio­ne suc­ces­si­va ha vo­lu­to par­la­re con chi al­lo­ra lo ascol­tò e che non ha cam­bia­to idea. For­se. O for­se no

Sul­le pa­re­ti del­le pri­me ca­se dell’in­se­dia­men­to di Ofra, in Ci­sgior­da­nia, ora ci so­no dei car­tel­li blu mes­si lì dal Con­si­glio per la Con­ser­va­zio­ne del Pa­tri­mo­nio israe­lia­no. In uno è scrit­to: «Qui i pa­dri fon­da­to­ri di Ofra sta­bi­li­ro­no il pri­mo in­se­dia­men­to ebrai­co nel­la re­gio­ne mon­ta­na...». Un al­tro in­for­ma: «Qui fu­ro­no pre­se de­ci­sio­ni im­por­tan­ti e, per pren­de­re quel­le de­ci­sio­ni, il pub­bli­co fu con­vo­ca­to con gli al­to­par­lan­ti si­ste­ma­ti sui tet­ti...». Un mi­to si­mi­le a quel­lo del pri­mo kib­bu­tz di Israe­le ma a po­co più di qua­rant’an­ni da al­lo­ra. Quan­do un edi­fi­cio di­ven­ta un mu­seo, non si­gni­fi­ca che è tut­to fi­ni­to, che il pre­sen­te è di­ven­ta­to sto­ria? Che co­sa si­gni­fi­ca que­sto per Ofra e per gli in­se­dia­men­ti in ge­ne­ra­le? Una del­le pri­me ca­se è ora una piz­ze­ria. Dall’al­tra par­te del­la stra­da c’è l’enor­me li­ceo re­li­gio­so fem­mi­ni­le di Ofra e, di fron­te, un su­per­mar­ket. Nell’au­tun­no del 1982, quan­do Amos Oz an­dò a vi­si­ta­re Ofra, non c’era nes­su­no di que­sti tre edi­fi­ci: c’era in­ve­ce il cen­tro esti­vo an­co­ra in fun­zio­ne. Il pri­mo ca­pi­to­lo che Oz ha de­di­ca­to a Ofra nel suo si­gni­fi­ca­ti­vo In ter­ra di Israe­le ini­zia pro­prio con la de­scri­zio­ne di que­sto cen­tro. Fu nel­la sua sa­la da pran­zo che Oz fe­ce il di­scor­so che di­ven­ne il se­con­do ca­pi­to­lo su Ofra del li­bro.

«Non ho mai ca­pi­to per­ché il li­bro ab­bia avu­to tan­to suc­ces­so», af­fer­ma Israel Ha­rel, che all’epo­ca ospi­tò Oz e che fu una del­le prin­ci­pa­li per­so­ne in­ter­vi­sta­te in quel pri­mo ca­pi­to­lo. La se­ra­ta in cui Oz fe­ce il suo di­scor­so al pub­bli­co dei co­lo­ni re­sta in­di­men­ti­ca­bi­le. «Fuo­ri non c’era un’ani­ma, tut­ti era­no nel­la sa­la da pran­zo. Amos ci af­fa­sci­nò tut­ti. Do­po la presentazi­one, di­scu­tem­mo con lui tut­ta la not­te. De­vo dar­gli at­to di ave­re pro­mos­so un’espe­rien­za in­di­men­ti­ca­bi­le».

Ci in­con­tria­mo di se­ra, in un af­fol­la­to caf­fè di Tel Aviv. Ha­rel ha 81 an­ni, ma do­po due ore di chiac­chie­re ha mol­ta più ener­gia di me. Oz lo ha de­scrit­to co­me «un uo­mo pia­ce­vo­le e ri­fles­si­vo, che par­la sen­za pun­ti escla­ma­ti­vi e sa ascol­ta­re con cuo­re sag­gio». So­no d’ac­cor­do. Quan­do in­con­trò Oz a Ofra, Ha­rel era già a ca­po del Con­si­glio de­gli Ye­sha, che rap­pre­sen­ta­va tut­ti gli in­se­dia­men­ti nei ter­ri­to­ri oc­cu­pa­ti di Ga­za e Ci­sgior­da­nia, ed era il di­ret­to­re del men­si­le dei co­lo­ni, «Ne­ku­da», che ave­va fon­da­to e con­ti­nuò a di­ri­ge­re per 15 an­ni. È tut­to­ra un pa­ca­to lea­der del mo­vi­men­to dei co­lo­ni e tie­ne una ru­bri­ca set­ti­ma­na­le su «Haa­re­tz», il pre­sti­gio­so quo­ti­dia­no li­be­ral israe­lia­no. Ha­rel pen­sa che Oz avreb­be po­tu­to es­se­re dal­la lo­ro par­te, se non fos­se sta­to per l’ego del poe­ta Na­than Al­ter­man: «Do­po la Guer­ra dei Sei Gior­ni, fu fon­da­to il mo­vi­men­to per la Ter­ra di Israe­le. Io ave­vo cir­ca vent’an­ni, ave­vo pub­bli­ca­to un pa­io di ar­ti­co­li in pro­po­si­to e fui in­vi­ta­to a far­ne par­te. Ave­va­mo dal­la no­stra i prin­ci­pa­li scrit­to­ri del­la na­zio­ne: Al­ter­man, Mo­she Sha­mir, Sh­muel Yo­sef Agnon, Hayy­im Ha­zaz. Ste­se­ro una pe­ti­zio­ne e mi in­ca­ri­ca­ro­no di an­da­re in cer­ca di fir­me. Sug­ge­rii Oz e Ye­ho­shua, ma Al­ter­man mi dis­se ur­lan­do: “As­so­lu­ta­men­te no!”, per­ché que­sti gio­va­ni scrit­to­ri si era­no ri­bel­la­ti con­tro la sua ge­ne­ra­zio­ne. A Ofra ho chie­sto ad Amos: “Se te l’aves­si­mo chie­sto, ti sa­re­sti uni­to a noi?”. Ci ha pen­sa­to su per un mo­men­to e ha ri­spo­sto: “Non cre­do”. Ma io pen­so il con­tra­rio. C’era gen­te di si­ni­stra che ave­va fir­ma­to ed era pas­sa­ta dal­la no­stra par­te, e se quei due aves­se­ro fir­ma­to, pen­so che la sto­ria avreb­be pre­so un’al­tra pie­ga, per­ché poi so­no di­ven­ta­ti due av­ver­sa­ri in­tel­let­tua­li for­ti ed elo­quen­ti. È sta­to un er­ro­re».

Ha­rel ha smes­so di par­la­re con Oz do­po il di­scor­so del «cul­to oscu­ro», in cui Oz ha chia­ma­to i co­lo­ni «un cul­to mes­sia­ni­co e cru­de­le, una ma­sna­da di gang­ster ar­ma­ti, cri­mi­na­li con­tro l’uma­ni­tà, sa­di­ci, fau­to­ri di po­grom e as­sas­si­ni, emer­si da un an­go­lo oscu­ro dell’ebrai­smo...». Oz pro­ba­bil­men­te si ri­fe­ri­va agli estre­mi­sti vio­len­ti di Jewi­sh Un­der­ground e ai se­gua­ci del rab­bi­no Meir Ka­ha­na, ma Ha­rel l’ha vi­sto co­me un at­tac­co al più am­pio mo­vi­men­to di co­lo­ni. «Non l’ho mai per­do­na­to. È sta­to un di­scor­so vio­len­to».

La se­con­da per­so­na in­ter­vi­sta­ta da Oz a Ofra è sta­to Pin­chas Wal­ler­stein. Wal­ler­stein ha gui­da­to il con­si­glio re­gio­na­le di Bi­nya­min, che com­pren­de la par­te cen­tra­le del­la Sa­ma­ria e la Ci­sgior­da­nia set­ten­trio­na­le, per qua­si trent’an­ni. Se Ha­rel è l’ideo­lo­go, Wal­ler­stein è il fac­cen­die­re. Nel sag­gio ori­gi­na­le spie­ga a Oz co­me han­no fat­to i co­lo­ni a ma­ni­po­la­re il pre­mier Yi­tz­hak Ra­bin e il mi­ni­stro del­la Di­fe­sa, Shi­mon Pe­res: «Sia­mo ri­ma­sti qui con un pic­co­lo truc­co... ab­bia­mo ap­pro­fit­ta­to del cat­ti­vo san­gue che cor­re­va tra Ra­bin e Pe­res... i più im­por­tan­ti han­no chiu­so gli oc­chi». Nel 2019, quan­do va­do a tro­va­re Wal­ler­stein a Ofra, il suo cel­lu­la­re con­ti­nua a ri­ce­ve­re mes­sag­gi sul suo ten­ta­ti­vo di ot­te­ne­re per­mes­si per un avam­po­sto eret­to da un grup­po di gio­va­ni nel de­ser­to di Ara­va. «Per­ché Oz — chie­de — pub­bli­cò que­sto li­bro? S’è mes­so a cer­ca­re tut­te le tri­bù del­la so­cie­tà israe­lia­na. Teo­ri­ca­men­te una buo­na idea, tro­va­re un Israe­le uni­fi­ca­to. Ma ciò che sco­pre è che ognu­no sta nel suo can­tuc­cio, nel­la sua ser­ra. Oz ven­ne da noi co­me ex mem­bro del kib­bu­tz e per noi è sta­to un ono­re. Rap­pre­sen­ta­va il ro­man­ti­ci­smo dei sa­bra, i na­ti­vi di Israe­le. Da al­lo­ra per me è cam­bia­ta so­lo una co­sa: ri­cor­do di aver det­to a Oz che sa­rei ri­ma­sto a Ofra in qual­sia­si cir­co­stan­za. Ora non più. Es­se­re par­te del­la so­cie­tà israe­lia­na co­mun­que, que­sto è il mio prin­ci­pio gui­da. Ri­nun­ce­rei a ca­sa mia per il be­ne del­lo Sta­to. Il mio sco­po og­gi è ri­dur­re la vee­men­za de­gli scontri nel­la so­cie­tà israe­lia­na».

No­no­stan­te que­st’ap­proc­cio con­ci­lian­te e re­spon­sa­bi­le, de­vo con­te­sta­re l’idea che non vi sia­no con­tro­ver

sie. Il pun­to di par­ten­za può es­se­re si­mi­le: in­se­dia­men­to, pio­nie­ri­smo, vil­lag­gi sul­la li­nea di fuo­co. Oz è sta­to su­bi­to in gra­do di ri­co­no­scer­lo nel 1967, e nel 1982 fa­ce­va già una chia­ra di­stin­zio­ne. Il suo di­scor­so nel se­con­do ca­pi­to­lo su Ofra del li­bro espri­me in mo­do pe­ne­tran­te e an­co­ra do­lo­ro­sa­men­te ri­le­van­te il di­va­rio tra le ra­gio­ni dei co­lo­ni e quel­le de­gli uma­ni­sti nel­la so­cie­tà israe­lia­na: «Voi pen­sa­te che la­scia­re an­da­re la Ci­sgior­da­nia cree­reb­be un pe­ri­co­lo per l’esi­sten­za del­lo Sta­to di Israe­le. Io pen­so che l’an­nes­sio­ne di que­ste ter­re cree­reb­be un pe­ri­co­lo per l’esi­sten­za del­lo Sta­to di Israe­le». Que­sta è la li­nea di fon­do, e non è cam­bia­ta, ma ol­tre al­la «di­spu­ta sul­la scel­ta del luo­go», Oz par­la dell’in­dif­fe­ren­za dei co­lo­ni nei con­fron­ti dei con­flit­ti mo­ra­li di chi la ve­de co­me lui e pen­sa che dal lo­ro pun­to di vi­sta non si pren­da in con­si­de­ra­zio­ne un le­git­ti­mo di­bat­ti­to tra due per­ce­zio­ni con­trap­po­ste, ma so­lo una vi­sio­ne pa­ter­na­li­sti­ca e ar­ro­gan­te se­con­do la qua­le da una par­te ci so­no ebrei au­ten­ti­ci, rea­li, con­sa­pe­vo­li e dall’al­tra dei mi­scre­den­ti sen­za ra­di­ci e per­ver­ti­ti. «Nes­su­no ha il mo­no­po­lio del giu­dai­smo», scri­ve Oz. Ha de­fi­ni­to il lo­ro ap­proc­cio una «ci­vil­tà di ti­po mu­sea­le» e li ha ac­cu­sa­ti di es­se­re af­fet­ti da «au­ti­smo mo­ra­le» e di es­se­re ipo­cri­ti ver­so il mon­do al di fuo­ri di Israe­le. Sa­reb­be giu­sto chie­der­si se le sue pa­ro­le sia­no an­co­ra va­li­de al­la lu­ce dei pro­fon­di cam­bia­men­ti av­ve­nu­ti nel mon­do, nel­la re­gio­ne e nel­lo Sta­to do­po il 1982. Cre­do che la ri­spo­sta sia sì, e an­co­ra di più ora, 37 an­ni do­po. Il di­va­rio è lo stes­so, co­sì co­me l’ap­proc­cio e l’im­po­sta­zio­ne di ba­se. So­prat­tut­to per­ché, da qua­lun­que par­te la si guar­di, stia­mo an­co­ra oc­cu­pan­do un’al­tra po­po­la­zio­ne.

Nel 1982 Dror Et­kes era un ado­le­scen­te re­li­gio­so del quar­tie­re Ra­mat Esh­kol a Ge­ru­sa­lem­me. Vent’an­ni do­po ha ini­zia­to a do­cu­men­ta­re gli in­se­dia­men­ti e gli avam­po­sti in Ci­sgior­da­nia, pri­ma per l’or­ga­niz­za­zio­ne Pea­ce Now, poi per Ye­sh Din, una ong le­ga­le, e og­gi con il Ke­rem Na­vot, l’as­so­cia­zio­ne non-pro­fit che ha fon­da­to nel 2016. Dror mi ha por­ta­to in gi­ro con la sua pic­co­la au­to di fab­bri­ca­zio­ne ci­ne­se. «Nel 1982 Ofra era si­tua­ta in edi­fi­ci gior­da­ni co­strui­ti tra il 1966 e il 1967, in una ba­se mi­li­ta­re che il Re­gno di Gior­da­nia ave­va espro­pria­to ai pa­le­sti­ne­si. Gli edi­fi­ci non era­no mai sta­ti com­ple­ta­ti. La mag­gior par­te del­la ter­ra espro­pria­ta, cir­ca 60 acri, non era mai sta­ta uti­liz­za­ta dai gior­da­ni. Quan­do Ofra fu fon­da­ta, nel 1975, i re­si­den­ti usa­ro­no l’in­fra­strut­tu­ra mi­li­ta­re che i gior­da­ni ave­va­no ab­ban­do­na­to. Ma nei pri­mi an­ni Ot­tan­ta Ofra ini­ziò a espan­der­si nel­le ter­re dei vil­lag­gi vi­ci­ni, al di là del­la ter­ra espro­pria­ta. Ol­tre all’area gior­da­na e ad al­tri quat­tro ap­pez­za­men­ti ac­qui­sta­ti nel cor­so de­gli an­ni dai co­lo­ni, l’in­te­ro in­se­dia­men­to è co­strui­to su un ter­re­no re­gi­stra­to co­me pro­prie­tà pri­va­ta del­la po­po­la­zio­ne di Sil­wad ed Ein Ya­brud. Quin­di, se si par­la di ru­ba­re ter­ra, Ofra non ha egua­li».

Et­kes è per­so­nal­men­te re­spon­sa­bi­le dei tre prin­ci­pa­li in­suc­ces­si del­la sto­ria di Ofra, le eva­cua­zio­ni co­no­sciu­te co­me Amo­na 1, Amo­na 2 e «le no­ve ca­se». Nel feb­bra­io 2006 no­ve ca­se so­no sta­te sgom­bra­te e di­strut­te nell’avam­po­sto di Amo­na che si tro­va­va sul­la ci­ma del­la col­li­na a est di Ofra, a se­gui­to di un ri­cor­so pre­sen­ta­to da Et­kes, che so­ste­ne­va che le ca­se era­no sta­te co­strui­te su un ter­re­no pri­va­to. La Cor­te Su­pre­ma di Israe­le ha ac­col­to il ri­cor­so. Nel gen­na­io 2017 il re­sto dell’avam­po­sto di Amo­na è sta­to sgom­be­ra­to, 40 ca­se (le fa­mi­glie so­no sta­te com­pen­sa­te con ter­re­ni e ca­se in un nuo­vo in­se­dia­men­to co­strui­to per lo­ro). Un me­se do­po, nel cuo­re del quar­tie­re me­ri­dio­na­le di Ofra so­no sta­te eva­cua­te e di­strut­te no­ve ca­se.

Una del­le ca­se an­co­ra in pie­di sul­la stra­da de­mo­li­ta è

quel­la del­la fa­mi­glia So­rek. All’ini­zio di ago­sto la fa­mi­glia è sta­ta col­pi­ta da una ter­ri­bi­le tra­ge­dia. Il lo­ro fi­glio Dvir, 19 an­ni, è sta­to as­sas­si­na­to da un pa­le­sti­ne­se nel­la re­gio­ne di Gu­sh Etzion, vi­ci­no al­la ye­shi­va Ma­ha­nay­im, la scuo­la do­ve sta­va stu­dian­do. Il pa­dre di Dvir, Yoav, è una fi­gu­ra no­ta nell’am­bien­te re­li­gio­so nazionale, a 49 an­ni può es­se­re vi­sto co­me un rap­pre­sen­tan­te in vi­ta del­la ge­ne­ra­zio­ne suc­ces­si­va a quel­la dei fon­da­to­ri di Ofra, ma non aspi­ra a que­sto ti­to­lo. Ci se­dia­mo nel suo giar­di­no, sot­to un ulivo e ac­can­to a una pic­co­la pi­sci­na. È un uo­mo pia­ce­vo­le, con una vo­ce pa­ca­ta. «Non so­no ve­nu­to qui — af­fer­ma — per mo­ti­vi ideo­lo­gi­ci, 22 an­ni fa io e mia mo­glie ci sia­mo tra­sfe­ri­ti nell’avam­po­sto di Re­che­lim, a po­chi chi­lo­me­tri da qui, quan­do c’era­no so­lo tre rou­lot­te. Era un po’ trop­po fa­ti­co­so per noi, per­ciò ci sia­mo tra­sfe­ri­ti nel­la bor­ghe­se Ofra. È bel­lo cre­sce­re i bam­bi­ni qui, an­che se sa­reb­be sta­to si­mi­le cre­scer­li in un vil­lag­gio del­la co­mu­ni­tà all’in­ter­no dei con­fi­ni ri­co­no­sciu­ti di Israe­le».

Na­to a Re­ho­vot e cre­sciu­to in una ca­sa sim­pa­tiz­zan­te per la de­stra, So­rek ha vis­su­to «sul la­to de­stro del­la Li­nea ver­de» da quan­do ave­va 15 an­ni. Pen­so che Oz avreb­be am­mi­ra­to il suo pen­sie­ro, che cer­ca di ri­de­fi­ni­re la stra­da dell’ebrai­smo re­li­gio­so. In un lun­go sag­gio si ri­col­le­ga al­la stes­sa di­vi­sio­ne che Oz ave­va cri­ti­ca­to in quel di­scor­so di fron­te al po­po­lo di Ofra, la di­vi­sio­ne tra l’ebrai­smo fos­si­liz­za­to, di stam­po mu­sea­le, e la ver­sio­ne plu­ra­li­sta, uni­ver­sa­le, aper­ta. So­rek in ef­fet­ti au­spi­ca un le­ga­me tra il mes­sia­ne­si­mo e il rea­li­smo, il mi­ti­co e l’uni­ver­sa­le ma ad­den­tran­do­si nell’ar­ti­co­lo ap­pa­re chia­ro che la de­nun­cia è ri­vol­ta so­prat­tut­to con­tro chi non ap­pro­va il mi­ti­co e il mes­sia­ni­co. In con­ver­sa­zio­ne, am­met­te one­sta­men­te i fal­li­men­ti dell’im­pre­sa dell’in­se­dia­men­to: «Per la mag­gior par­te de­gli israe­lia­ni sia­mo an­co­ra ol­tre le mon­ta­gne oscu­re, non ab­bia­mo so­vra­ni­tà, nes­sun pia­no ur­ba­ni­sti­co, nes­sun go­ver­no che na­tu­ra­liz­ze­rà la Ci­sgior­da­nia». Ma cre­de nel­la «Gran­de sto­ria ebrai­ca» e pen­sa che il sio­ni­smo lai­co ne sia lon­ta­no.

Poi so­stie­ne te­si estre­me sui pa­le­sti­ne­si. So­rek è fa­vo­re­vo­le, ad esem­pio, al­la de­por­ta­zio­ne del­le fa­mi­glie dei ter­ro­ri­sti: «Di­strug­ge­re le lo­ro ca­se fa po­co dan­no. La de­por­ta­zio­ne in­via il mes­sag­gio che non c’è tol­le­ran­za ver­so chi non ci ri­spet­ta». Cre­do a So­rek quan­do mi di­ce che non odia gli ara­bi e che edu­ca i fi­gli a quel­lo che chia­ma un «na­zio­na­li­smo ben in­ten­zio­na­to». Ma non pos­so ac­cet­ta­re il pre­sup­po­sto che il sen­ti­men­to nazionale dell’al­tra par­te sia es­sen­zial­men­te odio­so. Quan­do gli chie­do del­le no­ve ca­se in fon­do al­la stra­da, si al­za e mi por­ta di so­pra a ve­de­re il quar­tie­re. «È sem­pli­ce, c’è la leg­ge e c’è la mo­ra­le. La ter­ra — di­ce — è pri­va­ta dal pun­to di vi­sta am­mi­ni­stra­ti­vo ma non da quel­lo mo­ra­le. Non c’è mai sta­to nes­su­no che ab­bia pen­sa­to che que­sta ter­ra fos­se sua. Guar­di là, ver­so il par­co tra di­ver­si quar­tie­ri. Quel­la ter­ra ap­par­tie­ne a un ara­bo ami­co e nes­su­no la toc­ca. Ad Amo­na non ci so­no mai sta­ti ara­bi. Il po­sto era de­ser­ti­co. L’han­no di­strut­to per amo­re di di­stru­zio­ne».

For­se Amos Oz im­pie­gò nel 1982 più di un’ora per an­da­re da Ge­ru­sa­lem­me a Ofra. Dev’es­se­re an­da­to a nord ver­so Ra­mal­lah, ave­re at­tra­ver­sa­to la cit­tà e poi ave­re pre­so la tor­tuo­sa stra­da Ra­mal­lah-Ge­ri­co at­tra­ver­so i vil­lag­gi di Bei­tin ed Ein Ya­brud, fi­no all’in­se­dia­men­to. Nel 2019 mi ci so­no vo­lu­ti 12 mi­nu­ti, usan­do la nuo­va re­te stra­da­le che è sta­ta co­strui­ta co­me par­te dell’ac­cor­do di Oslo e che ag­gi­ra le cit­tà e i vil­lag­gi ara­bi. Al­tri cam­bia­men­ti da al­lo­ra: due In­ti­fa­de, l’eva­cua­zio­ne de­gli in­se­dia­men­ti del­la stri­scia di Ga­za, go­ver­ni per lo più di de­stra. E poi il Jewi­sh Un­der­ground, di cui tre mem­bri era­no, e so­no tut­to­ra, re­si­den­ti di Ofra. Non c’è spa­zio per ana­liz­za­re l’in­fluen­za sull’in­se­dia­men­to di cia­scu­no di que­sti even­ti e di al­tri an­co­ra, ma per es­se­re pre­ci­si: la sto­ria al­lo­ra sem­bra­va ro­man­ti­ca an­che nel­le pa­ro­le di Amos Oz, i cui uni­ci av­ver­ti­men­ti ri­guar­da­va­no il fu­tu­ro. Og­gi que­sto fu­tu­ro è die­tro di noi e con noi: vio­len­to, su­da­to, ci­ni­co, sen­za ver­go­gna, ge­ne­ri­co, pro­fit­ta­to­re, ar­ro­gan­te, af­fa­ri­sta. Il nu­me­ro di co­lo­ni, a Ofra e al­tro­ve, è au­men­ta­to di cir­ca 25 vol­te. E lo Sta­to di Israe­le — non «il mon­do», ma Israe­le — non ri­co­no­sce uf­fi­cial­men­te Ofra e gli al­tri in­se­dia­men­ti ebrai­ci in Ci­sgior­da­nia co­me par­te di sé.

Esther Brot è il ca­pi­ta­no del­la squa­dra di net­ball fem­mi­ni­le di Ofra. Ha 34 an­ni ed è na­ta po­chi an­ni do­po la vi­si­ta e il li­bro di Oz, che non ha let­to. A dif­fe­ren­za de­gli esper­ti fon­da­to­ri ve­te­ra­ni, che ri­pe­to­no i lo­ro man­tra da de­cen­ni, c’è qual­co­sa di fre­sco e au­ten­ti­co in lei, per­si­no di ac­cat­ti­van­te. Ener­gie di una mil­len­nial. Ha oc­chi gran­di e sor­ri­den­ti, la te­sta co­per­ta par­zial­men­te e in mo­do ele­gan­te. Brot e la sua fa­mi­glia vi­ve­va­no in una del­le no­ve ca­se che so­no sta­te eva­cua­te due an­ni fa. È un’ar­re­da­tri­ce, e ci se­dia­mo nel­la gra­zio­sa stan­za che ha pro­get­ta­to, nel­la gran­de ca­sa in cui la fa­mi­glia si è tra­sfe­ri­ta do­po l’eva­cua­zio­ne, in una stra­da di ca­se nuo­ve all’in­ter­no dell’area di espro­prio gior­da­na, re­go­la­men­ta­ta. Era una stu­den­tes­sa al li­ceo fem­mi­ni­le di Ofra. Con suo ma­ri­to Ne­tza­ch, un av­vo­ca­to che la­vo­ra a Tel Aviv, sta­va­no cer­can­do ca­sa, «in un buon po­sto nel mez­zo del Pae­se». Sa­pe­va che Ofra era un in­se­dia­men­to di spic­co, «gen­te in gam­ba, in­tel­let­tua­li. Ab­bia­mo com­pra­to per­ché sa­pe­va­mo che se non aves­se fun­zio­na­to, avrem­mo po­tu­to ri­ven­de­re fa­cil­men­te. Non sia­mo ve­nu­ti qui a

“pro­sciu­ga­re le pa­lu­di” (un ri­fe­ri­men­to ai pri­mi pio­nie­ri sio­ni­sti, ndr). Ov­vio, non si può es­se­re di si­ni­stra se si vi­ve qui, ma le ra­gio­ni per cui ci sia­mo tra­sfe­ri­ti era­no la co­mo­di­tà, il te­no­re di vi­ta, la gen­te e le ca­se a buon mer­ca­to».

Apre un opu­sco­lo con car­ti­ne e fo­to, rea­liz­za­te per rac­con­ta­re la sto­ria del­le no­ve ca­se che so­no sta­te sgom­bra­te: «Non c’era nes­su­no nel no­stro quar­tie­re. Mi la­men­to del go­ver­no che non ha re­go­la­men­ta­to la ter­ra. Pa­vi­men­ta­va le stra­de ma esi­ta­va quan­do si trat­ta­va di sta­bi­li­re le pro­prie­tà. E i grup­pi di si­ni­stra han­no tro­va­to un var­co». Po­chi gior­ni do­po il ri­cor­so in tri­bu­na­le Esther Brot e fa­mi­glia si so­no tra­sfe­ri­ti nel­la ca­sa, an­che se non era an­co­ra pron­ta. «Il ga­bi­net­to è ar­ri­va­to do­po di noi e il rab­bi­no ci ha da­to il per­mes­so di la­vo­ra­re in un gior­no fe­sti­vo. Do­ve­va­mo en­tra­re a tut­ti i co­sti, per­ché ave­va­mo in­ve­sti­to mez­zo mi­lio­ne di she­kel in que­ste mu­ra». Sia­mo la «ge­ne­ra­zio­ne due e mez­zo» dei co­lo­ni, co­sì si de­fi­ni­sce Brot. Dob­bia­mo fa­re sa­cri­fi­ci, non per la ter­ra di Israe­le, ma per il mez­zo mi­lio­ne di she­kel.

Par­la dei suoi di­rit­ti co­me in­di­vi­duo e ac­qui­ren­te, non co­me ebrea. Han­no pas­sa­to set­te an­ni nell’in­cer­tez­za, men­tre il ri­cor­so fa­ce­va il suo iter, «ma tut­ti pen­sa­va­no che al­la fi­ne sa­reb­be an­da­ta be­ne. Non era Amo­na o la stri­scia di Ga­za. In quei po­sti il go­ver­no ha pre­so de­ci­sio­ni scan­da­lo­se, pen­sa­va­mo, ma qui non suc­ce­de­rà. Al­la fi­ne è an­da­ta peg­gio. An­che se la si­ni­stra per­de le ele­zio­ni, le sue or­ga­niz­za­zio­ni so­no vin­cen­ti nel si­ste­ma bu­ro­cra­ti­co. La si­ni­stra con­trol­la i tri­bu­na­li e i pro­ce­di­men­ti giu­di­zia­ri». For­se stan­no cer­can­do di vi­ve­re in uno Sta­to che ri­spet­ta la leg­ge e si op­pon­go­no al do­mi­nio su un al­tro po­po­lo. «So­no cre­sciu­ta qui. Que­sto è quel­lo che so. Sto al­le­van­do la quar­ta ge­ne­ra­zio­ne. Sia­mo an­co­ra in guer­ra. Non pos­sia­mo an­dar­ce­ne. Ave­re un con­fi­ne a 15 chi­lo­me­tri dal ma­re è il­lo­gi­co. Non c’è so­lu­zio­ne, nean­che Trump ce l’ha, mi di­spia­ce de­lu­der­la, ma è una guer­ra re­li­gio­sa».

No­no­stan­te l’in­tran­si­gen­te vi­sio­ne di de­stra di Brot e de­gli al­tri che ho in­ter­vi­sta­to, in lei c’è qual­co­sa di più aper­to. Sen­te che la ge­ne­ra­zio­ne dei fon­da­to­ri cre­de­va in una ve­ri­tà as­so­lu­ta che non esi­ste più.

Con­clu­do la lun­ga gior­na­ta a Ofra su una se­dia di pla­sti­ca aran­cio­ne sul­la spiag­gia di Tel Aviv. Ac­can­to a me c’è Ye­hu­da Etzion. Let­te­ral­men­te un gen­ti­luo­mo, con una lun­ga bar­ba bian­ca, ca­pel­li bian­chi e una gran­de pa­pa­li­na. Fa­ce­va par­te del pri­mo grup­po che ha da­to il via a Ofra, ed era lì la se­ra in cui Amos Oz ha par­la­to, a quan­to pa­re an­che lui vo­cian­do e in­ter­rom­pen­do. Etzion era uno dei ca­pi di Jewi­sh Un­der­ground, tra quel­li che pro­get­ta­ro­no di far sal­ta­re in aria le mo­schee sul Mon­te del Tem­pio di Ge­ru­sa­lem­me e di con­se­guen­za ri­ma­se in pri­gio­ne per 4 an­ni e mez­zo. Co­sa è suc­ces­so do­po il 1982? «Un raf­for­za­men­to. No­stro, e an­co­ra di più del ne­mi­co pa­le­sti­ne­se: i lo­ro vil­lag­gi, l’Au­to­ri­tà pa­le­sti­ne­se, il lo­ro ri­co­no­sci­men­to in­ter­na­zio­na­le. Il pa­ra­dos­so è che la for­za cre­sce da en­tram­be le par­ti e con­ti­nua a es­ser­ci un equi­li­brio, il che si­gni­fi­ca che la lot­ta non si è ri­sol­ta. Ora sia­mo più for­ti, ma po­treb­be an­co­ra es­ser­ci un ac­cor­do che cau­se­rà do­lo­re». Che co­sa fa­rà al­lo­ra? «Ho pen­sa­to di da­re vi­ta a un mo­vi­men­to chia­ma­to “Ri­ma­ne­re”. Re­ste­re­mo in ogni caso. Se qual­cu­no vuo­le an­dar­se­ne, va­da».

Wal­ler­stein dis­se la stes­sa co­sa a Oz nel 1982, ma og­gi mi ha det­to che ha cam­bia­to idea. «Pin­chas vuo­le una to­ta­le so­vrap­po­si­zio­ne tra lo Sta­to di Israe­le e i co­lo­ni. Io no. Sia­mo ami­ci, ma ab­bia­mo idee di­ver­se».

Do­po ave­re pas­sa­to mol­te ore con l’ideo­lo­go, il fac­cen­die­re, il fi­lo­so­fo, la mil­len­nial ar­rab­bia­ta e il so­gna­to­re del Tem­pio, rias­su­mo e ge­ne­ra­liz­zo: tut­ti so­no ap­pas­sio­na­ta­men­te e in­di­scu­ti­bil­men­te di de­stra, so­no de­vo­ti al­la ter­ra di Israe­le e nu­tro­no dub­bi su Be­n­ja­min Ne­ta­nya­hu. Per lo­ro i pa­le­sti­ne­si so­no in­vi­si­bi­li, ma of­fro­no so­lu­zio­ni al lo­ro pro­ble­ma che in qual­che mo­do in­clu­do­no sem­pre la Gior­da­nia. Han­no pre­oc­cu­pa­zio­ni, ma an­che con­vin­zio­ni e fi­du­cia. Con­ti­nuo a pen­sa­re a una fra­se dell’epi­lo­go di Da­vid Gross­man all’edi­zio­ne del 2009 di In ter­ra di Israe­le di Oz: «Tra me e me con­ti­nua­vo a pen­sa­re che non avreb­be fun­zio­na­to. Non c’è al­cu­na pos­si­bi­li­tà di ave­re mai una vi­ta nor­ma­le qui». Que­sta di­spe­ra­zio­ne si per­ce­pi­sce, per­ché sem­bra che le due par­ti sia­no rin­chiu­se per sem­pre in que­sta di­na­mi­ca, ve­de­re una real­tà com­ple­ta­men­te op­po­sta. Non cre­do che ci sia sim­me­tria. Cre­do che l’oc­cu­pa­zio­ne sia me­no mo­ral­men­te ac­cet­ta­bi­le del­la spo­ra­di­ca vio­len­za pa­le­sti­ne­se. Ma ac­cet­to il di­bat­ti­to. È la vi­ta. Ogni par­te me­ri­ta di espri­me­re la pro­pria opi­nio­ne. E la sen­sa­zio­ne è che an­co­ra, più che mai, la mag­gior par­te dei co­lo­ni non ac­cet­ta il di­bat­ti­to. Oz lo scris­se già nel 1982. E og­gi la co­sa è più estre­ma, isti­tu­zio­na­liz­za­ta e tol­le­ra­ta.

La pas­sio­ne si è pla­ca­ta? Il pro­get­to è ter­mi­na­to, li­mi­ta­to ai no­stal­gi­ci car­tel­li blu? Si muo­ve len­ta­men­te ver­so l’ac­cet­ta­zio­ne dell’uni­ver­sa­le, co­me af­fer­ma Yoav So­rek? Si apre un po’ nel­la sua vi­sio­ne men­ta­le e re­li­gio­sa, co­me in Esther Brot? O sa­rà bloc­ca­to da Dror Et­kes e dai suoi stru­men­ti legali? For­se, non ne so­no si­cu­ro. Con o sen­za pas­sio­ne. Di re­cen­te Ofra ha vi­sto, per la pri­ma vol­ta nel­la sua sto­ria, l’ar­ri­vo di una gru. L’in­se­dia­men­to sta ini­zian­do a co­strui­re edi­fi­ci a sei pia­ni. Sem­bra che sia qui per re­star­ci.

AS­SAF GA­VRON Le di­ciot­to fru­sta­te Tra­du­zio­ne di Shi­ra Ka­tz GIUNTINA Pa­gi­ne 288, € 18 L’au­to­re Di As­saf Ga­vron (Arad, Israe­le, 1968) so­no usci­ti in Italia La mia sto­ria, la tua sto­ria (Mon­da­do­ri, 2009) e, per Giuntina, Idro­ma­nia (2013) e La col­li­na (2015) Gli ap­pun­ta­men­ti L’au­to­re pre­sen­te­rà il nuo­vo te­sto og­gi, do­me­ni­ca 8 di­cem­bre, a Ro­ma (per Più li­bri più li­be­ri, ore 11.30, Sa­la Elet­tra con La­ra Cri­nò e Shu­lim Vo­gel­mann) e a Fi­ren­ze (ore 18.30, Co­mu­ni­tà ebrai­ca di Fi­ren­ze, via Fa­ri­ni 4, con Lau­ra For­ti e Shu­lim Vo­gel­mann); lu­ne­dì 9 a Bologna (ore 18, li­bre­ria Ubik Ir­ne­rio, con Gior­gia Gre­co e Ga­brie­le Ru­bi­ni); mar­te­dì 10 a Ro­ve­re­to, Tren­to (ore 18, li­bre­ria Ar­ca­dia, con Gior­gio Giz­zi e Sil­via Tu­ra­to); a Mi­la­no mer­co­le­dì 11 (ore 19, li­bre­ria Ver­so, con Fio­na Di­wan e Raf­fael­la Scar­di); e gio­ve­dì 12 a To­ri­no (ore 18, li­bre­ria Clau­dia­na, con Sa­rah Ka­min­ski e Car­lot­ta Mon­ge)

L’in­se­dia­men­to di Ofra Ofra è un in­se­dia­men­to di co­lo­ni israe­lia­ni di cir­ca 3.700 per­so­ne in Ci­sgior­da­nia (fo­to Amir Co­hen/Reu­ters), uno dei ter­ri­to­ri pa­le­sti­ne­si oc­cu­pa­ti du­ran­te la Guer­ra dei Sei gior­ni nel 1967; nel 2016, l’Al­ta Cor­te di giu­sti­zia israe­lia­na ha sta­bi­li­to che una par­te del­le ca­se dei co­lo­ni in que­st’area era­no il­le­ga­li per­ché i ter­re­ni ap­par­te­ne­va­no a pri­va­ti cit­ta­di­ni, e lo Sta­to ha in­tra­pre­so ini­zia­ti­ve per re­sti­tui­re i ter­re­ni con la de­mo­li­zio­ne di va­ri si­ti, co­me Amo­na, ci­ta­to nell’ar­ti­co­lo. Oz si oc­cu­pò di Ofra nel li­bro In ter­ra d’Israe­le (Ma­riet­ti, 1992)

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