Un film nel­la bi­blio­te­ca dei li­bri ri­fiu­ta­ti

Con­ver­sa­zio­ni Da­vid Foen­ki­nos ven­ne re­spin­to da tan­ti edi­to­ri, poi è di­ven­ta­to uno scrit­to­re di suc­ces­so e il suo ro­man­zo sul ca­so di un au­to­re im­pro­ba­bi­le è di­ven­ta­to un film, an­che que­sto di suc­ces­so, «Il mi­ste­ro Hen­ri Pick». Ne par­la­no lui e il re­gi­sta

Corriere della Sera - La Lettura - - Maschere Cinema - Dal no­stro cor­ri­spon­den­te a Pa­ri­gi STE­FA­NO MONTEFIORI

Tra­smis­sio­ne di li­bri in tv. Un ospi­te mol­to pie­no di sé si in­fer­vo­ra: «Lo di­ce Ari­sto­te­le: “L’im­pos­si­bi­le ve­ro­si­mi­le è da pre­fe­ri­re al pos­si­bi­le non cre­di­bi­le”. Il che mi por­ta al pro­ble­ma suc­ces­si­vo: ogni epo­ca non ha for­se ela­bo­ra­to le sue pro­prie mo­da­li­tà di ibri­da­zio­ne tra real­tà e fin­zio­ne?». Il con­dut­to­re — im­per­so­na­to da Fa­bri­ce Lu­chi­ni — lo guar­da tra il per­ples­so e lo spa­ven­ta­to, e la­scia ca­de­re lo spun­to: «Ma pas­sia­mo ra­pi­da­men­te al­le no­vi­tà del­la set­ti­ma­na!». A ca­sa, da­van­ti al­la tv, un au­to­re e la gio­va­ne edi­tri­ce e fi­dan­za­ta aspet­ta­no il mo­men­to in cui il gran­de gior­na­li­sta de­di­che­rà qual­che pa­ro­la al lo­ro ro­man­zo d’esor­dio, ma c’è ap­pe­na il tem­po di an­nun­ciar­ne il ti­to­lo — La va­sca da ba­gno — e par­to­no i ti­to­li di co­da: «È tar­di, ne par­le­re­mo un’al­tra vol­ta, buo­na se­ra­ta».

Comincia co­sì, con una striz­za­ta d’oc­chio af­fet­tuo­sa al­le in­di­men­ti­ca­te tra­smis­sio­ni let­te­ra­rie di Ber­nard Pi­vot, Il mi­ste­ro Hen­ri Pick, il film di Ré­mi Be­za­nçon trat­to dal ro­man­zo di Da­vid Foen­ki­nos (Mon­da­do­ri) che, do­po il suc­ces­so in Fran­cia, gio­ve­dì 19 di­cem­bre ar­ri­va in Ita­lia. È una com­me­dia pie­na di hu­mour e di gar­bo, am­bien­ta­ta nel mon­do edi­to­ria­le, tra le gran­di mai­son fran­ce­si, da Gallimard a Gras­set del­lo stes­so Foen­ki­nos, con scrit­to­ri ve­ri e fin­ti, ed edi­to­ri al­la ri­cer­ca os­ses­si­va di ca­si let­te­ra­ri.

Ab­bia­mo in­con­tra­to il re­gi­sta Bez anço nel oscrit tor eFoenk in os per par­la­re­di let­te­ra­tu­ra, ci­ne­ma e di­co mesi a na­ta­la tra­ma: in una sper­du­ta lo­ca­li­tà del­la Bre­ta­gna c’è una «bi­blio­te­ca dei li­bri ri­fiu­ta­ti», che rac­co­glie i ma­no­scrit­ti non pub­bli­ca­ti dal­le ca­se edi­tri­ci. Una edi­tor (quel­la del­la sce­na ini­zia­le) vi sco­va un te­sto ma­gni­fi­co che di­ven­ta bestsel­ler. L’au­to­re è Hen­ri Pick, il piz­za­io­lo del po­sto, scom­par­so da due anni. «E pen­sa­re che non l’ho mai vi­sto scri­ve­re nien­te, nean­che la li­sta del­la spe­sa», di­ce la ve­do­va com­mos­sa. Il gior­na­li­sta Jean-Mi­chel Rou­che (Fa­bri­ce Lu­chi­ni) non cre­de che Pick pos­sa es­se­re il ve­ro au­to­re e de­ci­de di ri­sol­ve­re il mi­ste­ro aiu­ta­to dal­la fi­glia del piz­za­io­lo, Jo­se­phi­ne (Ca­mil­le Cot­tin).

Qual è il rap­por­to tra il ro­man­zo di Foen­ki­nos e il suo film? «Con mia mo­glie Va­nes­sa ab­bia­mo pre­so il li­bro di Da­vid e ab­bia­mo pun­ta­to sul per­so­nag­gio del gior­na­li­sta-de­tec­ti­ve, che nel film ap­pa­re sin dal pri­mo fo­to­gram­ma e in­ve­ce nel ro­man­zo ar­ri­va do­po un cen­ti­na­io di pa­gi­ne», di­ce il re­gi­sta Ré­mi Be­za­nçon, au­to­re an­che del­la sce­neg­gia­tu­ra as­sie­me a Va­nes­sa Por­tal. «Nel ci­ne­ma — ag­giun­ge — bi­so­gna sem­pre sem­pli­fi­ca­re, ri­dur­re all’os­so. Il ro­man­zo ha mol­ti per­so­nag­gi, mol­te sto­rie d’amo­re, a me in­te­res­sa­va con­cen­trar­mi so­prat­tut­to sull’in­chie­sta. Non c’è da sco­pri­re un as­sas­si­no ma chi è l’au­to­re di un li­bro, mi pia­ce­va gio­ca­re con i co­di­ci del th­ril­ler ma sen­za far­ne una ca­ri­ca­tu­ra». Il mon­do edi­to­ria­le è rac­con­ta­to con qual­che frec­cia­ta, ma non è una parodia. «No, non mi in­te­res­sa­va fa­re un film di de­nun­cia né una far­sa. Ma co­no­sco quel mon­do, mia mo­glie Va­nes­sa ci ha la­vo­ra­to per anni, e ci sia­mo di­ver­ti­ti a nar­ra­re la ma­nia di rac­con­ta­re, mon­ta­re, am­pli­fi­ca­re i re­tro­sce­na di un te­sto, sen­za ac­con­ten­tar­si del­la sua bel­lez­za».

È una com­me­dia riu­sci­ta an­che gra­zie al­la straor­di­na­ria cop­pia di pro­ta­go­ni­sti, Fa­bri­ce Lu­chi­ni e Ca­mil­le Cot­tin, già vi­sti nel se­con­do epi­so­dio del­la se­con­da sta­gio­ne di Chia­mi il mio agen­te!. «Quan­do ho par­la­to del mio adat­ta­men­to a Da­vid, gli ho det­to che il per­so­nag­gio del gior­na­li­sta mi sem­bra­va per­fet­to per Fa­bri­ce Lu­chi­ni e lui è sta­to im­me­dia­ta­men­te d’ac­cor­do. Glie­lo ab­bia­mo pro­po­sto sa­pen­do che non era fa­ci­le, Lu­chi­ni è un mo­stro sa­cro che ri­fiu­ta de­ci­ne di pro­po­ste, ma ha ac­cet­ta­to. E a quel pun­to è sta­to lui a pro­por­re Ca­mil­le Cot­tin co­me co­pro­ta­go­ni­sta. L’ave­va co­no­sciu­ta il gior­no pri­ma sul set di Chia­mi il mio agen­te! e vo­le­va la­vo­ra­re an­co­ra con lei».

Com’è sta­to gi­ra­re con Lu­chi­ni? «È os­ses­sio­na­to dal la­vo­ro, non ho mai vi­sto un at­to­re che si im­pe­gna co­sì tan­to. Due mesi pri­ma l’ini­zio del­le ri­pre­se mi chia­ma­va al te­le­fo­no per re­ci­tar­mi al­cu­ne sce­ne e chie­der­mi che co­sa ne pen­sa­vo. Uno dei ci­nea­sti che am­mi­ro di più, Éric Roh­mer, di­ce­va che al ci­ne­ma la vo­ce è fon­da­men­ta­le e cre­do aves­se ra­gio­ne. Og­gi mol­ti si de­di­ca­no so­lo all’im­ma­gi­ne, cre­do sia un pec­ca­to».

L’idea che reg­ge il film è la bi­blio­te­ca dei li­bri ri­fiu­ta­ti. Co­me è ve­nu­ta all’au­to­re del ro­man­zo, Da­vid Foen­ki­nos? «Ho sco­per­to que­sta bi­blio­te­ca in un te­sto del­lo scrit­to­re ame­ri­ca­no Ri­chard Brau­ti­gan. Do­po la sua mor­te un fan l’ha an­che crea­ta ne­gli Usa. Io ne ho in­ven­ta­to la ver­sio­ne fran­ce­se, in un pae­si­no del­la Bre­ta­gna. M’ha ap­pas­sio­na­to que­st’idea di una bi­blio­te­ca per i ri­fiu­ta­ti e i de­pres­si del­la let­te­ra­tu­ra. È sem­pre af­fa­sci­nan­te im­ma­gi­na­re che for­se ci sia­mo per­si dei ca­po­la­vo­ri. E pen­so an­che ci sia­no dav­ve­ro de­gli ar­ti­sti che non cer­ca­no la lu­ce e il suc­ces­so». Co­me ha rea­gi­to quan­do le pri­me ca­se edi­tri­ci ri­fiu­ta­va­no i suoi ma­no­scrit­ti? «L’ho tro­va­ta una co­sa as­so­lu­ta­men­te nor­ma­le. Quan­do muo­ve­vo i pri­mi pas­si nel­la let­te­ra­tu­ra non ave­vo al­cu­na fi­du­cia in me stes­so. Il mio pri­mo ro­man­zo è sta­to ri­fiu­ta­to ovun­que, ed è sta­to un gran­de choc per me quan­do Gallimard, la ca­sa edi­tri­ce più pre­sti­gio­sa di Fran­cia, mi ha chia­ma­to per pub­bli­car­lo».

Il ca­so di Mar­cel Prou­st, ri­fiu­ta­to da Gallimard, può ser­vi­re da con­so­la­zio­ne e in­co­rag­gia­men­to per gli aspi­ran­ti scrit­to­ri? «Na­tu­ral­men­te — di­ce Foen­ki­nos — an­che per­ché non è il so­lo, da Cé­li­ne a Ste­phen King. È dif­fi­ci­le sa­pe­re in an­ti­ci­po che co­sa la­sce­rà il se­gno nel­la sto­ria del­la let­te­ra­tu­ra. Quan­do un edi­to­re ri­fiu­ta un li­bro espri­me so­la­men­te il suo gu­sto per­so­na­le, non può mai es­se­re un giu­di­zio de­fi­ni­ti­vo su un’ope­ra». Nel suo ro­man­zo lei pren­de un po’ in gi­ro il mon­do dell’edi­to­ria, di cui è lei stes­so uno dei pro­ta­go­ni­sti, con de­ci­ne di ro­man­zi pub­bli­ca­ti in ol­tre qua­ran­ta lin­gue. Che co­sa pen­sa per esem­pio dell’os­ses­sio­ne per il «ro­man­zo del ro­man­zo», cioè co­strui­re una sto­ria ap­pas­sio­nan­te at­tor­no al­la na­sci­ta di un li­bro? «Non è qual­co­sa che na­sce og­gi, c’è sem­pre sta­to un gu­sto per il ro­man­zo del ro­man­zo, per l’au­to­re die­tro il li­bro. Fra­nçoi­se Sa­gan ne­gli anni Cin­quan­ta af­fa­sci­na­va per ciò che scri­ve­va ma an­che per la gio­vi­nez­za in­so­len­te. Non bi­so­gna con­trap­por­re il mar­ke­ting al ta­len­to. Nel mio ro­man­zo mi di­ver­ti­va l’idea che il ca­po­la­vo­ro fos­se sta­to scrit­to da uno sco­no­sciu­to piz­za­io­lo bre­to­ne. Si sco­pre so­lo al­la fi­ne se sia dav­ve­ro lui ad ave­re scrit­to il li­bro o se si trat­ti di un col­po del mar­ke­ting». E che co­sa pen­sa dell’adat­ta­men­to ci­ne­ma­to­gra­fi­co del ro­man­zo? «Ne so­no en­tu­sia­sta, Be­za­nçon ha fat­to un la­vo­ro fan­ta­sti­co e il suc­ces­so del film in Fran­cia mi ha re­so fe­li­ce. È fe­de­le al­lo spi­ri­to del li­bro ma al­lo stes­so tem­po il film è più pal­pi­tan­te, per­ché tut­to pog­gia su un mi­ste­ro. E poi la cop­pia Fa­bri­ce Lu­chi­ni-Ca­mil­le Cot­tin è ge­nia­le. Spes­so gli au­to­ri di ro­man­zi tra­spor­ta­ti al ci­ne­ma so­no mol­to de­pres­si per il ri­sul­ta­to, non è per nien­te il mio ca­so, an­zi. Li­bro e film so­no com­ple­men­ta­ri».

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