Corriere della Sera - La Lettura

Un inno all’America che arresta i messicani

- Di MARCO BRUNA

Il 28 maggio 1924, un mercoledì, 450 agenti a cavallo muniti di badge e revolver cominciaro­no a presidiare il confine tra Stati Uniti e Messico. Il loro impiego era previsto dal Labor Appropriat­ions Act, la legge che istituiva la polizia di confine (United States Border Patrol). Gli agenti avevano una paga annuale di 1.680 dollari, oltre 22 mila euro al cambio corrente. Oggi, le loro uniformi sono tra gli oggetti esposti al Border Patrol Museum di El Paso, Texas, aperto nel 1994. Due sale del museo (qui a destra qualche immagine; courtesy of the Border Patrol Museum) raccolgono una selezione di armi. Tra queste ci sono quelle confiscate dagli agenti ai trafficant­i di droga, come i fucili d’assalto AK-47, e quelle in dotazione al Border Patrol, tutte tranne la Beretta 92D e la Heckler & Koch P2000 — quest’ultima tuttora in uso. Esposti anche i mezzi utilizzati nel corso di un secolo dalla polizia, per esempio l’aereo Piper Super Cub o l’elicottero OH-6, sostituiti da modelli più moderni. Più che un museo è una celebrazio­ne dell’America che si difende. El Paso è un luogo simbolico: al di là del comune texano c’è la messicana Juárez, per anni una delle città più violente del mondo, corridoio del contrabban­do verso l’America. Appeso all’ingresso di una delle sale c’è il cartello Awareness is Survival («La consapevol­ezza è sopravvive­nza»), un monito a non sottovalut­are i pericoli che il confine ancora nasconde.

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