Corriere della Sera - La Lettura

«Madina»: il nostro canto per una kamikaze cecena

- Conversazi­one tra FABIO VACCHI ed EMMANUELLE DE VILLEPIN a cura di HELMUT FAILONI

Un compositor­e legge il romanzo di una scrittrice francese su una ragazza vittima delle atrocità della guerra in Cecenia e la chiama per scrivere insieme un’opera. Fabio Vacchi ed Emmanuelle de Villepin sono gli autori di «Madina» , pièce di teatro-danza che debutterà alla Scala. «Creare dev’essere un atto morale», dicono a «la Lettura»

Igrandi progetti possono anche nascere a tavola, durante una cena, tra chiacchier­e, profumi inebrianti che salgono dai piatti e il tintinnio dei bicchieri. È successo per esempio così per la nuova produzione del Teatro alla Scala, che insieme alla Siae ha commission­ato a Fabio Vacchi, compositor­e di respiro internazio­nale, un nuovo lavoro, in scena dal 22 marzo al 16 aprile. Lui, dopo vari passaggi, lo ha realizzato in forma di teatro-danza su libretto della scrittrice francese Emmanuelle de Villepin, tratto dal proprio romanzo La ragazza che non voleva morire, edito da Longanesi nel 2008, e su coreografi­e di Mauro Bigonzetti, con la partecipaz­ione di Roberto Bolle. S’intitola Madina, che è il nome della protagonis­ta del romanzo, una giovane terrorista cecena addestrata e costretta a compiere un attentato nel centro di Mosca, ma lei all’ultimo momento si rifiuta...

Prima di tutto la domanda di rito. Come è nato questo progetto? Chi ha cercato chi? Come vi siete incontrati?

EMMANUELLE DE VILLEPIN — Con Fabio ci siamo conosciuti anni fa da un’amica comune. Tra una cosa e l’altra, si è parlato anche del mio romanzo. Passano alcuni mesi e mi arriva una telefonata di Fabio che mi dice che il libro gli è piaciuto e che vorrebbe farne un’opera.

FABIO VACCHI — Ho letto il romanzo di Emmanuelle e ne sono rimasto folgorato, anche perché la vicenda è raccontata in modo da diventare emblematic­a, purtroppo, del mondo di oggi. O almeno di un «certo» oggi. Ho chiamato Emmanuelle e lo ho confidato quanto mi sarebbe piaciuto mettere in musica quel testo.

Signora de Villepin, si era mai cimentata prima con la scrittura di un libretto prima?

EMMANUELLE DE VILLEPIN — Lo ammetto subito: è la mia prima volta e ho accettato con entusiasmo. Riconosco di avere avuto anche un certo coraggio... (r id e,n dr ). All’ inizio doveva essere un’opera, poi un melologo, e Fabio, quando ci siamo conosciuti, aveva appena portato in scena Sull’acqua (sotto di noi il diluvio) con testo di Michele Serra. Bellissimo. Alla fine Madina è diventato un lavoro di teatro-danza. Mi piace tantissimo la musica di Fabio, perché ha forza e malinconia insieme. E visto che pure io ho una vena malinconic­a nella mia scrittura, ci siamo trovati in sintonia. Fabio fa musica contempora­nea ma con una produzione classica alle spalle, che mi rende tutto più accessibil­e.

FABIO VACCHI — Ero in parola con l’ex sovrintend­ente della Scala, Alexander Pereira, per un’opera. Poi siamo arrivati all’idea di una forma ibrida, in bilico tra melodramma, melologo e balletto. Dopo di che, ho chiesto a Emmanuelle di scrivere il libretto. Che libretto le ha chiesto Vacchi?

EMMANUELLE DE VILLEPIN — Mi ha chiesto di scrivere il libretto dandomi inizialmen­te poche indicazion­i: voleva due tenori, due soprani, dei cori e l’intera narrazione in tre quadri. Poi, mentre scrivevo, mi ha chiesto alcune aggiunte dandomi indicazion­i per la metrica. Per qualche passaggio mi ha dato una mano Lidia Bramani, moglie di Fabio, musicologa. Ora lui mi ha chiesto di raddoppiar­e l’aria di Madina. Lavoriamo a stretto contatto. È una sensazione molto bella: lavorare in maniera corale per me che sono abituata a fare tutto da sola.

Signora de Villepin, com’è arrivata a occuparsi della Cecenia? Il romanzo è documentat­o. C’è un lavoro d’indagine. Una parte della sua produzione letteraria è legata a temi forti come la

Shoah (in «Tempo di fuga») o la disabilità (in «La vita che scorre»).

EMMANUELLE DE VILLEPIN — Prima di scrivere il romanzo vivevo in Francia. Si parlava molto della Cecenia, della questione cecena, della ribellione a Mosca. Molti intellettu­ali all’inizio presero posizione in difesa dei ribelli. Poi — quando fu chiara la violenza terroristi­ca — se ne allontanar­ono. Nel 2006 lessi per caso il diario di un contadino, Survivre en Tchétchéni­e («Sopravvive­re in Cecenia») di Soultan Iachourkae­v. Un diario: pubblicato da una collana di Gallimard e scritto in maniera straordina­ria. Quella lettura mi ha ispirato uno dei personaggi del mio romanzo, Sultan. Poi, sempre per caso, lessi la storia della ragazza costretta a fare la kamikaze. La mia protagonis­ta è realmente esistita, solo che io ci ho fatto un romanzo. Madina nella realtà aveva una forte ambiguità.

Nel romanzo ne ha molta meno. Quella vera era più sfumata, perché filtrata da una stampa che non la voleva risparmiar­e. Le donne in situazioni di guerra si trovano sempre tra due fuochi, prese in una spirale dalla quale non riescono a uscire.

Chi è Madina nel vostro lavoro? Un personaggi­o diverso da quello del libro?

FABIO VACCHI — Abbiamo deciso insieme di togliere i riferiment­i geografici presenti nel romanzo originale, per rendere l’avveniment­o ciò che volevamo che fosse, vale a dire la rappresent­azione di un momento storico-politico emblematic­o di un meccanismo globale spietato, di un automatism­o che si ripete fatalmente senza riuscire a insegnarci nulla, senza smuoverci da scelte politiche criminali e neppure dal nostro stato attonito e passivo, mantenuto tale da un’indifferen­za o da una rimozione che è colpevolez­za. In questo senso ho parlato a Emmanuelle di Exit West di Moshin Hamid, dove i personaggi escono ed entrano in zone e situazioni di guerra o di rifugio in modo surreale, quasi scaturisse­ro dalla penna di Haruki Murakami, pur essendo il contesto, per contro e per sciagura, quanto mai reale nel descrivere la devastazio­ne, il disorienta­mento, le dinamiche affettive, la sofferenza.

EMMANUELLE DE VILLEPIN — Madina è l’allegoria dell’orrore e della cecità della violenza. Viene immolata sull’altare della vendetta, la sua gioventù offerta in sacrificio, e lei, pur rifiutando di rinnegare il suo popolo e la sua famiglia, decide di non morire e di non uccidere.

FABIO VACCHI — La Madina del teatro-danza non è diversa dalla Madina del romanzo. È una ragazza orfana per gli attacchi degli occupanti, violentata dai loro militari e infine mandata a morire e a uccidere dallo zio Kamzan, diventato terrorista dopo avere perso la famiglia — compreso il fratello, padre di Madina — sotto le bombe.

EMMANUELLE DE VILLEPIN — I personaggi sono identici a quelli del romanzo. Naturalmen­te, ho dovuto asciugare molto e lasciare spazio alle altre for

me di espression­e: la musica e il balletto. Perciò, mi sono dovuta limitare ai tratti salienti. Tutte le tragedie che hanno portato questa famiglia a spaccarsi — con alcuni di loro che decidono di votarsi al terrorismo — sono scomparse dal testo del libretto ma i ballerini e Mauro Bigonzetti sono di una tale bravura che riescono a fare intuire tutte queste complessit­à. Le coreografi­e arrivano dove non sono arrivata io con la scrittura. Madina in definitiva per me è un inno alla resilienza dove i personaggi non vogliono rinunciare all’amore e alla solidariet­à. FABIO VACCHI — Un personaggi­o chiave è Kamzan, lo zio che s’attacca come un cancro ai brandelli cui è stata ridotta l’esistenza di Madina, il cui soffio vitale s’è perso per sempre come quello che ha visto uscire dal corpo della compagna di studi, soffocata dagli stupratori perché non urlasse. Quel grido dell’amica, spento dai soldati, le rimbomba nel cuore, e risuona nella mia musica. Madina viene chiusa in una prigione perché, nonostante all’ultimo momento si sia tolta la cintura esplosiva, l’artificier­e che l’ha disinnesca­ta è morto. E a rilanciare quel grido, che è il grido anche dell’artificier­e, è il nonno Sultan, quando cerca invano di salvare la nipote che ha cresciuto, e urla a suo figlio di essere diventato peggio dei loro nemici. Qual è il messaggio di Madina? EMMANUELLE DE VILLEPIN — Che semplifica­re a oltranza è sempre fallimenta­re e porta a conseguenz­e drammatich­e. La bêtise au front de taureau, scriveva Baudelaire: la stupidità con la fronte del toro. I conflitti che affliggono il mondo sono spesso frutto di un potere indifferen­te al dolore del popolo che governa.

La musica contempora­nea (e vale anche per molte regie attuali di opere storiche) viene spesso utilizzata per mandare messaggi politici, anche forti, e di attualità sociale. Altrimenti detto, la musica contempora­nea va oltre un messaggio meramente estetico e di bellezza. Secondo voi funziona? EMMANUELLE DE VILLEPIN —Non lo so di preciso. Non sono un’esperta, anzi sono decisament­e una profana, ma amo la musica. Sono onnivora: i miei gusti vanno da Johann Sebastian Bach ai Dire Straits… Se dovessi citare tre musiche alle quali mi sento molto legata direi

L’isola dei morti di Sergeij Rachmanino­v, la Winterreis­e di Franz Schubert, soprattutt­o se cantata e interpreta­ta da Thomas Quasthoff, e Who by Fire di Leonard Cohen. Per rispondere alla domanda: penso che un artista possa sentire questo bisogno e va bene che lo faccia. Ma va anche bene se parla della primavera, dell’amore, della tempesta sull’oceano. FABIO VACCHI — Sto scrivendo il mio sesto quartetto per archi, in occasione dei vent’anni dalla formazione dello splendido Quartetto di Cremona. Quindi penso che la musica contempora­nea possa essere completame­nte astratta, autonoma, autosuffic­iente. Però penso anche che la musica faccia parte della più ampia sfera dell’umanesimo. E che sia sempre stato così. Mozart scriveva sinfonie, e ne usava linguaggio e stile

per comporre Le nozze di Figaro, carica di un rivoluzion­ario messaggio sociale.

Gli esempi, di ieri e di oggi, sarebbero infiniti.

FABIO VACCHI — L’importante è la qualità artistica, che non può e non deve essere sostituita o camuffata dall’assunto politico. Perché questo è gravissimo, e ci sono stati anni in cui è spesso successo. Con gravi conseguenz­e estetiche ed etiche. Personalme­nte comunque, sì, penso che l’artista oggi abbia dei doveri morali. Non può guardare altrove, come fa inizialmen­te il giornalist­a parigino Louis in Madina, prima di incontrare Olga, la zia occidental­e della protagonis­ta, che lo chiama in causa, lo trascina nel dolore svegliando­lo dalla noncuranza, ma gli regala anche un alito di vita in un mondo che sembra oscurato dalla violenza e dalla morte. Perché in fondo è solo l’amore, in tutte le sue forme, a smuovere l’indifferen­za, a frenare la crudeltà. E aggiungo che più che in gesti solipsisti­ci e ostici, il desiderio di sperimenta­re e allargare i confini dell’espressivi­tà può scaturire proprio dall’incontro tra diverse dimensioni artistiche. Ho sempre cercato di mettere al centro della mia estetica il corpo. Il mio, quello dell’ascoltator­e, quello della materia sonora. Con un messaggio che non derivasse esclusivam­ente da formule o precetti estetici, per quanto filosofica­mente affascinan­ti, ma anche da emozioni e percezioni che devono passare dalla fisicità, dalla sostanza fisiologic­a, antropolog­ica, naturale, cui appartenia­mo e di cui siamo fatti. E quindi devono mantenersi radicati nella tradizione colta e popolare, per quanto siano chiamati a rinnovar l a , r i pensarla, re i nventarla. Solo uscendo dalla scissione corpo/mente, che tanti danni ha fatto anche sul piano etico, si può ricostruir­e un’estetica. Avere un danzatore come Bolle, e una compagine orchestral­e, corale e di ballo come quella della Scala, un coreografo come Mauro Bigonzetti, insieme a un attore giovane e dalle solide basi ronconiane come Fabrizio Falco, è per me l’occasione di aprire la musica a tutte le sue potenziali­tà sotto la direzione di Michele Gamba, per vocazione portato a scandaglia­re tutti gli aspetti della partitura. Vacchi, lei come lavora su un testo? Da dove parte? FABIO VACCHI — Quando parto da un romanzo preesisten­te, c’è una scintilla originaria, un vero innamorame­nto del testo originale, del suo contenuto. Poi subentra la fase dell’interioriz­zazione. È qui che comincio a pensare alla forma, una forma che invoca le sue ragioni, autonome proprio perché ormai mi scorrono nelle vene i suoni del testo, le ragioni del testo, le denunce o le speranze del testo, il suo meccanismo letterario e teatrale. I riconoscim­enti, le discrasie. Così la partitura divora il testo, lo ingloba, ne reclama i sottintesi e i nessi taciuti, rivendican­do perfino il diritto a staccarsen­e.

Un’ultima domanda per lei, signora de Villepin. Ora che ha quasi superato la prima avventura fra testo e musica, quali libri che le sono piaciuti, vedrebbe, come si usa dire, messi in musica? EMMANUEL DE VILLEPIN — (Ride, ndr). Mi faccia pensare. Beh, sarebbe bello resuscitar­e Gustav Mahler, fargli leggere la Trilogia di Holt di Kent Haruf e dirgli... prego, ne faccia un’opera. Sennò adoro Ágota Kristóf. E ci sentirei perfettame­nte la musica di Fabio Vacchi...

La trama

La protagonis­ta, realmente esistita, nella partitura e nel romanzo è costretta dallo zio a diventare un’attentatri­ce suicida

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