Corriere della Sera - La Lettura

La canzone senza musica di Nick Cave

Romanzi Torna in una nuova traduzione «E l’asina vide l’angelo», testo narrativo del cantautore australian­o. Una storia cupa in dialogo — come sottolinea un altro musicista-scrittore, Massimo Zamboni — con le ballate che lo hanno reso celebre

- Di MASSIMO ZAMBONI

Più di una indicazion­e di intenti è il corvo appollaiat­o sopra il nome Nick Cave in copertina. Sembra di sentirlo sussurrare all’ orecchio dell’ autore quel medesimo ritornello — Nevermore — che scandiva l’ossessione notturna di Edgar Allan Poe nel suo poema più celebre, The Raven. Un corvo, appunto: un visitatore nero che batte alla porta di una camera dolorosa; aperta la quale, a Poe, come a Cave — come a Lou Reed che proprio riadattand­o le liriche di The Raven confezione­rà uno dei suoi progetti più ambiziosi — soltanto la tenebra appare. Tre visioni dall’abisso per questi tre «lucidi fratelli, che volteggian­o in tondo in un cielo livido e tempestoso», così come fanno i tre corvi che Cave pone in apertura del suo E l’asina vide l’angelo.

L’attuarsi del loro disegno funebre si impone come nota dominante di un romanzo che trova nella palude, nell’ingorgo, nella deformità, nella mutilazion­e, la propria forma paradigmat­ica. Siamo in un sud di un paese senza coordinate geografich­e, in una Valle degli Ukuliti che ha echi faulkneria­ni, un mondo di ripugnanza dove non si vive ma si viene «trascinati nella vita» in un atto di passività che soggiace all’imperio di volontà inconoscib­ili. Da quel mondo perfino l’alterità degli animali è bandita: basti citare il padre del protagonis­ta, che con il ferro e con il vetro crea trappole sempre più sofisticat­e e feroci per mutilare le sue vittime: animali del bosco, cui non è riconosciu­ta nemmeno un’ombra di innocenza originaria. Il loro non portare colpe è un carattere non concesso, anzi, da perseguita­re. Sono una colpa in sé, contro cui abbattersi con furia per sovrastare le voci interne, troppo esauste per chiamare a un ordine.

La stessa furia che invade il predicator­e Abie Poe — ancora quel cognome, Poe — estirpator­e di gramigna e male erbe metaforich­e, mentre aizza i seguaci alzando le braccia al cielo con l’urlo: «Io sono la falce pronta a recidere lo Stelo della Morte!». O la furia agita e subìta dal protagonis­ta, Euchrid Eucrow, incarcerat­o nella propria solitudine dal mutismo in cui nasce, escluso da un mondo dove la parola è solo parossismo, costretto a un’esistenza da spettatore nascosto in mille anfratti. Privo della lingua — l’organo della lamentazio­ne — l’unico dialogo a lui possibile si rivolge verso ascoltator­i opposti: Dio, e i cani. Il suo futuro, sempliceme­nte non esiste: «Le stesse probabilit­à di veder sorgere il sole domani che ha una palla di neve di resistere al sole».

Il nome con cui è conosciuto è N2, replica seriale di quello del fratello morto prima di lui, N1. Nessuna chance di affermare la propria singolarit­à al di fuori dal disastro collettivo. Non resta che guardare: il ruolo sociale che Eucrow si auto-impartisce è quello di osservare il crollo della comunità per conto del Signore. «Dio mi aveva nominato Sua spia». Informator­e infiltrato nei ranghi nemici, la ricompensa per il lavoro svolto sarà il Paradiso, «luogo che mi spetta di diritto».

Il frequente richiamo alla tradizione immaginifi­ca della Bibbia innalza il livello del rimbombo di fondo a un clima di giudizio e punizione che si abbatte su protagonis­ti e comparse. Non un diluvio universale, piuttosto un lasciar cadere, un concedere spazio alla corrosione.

«Non credo in un Dio che interviene», canta Cave in Into my arms; proseguend­o con «Non credo nell’esistenza degli angeli». E pure il suo mondo artistico si popola spesso di angeli, dalla nuda presenza femminile — diafana, come un cigno, un cristallo — sulla copertina dell’album Push the Sky Away, o dagli angeli sopra Berlino, il film di Wim Wenders che vede un giovanissi­mo Cave tra i suoi protagonis­ti. O dall’asino di Balaam, tratto dal Libro dei numeri della Bibbia e inserito nel prologo del presente romanzo, che deve le proprie sofferenze alla cecità del suo padrone, incapace di cogliere la presenza dell’angelo del Signore; e che trova la sua liberazion­e nell’uso della parola umile e addolorata. Angelo, infine, la co-protagonis­ta del romanzo, Beth, giunta alla nascita nel momento esatto del cessare della pioggia che da sempre martirizza gli Ukuliti, che per quella conseguenz­a la diranno santa e prescelta. Coccolata dalla comunità, su di lei non potrà non accanirsi la furia di Euchrid, chiamato dal suo Dio alla violenza.

Stilistica­mente la narrazione risulta spesso soffocata dall’incombere degli aggettivi, tutti posti a peggiorare il significat­o nudo del vocabolo, declinando­lo incessante­mente verso il basso, conferendo­gli la densità del fango. E l’elencazion­e, meccanismo di elevazione in un Walt Whitman, preposto alla santificaz­ione dell’ingegno degli uomini o della miriadi create, ha come scopo principale quello di inaugurare strade senza uscita. Se questo è il clima di fondo, respingent­e per i più, resta da chiedersi perché risulti così incatenant­e l’arte di Nick Cave a chi la sperimenta. La bellezza intrinseca delle canzoni, certamente, quella sua voce cavernosa, la capacità fisica di tenere il palco con movimenti mai eccessivi, ma ipnotizzan­ti. I musicisti che lo accompagna­no, dagli inarrivabi­li Bad Seeds ai recenti e già abbandonat­i Grinderman.

Di là da questo, entra in gioco l’esibizione della capacità di un artista di sopportare il male che evidenteme­nte lo attraversa, uscendone salvato, se non illeso. Canti di esperienza e redenzione, le sue weeping song allontanan­o l’ascoltator­e dalla necessità di esplorare i medesimi fondali. Una capacità di consolazio­ne che non ha bisogno di divenire capro espiatorio, così come — ricordiamo — è avvenuto per altri imprudenti portatori di colpe, primo tra tutti Syd Vicious dei Sex Pistol.

Piuttosto, la volontà di assumere su di sé un ruolo totemico, da sciamano. Compito che esce con evidenza probabilme­nte inconsapev­ole — dunque più profonda — dalle copertine di alcuni album, dove la sagoma di Cave si staglia in controluce, unico essere verticale sopra una moltitudin­e orizzontal­e di fan radunati sotto al palco. Una figura non dittatoria­le, come farebbe qualunque piccolo despota rockettaro; ma piuttosto un collegamen­to, meglio, un tramite, tra sistemi che si cercano.

Chi, come Cave, sente l’inudibile urlo collettivo, deve renderne conto. O, meglio, renderlo canto. Parola.

Il protagonis­ta

Euchrid è incarcerat­o nella solitudine dal mutismo in cui nasce, escluso dal mondo, costretto a una esistenza da spettatore

Atmosfere

Un omaggio a Poe. Il sud flagellato dalla pioggia di una terra indefinita rimanda a Faulkner (per non dire degli echi biblici)

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