Non ve­de­re più nul­la ti fa ve­de­re te stes­so

Corriere della Sera - La Lettura - - Libri Narrativa Straniera - Di PAO­LO GIOR­DA­NO

Nel Van­ge­lo di Gio­van­ni, Ge­sù gua­ri­sce un cie­co spal­man­do­gli del­la terra mi­sta a sa­li­va sul­le pal­pe­bre. «So­no ve­nu­to in que­sto mon­do, gli di­ce in­fi­ne, per­ché co­lo­ro che non ve­do­no, ve­da­no e quel­li che ve­do­no, di­ven­ti­no cie­chi». Ho tro­va­to sin­go­la­re che John M. Hull, un teo­lo­go, non ci­ti mai il pas­so evan­ge­li­co nel Do­no oscu­ro. È stra­no, per­ché il suo è un re­so­con­to sul­la ce­ci­tà in­tri­so di fe­de in Dio. Di più: è la ri­cer­ca di Dio at­tra­ver­so il do­no oscu­ro, e in­com­pren­si­bi­le, del­la ce­ci­tà.

Quan­do Hull era un ra­gaz­zo e l’of­tal­mo­lo­gia non era quel­la di og­gi, i suoi oc­chi si ve­la­ro­no di una ca­ta­rat­ta pre­co­ce. Ven­ne ope­ra­to, ma al po­sto dell’opa­ci­tà com­par­ve un di­sco ne­ro, una spe­cie di eclis­si nel cam­po vi­si­vo. Era un prin­ci­pio di di­stac­co del­la re­ti­na, ma gli spe­cia­li­sti si ri­fiu­ta­ro­no di con­si­de­rar­lo nel­la sua gra­vi­tà. Il di­sco ne­ro mi­gra­va len­ta­men­te ne­gli oc­chi di Hull, in­gran­den­do­si, du­pli­can­do­si, men­tre lui si tra­sfe­ri­va dall’Au­stra­lia all’In­ghil­ter­ra, si lau­rea­va, si spo­sa­va, ave­va una pri­ma fi­glia, di­vor­zia­va, si spo­sa­va di nuo­vo e as­su­me­va una cat­te­dra all’uni­ver­si­tà — men­tre vi­ve­va, in­som­ma, gli even­ti nor­ma­li di una vi­ta nor­ma­le. Per leg­ge­re i te­sti sa­cri stam­pa­ti in ca­rat­te­ri mi­nu­sco­li do­ve­va ri­cor­re­re a len­ti d’in­gran­di­men­to sem­pre più spes­se e pe­san­ti, ma non ci fa­ce­va trop­po ca­so, l’esi­sten­za lo as­sor­bi­va. Fin­ché, a po­co più di qua­rant’an­ni, «i di­schi ne­ri si pre­se­ro tut­to». Due an­ni e mez­zo do­po es­se­re sta­to di­chia­ra­to cie­co, Hull ini­ziò a te­ne­re un dia­rio vo­ca­le re­gi­stra­to su cas­set­te.

Esi­sto­no mol­te espe­rien­ze per av­vi­ci­nar­si, tu­ri­sti­ca­men­te, al­la ce­ci­tà. Pas­seg­gia­te al buio, con­cer­ti al buio, per­fi­no ce­ne al buio. Nel­la per­di­ta dei ri­fe­ri­men­ti vi­si­vi si pro­va­no per po­chi mi­nu­ti lo smar­ri­men­to e il ve­ni­re in soc­cor­so, for­se, de­gli al­tri sen­si. Ma la ce­ci­tà ri­ma­ne, per i ve­den­ti, qual­co­sa di inim­ma­gi­na­bi­le, una con­di­zio­ne che, let­te­ral­men­te, non può es­se­re pen­sa­ta. Non nel­la sua in­te­rez­za al­me­no, non nell’in­fi­ni­tà del­le sue im­pli­ca­zio­ni, non nel suo ra­di­ca­le eso­ti­smo. Gra­zie al pri­vi­le­gio ma­ca­bro di aver ab­ban­do­na­to il vi­si­bi­le ed es­ser­si ad­den­tra­to nel «tun­nel» da adul­to, Hull ha esplo­ra­to per noi quel mon­do inac­ces­si­bi­le. Nei suoi na­stri, poi tra­scrit­ti, ha do­cu­men­ta­to tut­to ciò che ha tro­va­to den­tro il buio, sot­to for­ma di ri­fles­sio­ni e ap­pun­ti di viag­gio, con la chia­rez­za espo­si­ti­va di chi ave­va bi­so­gno di co­strui­re una map­pa an­zi­tut­to per sé stes­so. «Se Witt­gen­stein fos­se di­ven­ta­to cie­co, di­ce Oli­ver Sacks nel­la pre­fa­zio­ne, avreb­be scrit­to un li­bro co­me que­sto».

Ma Il do­no oscu­ro non è sol­tan­to un’im­mer­sio­ne nel­la ce­ci­tà. Non spie­ga so­lo co­me la men­te si ri­con­fi­gu­ra den­tro le te­ne­bre, o l’im­por­tan­za che il «ba­sto­ne bian­co» ha per chi de­ve son­da­re lo spa­zio in­tor­no a sé; non il­lu­stra so­lo le in­nu­me­re­vo­li si­tua­zio­ni pa­ra­dos­sa­li, spia­ce­vo­li, a vol­te per­fi­no buf­fe, in cui da cie­chi è fa­ci

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