Il Proi­bi­zio­ni­smo è sta­to un mo­vi­men­to con­tro po­ve­ri e ope­rai

Nel gen­na­io di cent’an­ni fa l’Ame­ri­ca inau­gu­ra la di­sa­stro­sa «ri­vo­lu­zio­ne del­la so­brie­tà» dal­la qua­le na­sce­ran­no gang­ster, jazz e ot­ti­mi ro­man­zi. Lo scrit­to­re Dennis Le­ha­ne rac­con­ta quell’età

Corriere della Sera - La Lettura - - Il Dibattito Delle Idee - Di MAR­CO BRU­NA

Car­rie Na­tion di­ven­ne una ce­le­bri­tà il 27 di­cem­bre 1900, quan­do di­strus­se con un’ac­cet­ta il bar del Ca­rey Ho­tel di Wi­chi­ta, Kan­sas. La sua bat­ta­glia con­tro l’al­col era ini­zia­ta nel 1867, do­po il ma­tri­mo­nio fal­li­to con Char­les Gloyd, me­di­co, re­du­ce del­la Guer­ra ci­vi­le. Gloyd era un al­co­li­sta. A cau­sa del vi­zio per­se il la­vo­ro e in­sie­me la pos­si­bi­li­tà di pren­der­si cu­ra del­la mo­glie e di Char­lien, la bam­bi­na che aspet­ta­va­no. Sen­za l’ap­pog­gio eco­no­mi­co di Char­les, Car­rie fu co­stret­ta a tor­na­re dal­la fa­mi­glia, in Mis­sou­ri. Gloyd mo­rì po­chi me­si do­po la na­sci­ta del­la fi­glia. Quel gior­no Car­rie inau­gu­rò la sua cro­cia­ta con­tro l’al­col, con­vin­ta che fos­se sta­to Dio a or­di­nar­glie­lo. Di­ven­tò il ter­ro­re dei pro­prie­ta­ri dei bar, che di­strug­ge­va a col­pi di ac­cet­ta men­tre in­to­na­va in­ni re­li­gio­si.

Il ca­so di Car­rie Na­tion non era iso­la­to. Era una del­le con­se­guen­ze del­la «ri­vo­lu­zio­ne del­la so­brie­tà» che ave­va in­va­so gli Sta­ti Uni­ti nel XIX se­co­lo e che avreb­be por­ta­to all’in­tro­du­zio­ne del XVIII emen­da­men­to al­la Co­sti­tu­zio­ne ame­ri­ca­na, ra­ti­fi­ca­to il 16 gen­na­io 1919 ed en­tra­to in vi­go­re il 17 gen­na­io 1920, cent’an­ni fa. Nell’Ame­ri­ca dell’Ot­to­cen­to era fre­quen­te im­bat­ter­si in uo­mi­ni e don­ne che te­ne­va­no di­scor­si pub­bli­ci sui dan­ni cau­sa­ti dall’al­col. Nel 1869, l’an­no del­la fon­da­zio­ne del Par­ti­to proi­bi­zio­ni­sta a Chi­ca­go, il fi­lan­tro­po Ger­rit Smi­th de­scris­se la di­pen­den­za dal­la bot­ti­glia co­me una for­ma di schia­vi­tù ad­di­rit­tu­ra peg­gio­re di quel­la sop­pres­sa po­chi an­ni pri­ma, nel 1865, con il XIII emen­da­men­to.

Il 1873 fu l’an­no del­la Wo­man’s Ch­ri­stian Tem­pe­ran­ce Union, un’or­ga­niz­za­zio­ne de­vo­ta al­la cau­sa proi­bi­zio­ni­sta e all’eman­ci­pa­zio­ne fem­mi­ni­le. Due bat­ta­glie che an­da­va­no di pa­ri pas­so: uno de­gli ef­fet­ti più dram­ma­ti­ci del con­su­mo sfre­na­to di al­col fu l’au­men­to del­la vio­len­za do­me­sti­ca, di cui fa­ce­va­no le spe­se don­ne an­co­ra ri­dot­te al ruo­lo di ser­ve.

I campioni del­la «ri­vo­lu­zio­ne del­la so­brie­tà» ap­par­te­ne­va­no ai più di­ver­si schie­ra­men­ti e clas­si so­cia­li. C’era­no pro­gres­si­sti con­vin­ti che il Pae­se aves­se bi­so­gno di una le­gi­sla­zio­ne se­ria in ma­te­ria di al­col, mem­bri del Ku Klux Klan che con­si­de­ra­va­no il be­re un vi­zio im­por­ta­to da­gli im­mi­gra­ti, so­ste­ni­to­ri e so­ste­ni­tri­ci del di­rit­to di vo­to per le don­ne, san­ci­to in quel­lo stes­so 1920 con il XIX emen­da­men­to.

Nel 1830 un ame­ri­ca­no be­ve­va in me­dia 90 bot­ti­glie di al­col all’an­no tra rum, whi­skey e gin. Mol­ti di lo­ro non si pre­sen­ta­va­no al la­vo­ro il lu­ne­dì do­po il fi­ne set­ti­ma­na pas­sa­to a sbron­zar­si. Nel 1839, du­ran­te un viag­gio ne­gli Sta­ti Uni­ti, l’au­to­re in­gle­se Fre­de­rick Mar­ryat sen­ten­ziò che «gli ame­ri­ca­ni non so­no in gra­do di com­bi­na­re nul­la sen­za es­ser­si fat­ti pri­ma una be­vu­ta. Be­vo­no quan­do si in­con­tra­no, be­vo­no quan­do si sa­lu­ta­no, be­vo­no per­ché fa cal­do o per­ché fa fred­do».

Uno de­gli ef­fet­ti del­la mes­sa al ban­do de­gli al­co­li­ci du­ran­te il Proi­bi­zio­ni­smo fu il pro­spe­ra­re di or­ga­niz­za­zio­ni cri­mi­na­li che ge­sti­va­no il traf­fi­co il­le­ga­le dei li­quo­ri. Nel­lo stes­so pe­rio­do nac­que­ro gli spea­kea­sy (let­te­ral­men­te: «par­la­re pia­no»), lo­ca­li do­ve si smer­cia­va e si con­su­ma­va ciò che la leg­ge ave­va vie­ta­to. Era­no gli an­ni dei ban­di­ti «in giac­ca e cra­vat­ta», un pe­rio­do vio­len­to e af­fa­sci­nan­te. Fi­tz­ge­rald lo im­mor­ta­lò nel Gran­de Ga­tsby (1925), l’ar­ti­sta blues Bes­sie Smi­th can­ta­va «ogni con­trab­ban­die­re è mio ami­co».

Dennis Le­ha­ne (Bo­ston, 1965) è, tra i nar­ra­to­ri con­tem­po­ra­nei, quel­lo con il de­bo­le più for­te per i gang­ster de­gli «An­ni Rug­gen­ti». Pro­prio du­ran­te il Proi­bi­zio­ni­smo ha am­bien­ta­to La leg­ge del­la

not­te (Piem­me, 2012), se­con­do ca­pi­to­lo di una tri­lo­gia co­min­cia­ta con Quel­lo era l’an­no (Piem­me, 2008) e con­clu­sa con Tut­ti i miei er­ro­ri, da po­co in li­bre­ria per Lon­ga­ne­si. Le­ha­ne, au­to­re di bestsel­ler co­meMy­sti­cR iv er(2001),rac con­ta l’asce­sa al po­te­re di Joe Cou­ghlin, cri­mi­na­le di Bo­ston di ori­gi­ni ir­lan­de­si. Ne La leg­ge del­la not­te, Joe, che al ci­ne­ma ha il vol­to di Ben Af­fleck nell’adat­ta­men­to del 2016, di­ven­ta il ca­po del­la più gran­de or­ga­niz­za­zio­ne che smer­cia rum e che ha la sua ba­se in Flo­ri­da, a Tam­pa.

«Joe Cou­ghlin rap­pre­sen­ta l’uo­mo del Proi­bi­zio­ni­smo», rac­con­ta Dennis Le­ha­ne a «la Let­tu­ra». «Ag­guan­ta tut­to ciò che può a pie­ne ma­ni. Non è mai sa­zio». Co­me è na­to il suo in­te­res­se per il Proi­bi­zio­ni­smo?

«Ho scrit­to Quel­lo era l’an­no do­po es­ser­mi ap­pas­sio­na­to al gran­de scio­pe­ro del­la po­li­zia di Bo­ston del 1919. La cit­tà è sta­ta sot­to la leg­ge mar­zia­le per quat­tro me­si. Gli agen­ti scio­pe­ra­va­no per ot­te­ne­re mi­glio­ri con­di­zio­ni di la­vo­ro. A po­co a po­co è di­ven­ta­to un ro­man­zo sul 1919, l’an­no del­la ra­ti­fi­ca del XVIII emen­da­men­to, pri­ma che all’Ame­ri­ca fos­se im­po­sta, tut­ta d’un trat­to, la so­brie­tà».

Poi, nel 1920, en­trò in vi­go­re il Vol­stead Act, che re­go­la­va il di­vie­to di fab­bri­ca­zio­ne, ven­di­ta, im­por­ta­zio­ne e tra­spor­to di pro­dot­ti al­co­li­ci.

«Il Proi­bi­zio­ni­smo è sta­to un mo­nu­men­ta­le fal­li­men­to. Un espe­ri­men­to so­cia­le fi­ni­to nel nul­la. Quan­do si cer­ca di le­gi­fe­ra­re in ma­te­ria di “mo­ra­le”, no­ve vol­te su die­ci si va in­con­tro a un di­sa­stro. È un’ope­ra­zio­ne mol­to pe­ri­co­lo­sa». Che co­sa è sta­to, ve­ra­men­te, il Proi­bi­zio­ni­smo?

«Un mo­vi­men­to con­tro i po­ve­ri e con­tro la clas­se operaia. I ric­chi, se vo­le­va­no, po­te­va­no pro­cu­rar­si da be­re sen­za pro­ble­mi. Lo sco­po rea­le era evi­ta­re che, usci­ti dalle fab­bri­che, gli ope­rai si di­stra

es­se­ro nei lo­ca­li. Do­ve­va­no be­re di me­no e pro­dur­re di più». Joe di­ce di non es­se­re un gang­ster ma un fuorilegge. Che dif­fe­ren­za c’è?

«Es­se­re un gang­ster si­gni­fi­ca fa­re par­te di un’or­ga­niz­za­zio­ne cri­mi­na­le. Il fuorilegge è un in­di­vi­duo che vi­ve se­con­do le re­go­le che si im­po­ne. Non ap­par­tie­ne a nes­sun al­tro se non a sé stes­so. Ne La leg

ge del­la not­te, all’ini­zio, Joe è un fuorilegge. Non si ren­de con­to che i suoi prin­ci­pi mo­ra­li ver­ran­no cor­rot­ti. Pia­no pia­no di­ven­te­rà un gang­ster per con­to di un ma­fio­so su al Nord. Al­la fi­ne, l’odio e la vio­len­za di cui si mac­chia gli si ri­tor­ce­ran­no con­tro. Tut­ta­via, Joe ha due gran­di qua­li­tà: non è raz­zi­sta e ri­spet­ta le don­ne».

Per­ché ab­bia­mo un’idea ro­man­ti­ca del Proi­bi­zio­ni­smo?

«Per­ché tut­ti era­no dei fuorilegge, per il sem­pli­ce fat­to che be­ve­va­no no­no­stan­te fos­se vie­ta­to. L’Ame­ri­ca era fuorilegge per­ché non ri­spet­ta­va le re­go­le che le era­no sta­te im­po­ste. Il fuorilegge, in quan­to ri­bel­le, è af­fa­sci­nan­te. Pen­sia­mo al Proi­bi­zio­ni­smo in ma­nie­ra ro­man­ti­ca per­ché in que­gli an­ni esplo­se il jazz, la gen­te fre­quen­ta­va gli spea­kea­sy e le don­ne com­bat­te­va­no con sem­pre mag­gio­re de­ter­mi­na­zio­ne per la lo­ro in­di­pen­den­za. Gli an­ni Ven­ti fu­ro­no il mo­to­re che mi­se in moto im­por­tan­ti ri­vo­lu­zio­ni so­cia­li. Da una co­sa brut­ta nac­que­ro mol­te co­se bel­le. Ma tra le peg­gio­ri c ’è si­cu­ra­men­te

l’esplo­sio­ne del crimine or­ga­niz­za­to».

An­che se, sen­za i gang­ster, la let­te­ra­tu­ra ame­ri­ca­na per­de­reb­be una fon­te di ispi­ra­zio­ne in­so­sti­tui­bi­le.

«For­se esa­ge­ro, ma ho l’im­pres­sio­ne che du­ran­te gli an­ni Ven­ti chi po­te­va per­met­ter­se­lo con­du­ce­va un’esi­sten­za in­vi­dia­bi­le. Era­no tut­ti al­la mo­da, ascol­ta­va­no ot­ti­ma mu­si­ca, fre­quen­ta­va­no po­sti ele­gan­ti. Sem­bra­va che non fa­ces­se­ro al­tro che di­ver­tir­si. Ele­men­ti im­pre­scin­di­bi­li in una sto­ria po­po­la­ta da gang­ster». Qual è, se­con­do lei, l’ope­ra che cat­tu­ra lo spi­ri­to del Proi­bi­zio­ni­smo?

«Sa­rò ba­na­le, Il gran­de Ga­tsby. In po­co me­no di due­cen­to pa­gi­ne c’è tut­to lo spi­ri­to di que­gli an­ni. E di più. Fi­tz­ge­rald

è riu­sci­to nel mi­ra­co­lo di ren­der­la uni­ver­sa­le, su­pe­ran­do il suo tem­po».

C’è la pos­si­bi­li­tà che ne­gli Sta­ti Uni­ti esplo­da un nuo­vo Proi­bi­zio­ni­smo, sep­pu­re sot­to al­tre sem­bian­ze?

«Il Proi­bi­zio­ni­smo nac­que dall’in­con­tro tra il mon­do de­gli af­fa­ri e il fon­da­men­ta­li­smo re­li­gio­so. I tem­pe­ran­ce mo

ve­ment non era­no al­tro che un’espres­sio­ne del­la re­li­gio­ne cri­stia­na che vo­le­va nas c o n d e r s i d i e t r o u n’ i mmag i n e p i ù pro­gres­si­sta. Po­treb­be suc­ce­de­re an­co­ra? Pen­so di sì. Ogni gior­no, in Ame­ri­ca, ve­dia­mo la po­li­ti­ca me­sco­lar­si con la re­li­gio­ne. I pa­dri fon­da­to­ri di que­sto Pae­se con­ti­nua­no a ri­vol­tar­si nel­la tom­ba».

L'im­ma­gi­ne In un uf­fi­cio, ap­pe­sa al mu­ro, c’è una la­va­gna con fo­to e no­mi de­gli ospi­ti del­la strut­tu­ra te­de­sca (fo­to Mi­che­le Ga­las­si)

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