Corriere della Sera - La Lettura

Le due frontiere dell’America al voto

- Sei pagine di approfondi­mento

Verso la Casa Bianca È stata la regione che più di tutte consegnò la vittoria a Trump: è l’area ex industrial­e, la Rust Belt, composta in particolar­e da Michigan, Wisconsin e Ohio. Siamo andati a vedere che cosa succede alla vigilia di una grande tornata di primarie. Poi siamo andati al confine Sud: Texas, New Mexico e Arizona, dove ci sono altri problemi. E in California

«So da quando ero bambino che esistono due modi di essere lavoratori bianchi. Il primo è impersonat­o dai miei nonni: vecchia maniera, religiosi, tranquilli, fiduciosi in sé stessi, sgobboni. Mia madre, invece, e progressiv­amente l’intero vicinato, rappresent­ano l’altro modo: consumista, isolato, arrabbiato, diffidente». Alla fine Hillbilly Elegy di James David Vance, è ancora il miglior punto di partenza per avventurar­si, al tempo delle elezioni, nel nord industrial­e dell’America, la ex Rust Belt, la cintura arrugginit­a delle acciaierie, delle miniere, delle ciminiere dismesse. Anche perché il libro di Vance, un ibrido tra narrativa, saggio sociologic­o e autobiogra­fia pubblicato nel 2016, è diventato un film diretto da Ron Howard. Uscirà quest’anno, molto atteso, sulla piattaform­a Netflix.

Vance, 35 anni, racconta la parabola della comunità in cui è cresciuto, la cittadina di Middletown nell’Ohio. Una trasformaz­ione sociale e antropolog­ica che culmina nella conversion­e al trumpismo. È un processo graduale, di sedimentaz­ione emotiva, prima ancora che scelta razionale. Ecco ancora un passaggio del romanzo, edito in Italia da Garzanti nel 2017, con il titolo Elegia americana: «C’è un movimento culturale nella classe dei lavoratori bianchi che attribuisc­e i problemi della società al governo. E questo movimento guadagna consenso, giorno dopo giorno».

Nelle elezioni del 2016 questa parte del Paese risultò decisiva per la vittoria di Donald Trump. In particolar­e Pennsylvan­ia, Michigan, Wisconsin ruppero con la tradiziona­le fedeltà ai democratic­i e puntarono sull’outsider, il costruttor­e di New York. Trump ottenne 304 delegati, 34 in più della soglia di maggioranz­a, fissata a 270. Ebbene i 36 più inaspettat­i li conquistò tra Pennsylvan­ia (20), Michigan (16) e Wisconsin (10). Superò Hillary Clinton con margini risicati: 44.292 schede in Pennsylvan­ia su un totale scrutinato di circa 6,2 milioni; 10.704 in Michigan su 5,2 milioni e 22 mila in Wisconsin su 2,9 milioni. Fu un trauma profondo, una rottura storica nella politica americana.

A quattro anni di distanza sarà ancora questo il campo numero uno nel torneo a eliminazio­ne per arrivare alla Casa Bianca. I candidati democratic­i e lo stesso presidente ne scrutano gli umori, ne studiano i cambiament­i. Nel 2106 il messaggio di Trump ha fatto breccia tra i «bianchi» di Hillbilly Elegy: quella parte della popolazion­e che non aveva recuperato il livello di reddito procapite precedente alla grande crisi del 2008; gli operai espulsi dalla manifattur­a che aveva spostato gli impianti nel Sud, in Texas o in Arizona; i «delusi» da Barack Obama, gli «isolati», i «diffidenti» impauriti dalle ondate di immigrazio­ne. Era l’esito politico di una crisi dolorosa. Pittsburgh, in Pennsylvan­ia, non era più da tempo «la città dell’acciaio», né Minneapoli­s (Minnesota), era «la città della farina» o Cincinnati (Ohio) «Porkopolis». Il sistema integrato, ancorato al territorio dalle filiere corte di fornitori, aveva perso troppi pezzi importanti. Fino a quaranta-cinquanta anni fa produceva di tutto: automobili e lavastovig­lie, macchine utensili e laminati. Una lunga striscia industrial­e che partiva dalla Pennsylvan­ia, dall’Ohio e si allungava a settentrio­ne fino ai Grandi Laghi: Illinois, Michigan, Wisconsin. Un altro ramo partiva dalla West Virginia e si estendeva a ovest fino all’Iowa e al Minnesota.

Oggi, però, lo scenario è un altro. È la «storia di due Rust Bell», dice John Austin, 50 anni originario del Michigan, Senior Fellow al Brookings Institute di Washington, uno degli studiosi più accreditat­i del Midwest. Alcune metropoli, come Pittsburgh e Minneapoli­s, oltre che

Columbus (Ohio), Indiana polis( Indiana ), Milwaukee(Wisc on sin) hanno sostituito­la mo no cultura produttiva con attività diversific­ate: dall’ hightech alle telecomuni­cazioni. Diversi cent rimedi, come M adi son(Wiscons in ), AnnArb or, (Michigan), Bloomingto­n (Indiana), sono rinati dando impulso alle loro università, attirando talenti, laboratori, innovazion­e. Altre città sono riuscite a riempire il vuoto lasciato dalle fabbriche-campanile. Akron, in Ohio, era la capitale americana dei pneumatici e della gomma. Adesso non è nota solo per aver dato i natali alla star del basket LeBron James. Ha rivitalizz­ato la sua vocazione storica spostandos­i sui polimeri e le plastiche, costruendo una piattaform­a logistica per i trasporti e perfino ripopoland­o le strade di downtown con musei, convention center e impianti sportivi. Kalamazoo, nel Michigan, ha ovviato alla chiusura dei grandi gruppi f arma ceu tic iPfize re Upjohn, favorendo il fiorire di start-up nel biotech ed estendendo l’offerta di licei pubblici gratuiti. Sono arrivati tanti giovani, rimpiazzan­do gli esodi degli anni scorsi. Il boom dello shale gas ha rilanciato alcune contee depresse, come Butler, Montour e Washington, nello spicchio occidental­e della Pennsylvan­ia.

La tesi centrale degli studi di John Austin è che ci sia una chiara relazione tra rilancio economico e voto politico. L’analisi parte dai risultati delle urne. Nelle elezioni di midterm del 2018 (rinnovo della Camera dei Rappresent­anti e di un terzo del Senato), otto distretti su 13 che avevano votato Trump nel 2016 si sono spostati su candidati democratic­i. Sono territori che nel biennio 2016-18 si sono sviluppati nell’orbita delle grandi metropoli, da Minneapoli­s a Chicago, da Pittsburgh a Des Moines (Iowa). In tutte que

ste circoscriz­ioni il reddito procapite è superiore alla media del proprio Stato. La teoria vale anche al contrario, naturalmen­te. Nel Michigan 13 contee «obamiane» nel 2008 e nel 2012, diventaron­o «trumpiane» nel 2016. Ciascuna di queste zone aveva un reddito procapite spesso nettamente inferiore a quello medio dell’intero Michigan. Oppure erano territori che si sono sentiti abbandonat­i, delusi o traditi dai progressis­ti. L’esempio classico è quello di Flint, la cittadina dell’acqua pubblica avvelenata. Il regista Michael Moore, originario di queste parti e oggi sostenitor­e di Bernie Sanders, nel

film Fahrenheit 11/9, uscito nel 2018, ha messo sul conto di Obama la conversion­e trumpiana di Flint. Resta memorabile una scena della pellicola: il 4 maggio 2016 l’allora presidente americano, fin lì idolatrato dalla comunità afroameric­ana locale e non solo, si presenta in un incontro con la popolazion­e e per dimostrare che è tutto a posto beve un sorso, un piccolo sorso, da un bicchiere d’acqua di rubinetto. Poi riparte con il suo Air Force One. Sei mesi dopo l’intera contea silura Hillary Clinton nelle urne. Tipico momento

Hillybilly.

Il problema, dunque, è come pesare politicame­nte le due Rust Belt, quella alla Flint e quella della resurrezio­ne economica. Quale prevarrà nelle presidenzi­ali di novembre? John Autsin non ha dubbi: «Con l’aumento del reddito e delle opportunit­à, i cittadini, specie i giovani, diventano più ottimisti, fiduciosi, aperti al mondo. Su questi elettori non farà presa il richiamo nostalgico, protezioni­sta e xenofobo con cui Trump ha conquistat­o il Nord nel 2016». La media dei sondaggi, elaborata dal sito Real Cl ear Poli t ics, segnala che ciascuno dei sei concorrent­i democratic­i batterebbe The Donald in Michigan. Micheal Bloomberg con un margine di sei punti; Bernie Sanders e Joe Biden con cinque; Pete Buttigieg con tre; Elizabeth Warren e Amy Klobuchar con due. Stesso scenario in Pennsylvan­ia, sia pure con possibilit­à diverse tra i democratic­i. Ma in Wyoming le previsioni sono più equilibrat­e: alcune rivelazion­i premiano gli sfidanti, altre Trump.

Probabilme­nte ciò significa che ci sono ulteriori variabili. La più vistosa è che la strategia del presidente si è evoluta. I comizi di The Donald continuano a parlare agli «isolati», agli «arrabbiati». Nello stesso tempo, però, Trump sta cercando di allargare il perimetro del consenso, presentand­osi come il vero artefice della ripresa, in modo particolar­e proprio in questa regione. Negli ultimi anni ha visitato sistematic­amente gli impianti industrial­i, le officine. Si è mescolato con i manager e con gli operai. Il 27 gennaio, per esempio, ha scelto un’impresa dell’indotto auto, la nuova filiale della Dana Inc. a Warren, vicino a Detroit, per celebrare la firma dell’accordo commercial­e con Messico e Canada. La sua conclusion­e è semplice: la linea dell’«America First» ha fatto bene anche alla ex Rust Belt. Adesso si attende la ricompensa: altri quattro anni nello Studio Ovale.

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