C’è una ca­bi­na te­le­fo­ni­ca per chia­ma­re i de­fun­ti

C’è un’an­ti­ca ca­bi­na su un mon­te del Giap­po­ne e nel­la ca­bi­na c’è un an­ti­co te­le­fo­no. Sal­go­no qui i fa­mi­lia­ri dei mor­ti per par­la­re con i lo­ro ca­ri, le vit­ti­me del­lo tsu­na­mi del 2011 ma non so­lo. Ven­go­no an­che da­gli Sta­ti Uni­ti, e dall’Ita­lia. C’è un guard

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di LAURA IMAI MESSINA e ANNACHIARA SACCHI

In Giap­po­ne esi­ste un po­sto di fron­tie­ra tra la vi­ta e la mor­te che è ap­pol­la­ia­to sul fian­co di una col­li­na nel Nord-Est del Pae­se, ag­grap­pa­to al­la pan­cia del­la Mon­ta­gna del­la Ba­le­na ( Ku­ji­ra-ya­ma), in un giar­di­no ri­go­glio­so che guar­da le sta­gio­ni pas­sa­re. È lì che sia­mo di­ret­ti. Al Te­le­fo­no del Ven­to, a in­con­tra­re Sa­sa­ki Ita­ru, il guar­dia­no di uno dei luo­ghi di re­si­lien­za più po­ten­ti del mon­do. Da Ka­ma­ku­ra, do­ve abi­tia­mo, è una sor­ta di lun­ga odis­sea. Tre tre­ni, di cui uno shin­kan­sen, i «tre­ni pro­iet­ti­le», e un quar­to tre­ni­no. Un’al­tra mez­zo­ra, sa­len­do e scen­den­do dal­la mon­ta­gna, co­steg­gian­do il ma­re che pe­rò non si con­tem­pla.

L’ocea­no è in­ter­det­to al­la vi­sta, co­me se il so­lo guar­dar­lo fa­ces­se ma­le. Una bar­rie­ra pro­tet­ti­va chiu­de in­fat­ti la co­sta,

e ri­cor­da quan­do lo tsu­na­mi ha su­pe­ra­to nel 2011 l’anel­lo di si­cu­rez­za e ha spaz­za­to in­te­re cit­tà. Cen­ti­na­ia di vi­te in una vol­ta. Ri­cor­do di ave­re vi­sto il vi­deo dell’on­da che sca­val­ca­va la pro­te­zio­ne, lì, pro­prio lì, do­ve ora al­lun­go il di­to per in­di­car­lo a mio ma­ri­to.

Ryo­su­ke an­nui­sce, non do­man­da di più. Ri­cor­do che si ri­fiu­tò di guar­da­re quei fil­ma­ti, gli pa­re­va­no ir­ri­spet­to­si per chi in quei se­con­di mo­ri­va.

Lo spet­ta­co­lo è de­so­lan­te: ca­set­te nuo­ve di zec­ca, cir­con­da­te da gran­di spa­zi di nul­la. So­lo un’in­se­gna di­stin­gue una ca­sa da un bar­bie­re, un caf­fè da un ne­go­zio di pie­tre pre­zio­se. L’in­te­ra zo­na pa­re una pa­laz­zi­na abi­ta­ta a ma­la­pe­na, con an­go­li sguar­ni­ti, stan­ze per­lo­più sfit­te.

Im­pie­ghia­mo ven­ti mi­nu­ti a tro­va­re Bell Gar­dia, ci per­dia­mo, gi­ria­mo a vuo­to, le mon­ta­gne al­le spal­le tin­te d’au­tun­no e co­per­te di neb­bia. Poi lun­go una stra­da in sa­li­ta, sul­la de­stra, no­to co­me una de­fla­gra­zio­ne di ver­de, su un bre­ve sen­tie­ro un co­mi­gno­lo ce­le­ste, la ca­bi­na e la scrit­ta in giap­po­ne­se: Ka­ze no de­n­wa.

È il Te­le­fo­no del Ven­to, guar­da, sus­sur­ro a Ryo­su­ke.

Trat­ten­go a sten­to la com­mo­zio­ne. So­no pas­sa­te qua­si die­ci ore da quan­do sia­mo usci­ti di ca­sa.

Sia­mo ar­ri­va­ti.

La si­gno­ra Sa­sa­ki ci ac­co­glie in una sor­ta di ser­ra an­ti­stan­te all’in­gres­so del­la cu­ci­na, un ta­vo­lo al cen­tro, la lu­ce che goc­cio­la ovun­que, in­sie­me al­la piog­gia sot­ti­le di fi­ne no­vem­bre, sul­le ve­tra­te del tet­to.

Sa­sa­ki-san, il guar­dia­no, ci at­ten­de. È quan­do ci ven­go­no ser­vi­ti un tè dol­cis­si­mo e una tor­ta di me­le, che ini­zia­mo.

Quan­te per­so­ne so­no ve­nu­te fi­no ad og­gi al Te­le­fo­no del Ven­to?

«Con pre­ci­sio­ne non si può di­re, ma cer­to più di 35 mi­la».

Co­me ac­co­glie­te le per­so­ne che sal­go­no a Bell Gar­dia?

«Al­cu­ni se­guo­no il sen­tie­ro fi­no al Te­le­fo­no del Ven­to, poi se ne van­no. È to­tal­men­te in­di­pen­den­te e noi nep­pu­re ci ac­cor­gia­mo del­la lo­ro pre­sen­za. Al­tri sal­go­no da noi do­po che han­no par­la­to con i lo­ro ca­ri de­fun­ti, e gli an­dia­mo in­con­tro. Cer­ti so­no in la­cri­me, li in­vi­tia­mo a en­tra­re, a be­re un tè in­sie­me. Mol­ti han­no bi­so­gno di rac­con­ta­re».

È im­por­tan­te an­che il luo­go, que­sto giar­di­no me­ra­vi­glio­so..., di­co vol­tan­do­mi in­tor­no, ol­tre le ve­tra­te che non na­scon­do­no nul­la.

«Lo è. Bell Gar­dia è an­che un tra­mi­te per ri­pren­de­re con­sa­pe­vo­lez­za del­la real­tà, una spe­cie di pon­te che col­le­ga il mon­do dei vi­vi a quel­lo dei mor­ti. Ar­ri­va­re qui sot­tin­ten­de un eser­ci­zio di...» Sa­sa­ki-san esi­ta, cer­can­do la giu­sta pa­ro­la «... min­d­ful­ness ».

Non ci so­no ap­po­si­ta­men­te car­tel­li; nes­su­na gui­da per ar­ri­va­re. È pro­prio va­gan­do, smar­ren­do­si per que­sta cam­pa­gna, che le per­so­ne pen­sa­no a tan­te co­se, ri­for­mu­la­no il ri­cor­do di chi han­no per­so. È esat­ta­men­te in quel­la sor­ta di sta­to me­di­ta­ti­vo che ar­ri­va­no al Te­le­fo­no del Ven­to. Giun­go­no qui in una con­di­zio­ne di più pie­na con­sa­pe­vo­lez­za. So­no pron­ti.

«E poi ser­ve met­te­re or­di­ne nei pro­pri sen­ti­men­ti per par­la­re con un al­tro, una ter­za per­so­na. Ser­ve usci­re dal­la tra­ge­dia, dal gu­scio di do­lo­re in cui ci si è chiu­si. Chi vie­ne al Te­le­fo­no del Ven­to è già a me­tà stra­da. È pron­to a crea­re una nuo­va re­la­zio­ne con il de­fun­to».

In che sen­so?

«La vi­ta è un lam­po e non è pen­sa­bi­le che i le­ga­mi si esau­ri­sca­no nel cor­so dell’esi­sten­za. È per que­sto che bi­so­gna col­ti­va­re l’im­ma­gi­na­zio­ne fin da bam­bi­ni. Sen­za l’im­ma­gi­na­zio­ne non si può ca­pi­re il Te­le­fo­no del Ven­to, e in­ve­ce ser­ve da­re va­lo­re non so­lo a quel­lo che si ve­de e si sen­te, ma an­che a quan­to c’è ma non ha for­ma, non ha vo­ce».

È un po’ co­me il di­scor­so che fa­ce­va Saint-Exu­pé­ry nel Pic­co­lo Prin­ci­pe. La ve­ri­tà è nel cuo­re. E il cuo­re non si ve­de, co­me tut­te le co­se più im­por­tan­ti: le ra­di­ci che so­sten­go­no l’al­be­ro, le fon­da­men­ta sen­za le qua­li una ca­sa crol­le­reb­be.

Sa­sa­ki-san apre la sca­to­la dei pen­nel­li, estrae il tim­bro con il sim­bo­lo di fa­mi­glia. Sul­la pri­ma pa­gi­na dei li­bri che ho por­ta­to per­ché me li au­to­gra­fas­se scri­ve una fra­se: «Al­le­va­re la sen­si­bi­li­tà, col­ti­va­re l’im­ma­gi­na­zio­ne».

«È per que­sto che non ba­sta in­stal­la­re una ca­bi­na in un qua­lun­que luo­go del mon­do per far­ne il Te­le­fo­no del Ven­to.

Bi­so­gna crea­re i pre­sup­po­sti per­ché le per­so­ne lo pos­sa­no usa­re. Per que­sto a Bell Gar­dia c’è la Bi­blio­te­ca del Bo­sco, il La­bo­ra­to­rio Kik­ki per l’in­con­tro tra bam­bi­ni e ani­ma­li, le let­tu­re pub­bli­che, i con­cer­ti...».

Per al­le­va­re l’im­ma­gi­na­zio­ne, fac­cio eco. E mi pa­re di ca­pir­lo dav­ve­ro per la pri­ma vol­ta.

«Chi non ha quel ti­po di im­ma­gi­na­zio­ne non sa­rà pur­trop­po in gra­do di usar­lo, il Te­le­fo­no del Ven­to».

In un lam­po pen­so ai miei fi­gli, mi ac­cor­go de­gli usi sor­pren­den­ti dell’im­ma­gi­na­zio­ne. Che nei mo­di più inat­te­si può sal­var­ti la vi­ta.

Ven­go­no an­co­ra mol­ti so­prav­vis­su­ti al di­sa­stro del 2011?

«Sì, cer­to. Ul­ti­ma­men­te pe­rò so­no au­men­ta­ti i pa­ren­ti dei sui­ci­di, fi­gli gio­va­ni so­prat­tut­to che si so­no tol­ti la vi­ta. Pro­prio gior­ni fa è ve­nu­ta una cop­pia da Ao­mo­ri. Ave­va­no de­si­de­rio di par­la­re, li ab­bia­mo in­vi­ta­ti al caf­fè. Il pa­dre ha det­to “è mor­to in un in­ci­den­te”, ma si ca­pi­va che die­tro c’era dell’al­tro. Len­ta­men­te si so­no aper­ti, e la mo­glie al­la fi­ne ha spie­ga­to che il fi­glio si era sui­ci­da­to quan­do ave­va 18 an­ni. Ci si ver­go­gna, è an­co­ra uno stig­ma, si cer­ca di na­scon­der­lo».

«So­no mor­ti im­prov­vi­se, non co­me la ma­lat­tia. Non si fa in tem­po a pre­pa­rar­si».

Re­sto sen­za fia­to al pen­sie­ro di ave­re scrit­to que­sta fra­se nel li­bro, che si re­sta ge­ni­to­ri an­che quan­do muo­io­no i fi­gli. Che si per­de la pa­ro­la «mam­ma», «pa­pà», ma che il sen­ti­men­to, quel­lo re­sta co­mun­que.

Ven­go­no an­che da mol­to lon­ta­no?

«Sì, da ogni par­te del Giap­po­ne. Ri­cor­do quat­tro ami­ci ve­nu­ti dall’iso­la di Oga­sa­wara per par­la­re con un quin­to ami­co per­du­to. Si era­no fat­ti ap­po­sta 25 ore di viag­gio».

«Ah, e quel­la cop­pia di av­vo­ca­ti da Wa­shing­ton?», in­ter­vie­ne la si­gno­ra Sa­sa­ki, al­le spal­le del ma­ri­to. Sie­de un po’ de­fi­la­ta, sui gra­di­ni del­la bre­vis­si­ma sca­la che con­du­ce al sog­gior­no. «Ven­ne­ro a par­la­re con la ma­dre per­du­ta 17 an­ni pri­ma. “Co­me mai sie­te ve­nu­ti in Giap­po­ne? Do­ve an­dre­te poi?”, gli chie­dem­mo. Ri­spo­se­ro che era­no par­ti­ti dall’Ame­ri­ca so­lo per ve­ni­re qui!».

C’è sta­to qual­cu­no che è ve­nu­to per un mo­ti­vo di­ver­so?

«Un gior­no ven­ne a par­lar­ci una pro­fes­so­res­sa di un’uni­ver­si­tà me­di­ca di To­kyo. Ci dis­se che il suo la­vo­ro con­si­ste­va nel coor­di­na­re il pro­gram­ma di do­na­zio­ne dei cor­pi per la ri­cer­ca, il con­tat­to con le fa­mi­glie».

«Quan­ti la­vo­ri par­ti­co­la­ri ci so­no a que­sto mon­do, pen­sai», com­men­ta la si­gno­ra Sa­sa­ki.

«Pa­re che l’uni­ver­si­tà ri­ce­va ogni an­no ca­da­ve­ri che ven­go­no poi dis­se­zio­na­ti e stu­dia­ti du­ran­te le le­zio­ni, e che i cor­pi ven­ga­no re­sti­tui­ti cir­ca un an­no do­po. Quel­la pro­fes­so­res­sa dis­se che si tro­va­va sem­pre in gran­de dif­fi­col­tà quan­do do­ve­va ri­con­tat­ta­re le fa­mi­glie del de­fun­to».

Sen­za un cor­po, non c’è ce­ri­mo­nia, le os­sa non tor­na­no al­la fa­mi­glia, si ri­ma­ne co­me in un lim­bo, commento as­sor­ta. Non si rea­liz­za pro­ba­bil­men­te fi­no in fon­do la mor­te.

«È il dram­ma di quel­li che nel di­sa­stro del 2011 so­no sta­ti di­chia­ra­ti di­sper­si», sus­sur­ra Ryo­su­ke. «Non si ha un cor­po su cui pian­ge­re, la per­ce­zio­ne del­la mor­te in qual­che mo­do si al­lon­ta­na».

La ma­gia del Te­le­fo­no del Ven­to sta an­che nel fat­to che su­pe­ra le bar­rie­re di ge­ne­re, di re­li­gio­ne, di na­zio­na­li­tà, ac­cen­no. Le per­so­ne ven­go­no da ogni par­te del Giap­po­ne. Ma an­che dal re­sto del mon­do... Ame­ri­ca e poi? Da do­ve?

«Al­cu­ni si so­no mes­si in viag­gio dall’Au­stra­lia, dal­la Ger­ma­nia, dal­le Fi­lip­pi­ne».

«E poi Olan­da, Spa­gna, an­che Ita­lia, Co­rea, Ci­na, Si­ria, Fran­cia, Na­mi­bia...».

Le vo­ci dei co­niu­gi Sa­sa­ki si rin­cor­ro­no con l’ar­mo­nia del­le cop­pie af­fia­ta­te. Le per­so­ne tor­na­no a Bell Gar­dia?

«Sì, cer­to. Al­cu­ni ven­go­no pe­rio­di­ca­men­te a por­ta­re no­ti­zie ai pro­pri ca­ri». No­ti­zie?

«È nor­ma­le, la nar­ra­zio­ne con­ti­nua».

Per Sa­sa­ki os­ser­va­re la ri­na­sci­ta del­le per­so­ne è una gio­ia pro­fon­da. In­con­trar­li di nuo­vo a di­stan­za di an­ni, no­tar­ne il pun­to di svol­ta, con­fron­tar­ne il pri­ma e do­po, stu­pen­do­si qua­si si trat­ti del­la stes­sa per­so­na.

So­no pas­sa­te tre ore da quan­do ab­bia­mo ini­zia­to a par­la­re. E av­ver­to già l’ani­ma in­spes­sir­si, la mia per­so­na­le per­ce­zio­ne del­la vi­ta cam­bia­re. È il do­no del­la com­ples­si­tà, pen­so, e com­pren­do co­me

par­la­re al Te­le­fo­no del Ven­to è co­me ri­co­strui­re una nuo­va re­la­zio­ne con le per­so­ne ama­te, an­co­ra di­ver­sa da quel­la che ave­va­no quan­do era­no in vi­ta. Un do­po non me­no im­por­tan­te del pri­ma.

Men­tre sor­bia­mo il tè e scen­de la se­ra, pen­so che ve­ni­re qui è co­me di­ven­ta­re par­te di una gran­de nar­ra­zio­ne. Da­re il pro­prio con­tri­bu­to al rac­con­to del­la sto­ria di un pez­zet­to di uma­ni­tà, quel­la che re­sta.

Esi­ste una pa­ro­la in giap­po­ne­se per in­di­ca­re i pa­ren­ti dei de­fun­ti, i ri­ma­sti: izo

ku. Ri­chia­ma la pa­ro­la ka­zo­ku, «fa­mi­glia» in cui zo­ku è il «clan» e ka è la «ca­sa», lì do­ve in­ve­ce in izo­ku al «clan» si ac­com­pa­gna un al­tro ideo­gram­ma: i, che è «quan­to re­sta». Chi re­sta.

Pen­so al­lo­ra che dal mo­men­to in cui na­scia­mo en­tria­mo tut­ti a far par­te di quel­la gran­de, re­si­lien­te fa­mi­glia.

Sia­mo fin dal prin­ci­pio izo­ku. I Ri­ma­sti.

LAURA IMAI MESSINA Quel che af­fi­dia­mo al ven­to PIEM­ME Pa­gi­ne 248, € 17,50 In li­bre­ria dal 14 gen­na­io Le pre­sen­ta­zio­ni L’au­tri­ce pre­sen­te­rà il li­bro a Mi­la­no lu­ne­dì 20 gen­na­io con La Pi­na (Tem­po Ri­tro­va­to Li­bri, cor­so Ga­ri­bal­di 17, ore 19.30). Mer­co­le­dì 22 fa­rà tap­pa a To­ri­no, al Cir­co­lo dei let­to­ri (ore 18), con An­to­niet­ta Pa­sto­re e Da­rio Vol­to­li­ni. Il 27 gen­na­io sa­rà al­la Fel­tri­nel­li Co­lon­na di Ro­ma (ore 18) con Pao­lo Di Pao­lo

Le im­ma­gi­ni Nel­la fo­to gran­de in al­to: uno scat­to del Te­le­fo­no del Ven­to. Sot­to, in sen­so ora­rio: il guar­dia­no di Bell Gar­dia, Sa­sa­ki Ita­ru, ul­ti­mo a de­stra con, al cen­tro, l’au­tri­ce del re­por­ta­ge di que­ste pa­gi­ne, Laura Imai Messina e suo ma­ri­to. Qui so­pra: al­tri due scat­ti del Te­le­fo­no del Ven­to. Nel­la pa­gi­na a fian­co: un det­ta­glio dell’in­ter­no del­la ca­bi­na (© Laura Imai Messina/ Pub­bli­ca­to in accordo con Gran­di & As­so­cia­ti, Mi­la­no e Mon­da­do­ri Li­bri/ Piem­me)

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