Corriere della Sera - La Lettura

Ci sono delle parole che io non ho detto

- Di MARY MILLER

Mio marito, che adorava i festival, che era un grande fan dei festival, voleva arrivare in piazza in tempo per la prima band alle 11. Dal letto, il cane e io lo osservavam­o mentre si vestiva. Provò diverse magliette, trovandone alcune troppo strette e altre troppo larghe, prima di scovare quella perfetta. Lo guardammo mentre si spalmava la protezione solare su viso, collo e orecchie.

«Non dimenticar­e le orecchie», disse.

«Non le dimentiche­rò».

«E non metterti una camicia grigia. Mi copi sempre». Avevo già deciso cosa mettermi e avevo tutte le intenzioni di scegliere una camicia grigia. Pensai alle varie camicie che avrei potuto indossare, passandole in rassegna mentalment­e.

Quando la porta si chiuse, mi alzai dal letto e lo guardai uscire con la cagna. Lei non voleva uscire senza di me. Era la mia cagna, prima. Si sedette nel vialetto e si voltò a guardare verso casa. Mio marito cercò di farla correre, pensando che allontanan­dola da casa non avrebbe più pensato a me. La cagna si mise a correre per alcuni secondi, poi si fermò di nuovo a guardare indietro, verso il luogo dove mi aveva vista prima. Sarei potuta stare ore a guardare quello spettacolo. Lavoravo da casa e la cagna stava quasi sempre con me, così mi succedeva di rado di vederla esprimere il suo amore per me. Di solito faceva dei profondi sospiri, o grattava il pavimento di legno con le unghie quando cercava di sfuggire ai miei tentativi di prenderla, metterla a pancia in su e cullarla come un bambino.

Mangiai una barretta di Granola, svuotai la lavastovig­lie e misi dei vestiti nell’asciugatri­ce, accesi la radio. Ben presto mio marito cominciò a mandarmi dei messaggi su cosa dovevo portargli — il cappello, degli spiccioli dal registrato­re di cassa. Allora mi misi le scarpe e uscii. Ero al telefono con mia madre quando mi fermai a chiacchier­are con dei vicini che avevano trovato un serpente in giardino. Mi mostrarono le foto, erano molto eccitati da quella scoperta, così feci del mio meglio per dargli soddisfazi­one.

«Era davvero grande», disse la donna più giovane, tendendo le braccia.

«Era velenoso?» chiesi, l’unica domanda che mi veniva in mente.

«Ho fatto una ricerca», rispose. «Non è velenoso, ma era enorme: era un serpente muso di porcello».

«Non li ho mai sentiti».

«Era veramente grande», ripeté l’altra.

Volevano avvertirmi nel caso in cui il serpente avesse attraversa­to la strada e fosse entrato nel nostro giardino e il cane avesse cercato di prenderlo. Si erano tanto accalorati a raccontarm­i del serpente che mi scordai che mia madre era al telefono. Quando rimisi gli auricolari, mia madre disse che anche a lei era piaciuto sentir parlare del serpente, e questo mi diede fastidio. Probabilme­nte le era piaciuta la mia cordialità, il fatto che fossi stata io a fermarmi a salutare i vicini. Era una donna socievole, mentre io non lo ero, e non capiva perché non fossi come lei. Ogni volta che me lo faceva notare, davo la colpa all’uomo che aveva sposato, mio padre, e a come il suo cinismo ci avesse rovinato.

«Ricordati di andare allo stand di Jesse a dare un’occhiata ai suoi quadri», ha detto. «Ma non spendere più di 50 dollari, ne voglio solo uno piccolo, e comunque non preoccupar­ti. Fallo solo se non ti crea troppo disturbo».

«Non è un problema», dissi.

«Ti darò i soldi», disse.

«Non ce n’è bisogno».

«Certo che te li do».

«Vedremo».

«Niente vedremo. Ho i soldi proprio qui».

«Ce li hai in mano in questo momento?».

«Be’».

«Abbiamo già fatto questa discussion­e», aggiunsi, e poi le dissi che dovevo andare, che l’avrei chiamata più tardi. Ero intenta a osservare le ragazze del college. Le scarpe da ginnastica alte andavano di nuovo di moda, come i jeans strappati. Pantalonci­ni corti e top corti. Ce n’era un gruppo di sei davanti a me e notai le somiglianz­e: tre avevano esattament­e lo stesso paio di scarpe da ginnastica. Cinque avevano pantalonci­ni così corti che sembrava non li avessero neanche. Due portavano top cortissimi. Quattro portavano le trecce. Erano tutte di un diverso grado di magrezza. L’uniformità era fantastica. Le ragazze erano giovani e belle, e fiere di essere giovani e belle mentre io alla loro età non lo ero mai stata. La giovinezza e la bellezza non mi sembravano niente di speciale, e anche se una volta ero stata giovane e abbastanza carina, non ero mai stata una di loro. Qualche settimana fa, un gruppetto simile di ragazze in macchina aveva riso di me. Era chiaro che stessero ridendo di me, perché mi avevano guardato dritto in faccia, poi una di loro aveva detto qualcosa e le altre avevano aperto la bocca e una mi aveva indicato. Ma non avevo sentito quello che avevano detto. Che cosa si saranno dette? Ero una persona normale in jeans, non grassa né brutta né strana. Ero normale. Ma essere normali non fa ridere.

Mi spiaceva non avergli mostrato il dito o non averle mandate a quel paese, non aver infilato una mano attraverso un finestrino aperto per dare un colpo sulla guancia di una di loro o strapparle una ciocca di capelli. Ero rimasta lì, impalata. Non mi era venuto in mente nient’altro da fare.

Fuori faceva caldo e cominciai a sudare. Trovai mio marito e la cagna, e la cagna fu contenta quando mi vide, anche se non quanto avrei pensato. Mio marito mi disse che la cagna era molto emozionata e mi diede il guinzaglio. Poi ascoltammo la band stando in piedi, era formata da due uomini bianchi e due donne nere. Conoscevo uno degli uomini, quello alla chitarra, Glen — avevo dormito con lui qualche volta, eravamo stati insieme per un mesetto o giù di lì, ma mio marito non lo sapeva. Pensava che Glen avesse avuto una cotta per me e basta. Erano passati diversi anni da quando eravamo usciti insieme, ma ogni tanto lui mi mandava ancora dei messaggi e mi aveva contattato per chiedermi se sarei andata proprio a quel festival.

Glen per me era attraente solo quando era sul palco. Mi ritornò in mente. Fuori dal palco il fascino svaniva. Ma in quel momento era sul palco, quindi era difficile ricordare cosa avevo trovato di sgradevole in lui. Era alto, magro e più attraente della maggior parte degli uomini con cui ero stata. Ed era un ottimo chitarrist­a — almeno così diceva la gente.

«Pensi che mi veda?», chiesi a mio marito. Glen portava occhiali da sole a specchio che sembravano puntati nella mia direzione.

«Certo, ti ha adocchiata», rispose.

«Penso mi stia guardando», dissi, e infatti era chiaro che mi stava guardando.

La canzone andò avanti a lungo. Spostavo il peso da una gamba all’altra, ricordando­mi di quanto non mi piacessero i festival: tutta quella gente, che camminava così lenta, e dovevi camminare con loro nella stessa direzione, al loro ritmo. E passeggini e cani e belle ragazze e i ragazzi che cercavano di portarsele a letto, loro e non me. L’odore di carne e fritto. Ma questo festival era particolar­mente orribile, perché non vendevano birra, per cui dovevamo andare avanti e indietro dall’ufficio di mio marito, dove lui il giorno prima aveva messo un frigo.

Mio marito era previdente. Era una delle cose che mi piacevano di lui. Glen no. Ma il problema principale di Glen era che gli piacevo troppo. Gli piacevo così tanto che diventavo muta, e mi capita anche adesso. Mi ricordai di quando mi ero stesa sul suo divano. Nel suo letto. Sulla sedia a dondolo del suo portico. Persino nella sua macchina, reclinando il sedile.

Esiste — eccome — un’America minore, minima: quella che Mary Miller ha scelto di narrare. Nel romanzo che ora arriva in Italia e in questa storia per «la Lettura»

Quando la canzone finì, andammo nell’ufficio di mio marito e ci versammo la birra nelle tazze di polistirol­o che trovammo nella stanza della pausa caffè. La birra era schiumeggi­ante. Notai che mio marito non era stato così previdente da portare bicchieri di plastica. Cercai di far bere la cagna, ma non era interessat­a, così andai a fare la pipì e lo chiamai dal bagno per dirgli che c’erano assorbenti gratis — come avevo fatto a dimenticar­e che c’erano assorbenti gratis? Il suo ufficio offriva anche cestini di caramelle e tavoli pieni di riviste. A casa avevamo un sacco di assorbenti, riviste e caramelle, ma ero ugualmente entusiasta. Mi misi a sedere sul suo divano in pelle e mandai giù un sorso di schiuma, guardai i libri sulla sua libreria, i quadri alle pareti. Aveva un vero ufficio. Io no, e non l’avrei mai avuto.

Tirò fuori dalla sua scrivania una fiaschetta e bevve. Non me la offrì, ma io gli tesi la mano.

«Ti sei messa una camicia grigia», disse.

«L’avevo deciso giorni fa. Non mi ero impegnata». «Avresti dovuto metterti le scarpe da ginnastica che ti ho comprato».

«Non sono comode».

«Le devi rodare», disse.

Più parlava delle scarpe da ginnastica che mi aveva comprato, meno mi sentivo incline a dare loro una possibilit­à. Avrebbe dovuto conoscermi, ormai. E potevo usare la sua carta di credito per comprarmi qualsiasi maledetto paio di scarpe che volevo.

Mi rifiutai di muovermi, così continuamm­o a stare seduti, lui dietro la sua scrivania e io sul suo divano come se fossi dal mio terapista, o avessi avuto un incidente d’auto e avessi bisogno di fare causa a qualcuno.

«Sei pronta?», chiese.

«Forse dovremmo fare di nuovo il pieno prima di andare».

«Vacci piano», disse.

«Ne divideremo una, allora».

Voleva passare dal suo amico Chris al camioncino del barbecue. Chris era il re del barbecue in città, era lui che si definiva così. Prima non c’era nessuno che vendesse carne alla griglia, quindi non era un gran risultato essere il re, ma era piacevole stare attorno a una persona con tanta autostima e fiducia in sé.

La fila era lunga. Era quasi l’una e tutte le file erano lunghe. Fu allora che mi resi conto di quanto fossi affamata, di come il whisky fosse stato una cattiva idea.

Seguii mio marito in mezzo ai camion in modo che potesse salutarlo e chiedere come stava venendo la carne alla griglia. Era la migliore grigliata che Chris avesse fatto. Ci disse quanto l’aveva cotta, come avesse dormito solo quattro ore nelle ultime due notti e che entro le tre

avrebbero probabilme­nte venduto tutto. Cos’altro c’era da dire? Chris stava impersonan­do la versione migliore in assoluto di sé stesso e nessuno poteva fermarlo.

Dopo andammo a cercare lo stand di Jesse. Mia madre voleva uno dei suoi quadri perché io e mia sorella eravamo state sue amiche al liceo. Era soprattutt­o amico di mia sorella e mi ricordai vagamente che lei mi aveva detto che una notte avevano avuto un rapporto non del tutto consensual­e, quando erano ubriachi.

Avevo visto i suoi lavori su Instagram, avevo riso della foto che lo mostrava pensieroso su una spiaggia, intento a guardare l’oceano, in cui sosteneva di aver trovato Dio. L’avevo mostrata a mio marito, che conosceva i fratelli di Jesse, avevamo letto ad alta voce il post e avevamo riso. Jesse parlava di sottomette­rsi e arrendersi, di abbattere i muri, e dei luoghi comuni da cui aveva imparato che doveva mettere da parte l’ego, che non abbiamo il controllo della nostra vita. Tutto questo era alla base delle sue nuove opere. Le sue nuove opere erano composte di conchiglie che aveva acquistato online, migliaia di conchiglie che aveva passato mesi a capire come utilizzare, «anche se a volte la spiegazion­e più semplice e ovvia è la migliore». Le tele raffigurav­ano delle spiagge così perfette come non se ne vedevano mai nella realtà. Lui voleva far passare le sue intuizioni attraverso quei campioni perfetti di spiaggia, perché Gesù voleva che i suoi gioiellini finissero sulle pareti di appartamen­ti da milioni di dollari in Florida in modo che lui potesse continuare a creare le sue opere d’arte e non dovesse, per esempio, vendere assicurazi­oni sulla vita.

«Ciao, Jesse», dissi.

Se mi riconobbe, non lo diede a vedere. Tutta la sua famiglia era così. Una volta mi presentai a suo fratello maggiore per la quattordic­esima o ventesima volta, e lui mi disse, impassibil­e e un po’ minaccioso: so chi sei. Che famiglia strana! Non volevo che questo mi pesasse. Era una bella giornata ed ero a un festival. Avevo un cane e un marito. Ricordai a me stessa che ero ricca, o almeno benestante.

Mio marito tese la mano a Jesse e gli disse che era amico dei suoi fratelli, poi fece un cenno verso di me e disse: «Mia moglie, Lauren». Visto che non sembrava reagire, gli diedi il mio nome da nubile.

« Lauren », disse. Quando uscì dalla sua bocca, sembrò un nome buffo, che non mi appartenev­a. «Come sta tua sorella? Mi pare... Twinkie?».

«Era il soprannome che aveva da bambina, un nomignolo che le aveva dato nostro padre e che le era rimasto appiccicat­o. Andava bene per una ragazza magra. Allora nessuno la prendeva in giro perché mangiava troppi Twinkies, amava i Twinkies.

«Non la chiamiamo più così», dissi. «Tara. Si chiama Tara».

«Già», disse. «Come sta Tara?». Sorrise. Aveva un’aria serena e imperturba­bile, da uno che è stato salvato, completame­nte folle.

«Sta bene». Pensavo che mi avrebbe fatto delle domande su di lei — dove fosse, cosa stesse facendo — come si usa, ma non lo fece.

«Sei scrittrice ora, vero?», chiese.

«Sì».

«Sto lavorando a un libro», disse. «È la più grande storia d’amore mai raccontata».

«Wow», feci. «La più grande». Era su Dio, lo sapevo, e volevo che dicesse che era su Dio. Mi disse che la stava dettando al telefono e che ormai aveva più di 400 mila parole. Come quasi tutti quelli che non hanno mai pubblicato un libro, o una poesia, dire che ha più di 700 pagine lo fa sembrare una cosa importante.

«Wow», dissi di nuovo. «Compliment­i».

«Ma ho bisogno di qualcuno che mi aiuti».

«Intendi un ghostwrite­r?».

«Che cos’è?».

«Qualcuno che te lo scriva».

«No», disse. «Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a raccoglier­e i pensieri».

«Un co-autore?».

«Sì, una cosa del genere. Qualcuno che mi aiuti a dargli forma. Che lo sistemi per la pubblicazi­one».

«Ahhh», feci, «già...». E poi iniziammo a guardare i quadri di sabbia e conchiglie, insieme a quelli invenduti della serie precedente ai dipinti di sabbia e conchiglie, e quelli ancora precedenti. Ce n’erano alcuni di cieli notturni — stelle, lune — e parecchi quadri di persone in abiti colorati con volti vuoti, beige. Quella serie non aveva avuto successo.

«Questi sono gli ultimi due cieli», disse.

«Gli ultimi due», disse mio marito. «Forse uno di questi potrebbe andare per tua madre». Sapevo che avrebbe voluto che mi girassi per farmi un sorrisetto, ma eravamo troppo beneducati per quel genere di cose. Mio marito era molto gentile. A volte mi chiedevo se ero l’unica persona a cui lui piacesse, e se il fatto che non piacesse a nessuno avrebbe cambiato il modo in cui lo vedevo. Conosceva molta gente, era in buoni rapporti con tanti, ma frequentav­a quasi solo me. Dov’erano i suoi amici? Perché non lasciava me e il cane a casa e andava con loro?

Feci le foto ad alcuni quadri e le mandai a mia madre, mentre Jesse continuava a sorridermi serenament­e, al di là del mio viso, attraverso la testa e dall’altra parte, a quelli che passavano. Sembrava un matto. Mi chiesi cosa avesse fatto a mia sorella quella notte di tanto tempo fa e se quel che era successo fosse uno stupro, ma quando si è stati salvati si è perdonati, e non c’è bisogno di pensare alle brutte cose che si sono fatte in passato. Quello era il bello della faccenda. Si poteva ammettere

di essere un peccatore e dimenticar­sene, mentre tutti gli altri continuava­no a soffrire.

Stavo aspettando che mia madre rispondess­e, quando arrivò un sms di Glen: ti ho vista là fuori in mezzo

alla folla. Certo che mi hai vista, pensai. I puntini stavano ancora muovendosi, così aspettai di vedere cos’altro avrebbe scritto, ma il messaggio era molto lungo o aveva deciso di lasciarlo così com’era.

Mia madre voleva un cielo notturno, disse che avrei dovuto chiedere a lui quale era il suo preferito. Lo riferii a Jesse e lui li mise tutti e due in piedi per un momento prima di consegnarm­i quello con la luna piena, le scie rosa di un aereo che lo attraversa­vano. Mi chiesi che cosa pensassero i suoi fratelli di questo nuovo Jesse, se fosse una versione migliore di quella precedente. Forse il Jesse dei cieli notturni era dipendente dall’Adderall. Forse il Jesse dei visi assenti e beige non andava alle riunioni familiari per guardare pornografi­a, inviava foto del suo pene alle adolescent­i. Nessuna versione di lui avrebbe potuto essere più strana di questa, ma era sempre stato strano. Era sempre stato distante, chiuso in sé stesso. Mi ricordai di una volta che io e mia sorella facemmo una festa a casa nostra. Quella sera i nostri genitori erano via e noi invitammo alcuni amici, ma le cose degeneraro­no, proprio come nei film di adolescent­i che fanno una festa. Vennero rotte delle cose, versate bevande sui tappeti. Jesse si era così ubriacato che si era addormenta­to nel letto dei nostri genitori e si era fatto la pipì addosso, ma io e mia sorella non lo dicemmo a nessuno. Almeno io non l’avevo mai detto a nessuno. Avevo pulito e non avevo detto nulla e me l’ero dimenticat­o per anni e anni. Non vedevo l’ora di dirlo a mio marito. Sembrava una cosa improbabil­e da dimenticar­e — quando qualcuno se la fa addosso, lo si ricorda. Me lo ricordo molto bene, quando è successo a me. È tra i ricordi più vivi che ho. Sul letto di morte, ricorderò quando mi sono fatta la cacca o la pipì addosso, anziché dei grandi amori della mia vita.

Era strano pensare che conoscevo questo di lui, era strano pensare anche solo che conoscessi uno come lui. Allora aveva capelli molto belli. Forse glieli avevo accarezzat­i, gli avevo portato un bicchiere d’acqua e una Tachipirin­a, un paio di pantaloni di mio padre. Se gli avevo fatto quelle cose, se gli avevo dato anche solo una minima dose di conforto, volevo riprenderm­ela.

Jesse strisciò la mia carta di credito e mi chiese se volevo una borsa.

«Sì», dissi.

La borsa aveva un adesivo con il suo nome a grandi lettere brillanti. Mi chiesi se mia sorella avesse mai parlato di Jesse a nostra madre, di quel che le aveva fatto. Mi sembrava improbabil­e, anche se Tara non era riservata; le piaceva condivider­e anche le cose più terrifican­ti che le succedevan­o. E nostra madre aveva un talento per dimenticar­e, proprio come Jesse. Riuscivano a togliersi dalla testa i fatti sgradevoli, e offrirli a Gesù.

«Mi sono appena ricordata di una cosa», dissi, mentre continuava ad avere lo sguardo vuoto, così piacevole e ultraterre­no. Era con Dio ora, e nessuno poteva toccarlo. Avevo voglia di dargli un pugno in faccia, immaginai il sangue colargli dal naso, gocciolare brillante e carino sulle sue tele. Renderle più belle, reali. Perché non riusciva nemmeno a ricordarsi il nome di mia sorella? Non era più Twinkie da tanto tempo. «Quando eravamo al liceo abbiamo fatto una festa e tu hai bevuto troppo. Ti sei addormenta­to nel letto dei nostri genitori». Ho fatto una pausa per vedere se in lui scattava qualcosa. Niente.

Nada. «Non me l’ero più ricordato prima d’ora», continuai. «Ti ricordi quella notte? So che è passato tanto tempo».

«Non mi dice niente», rispose. «Ma allora c’erano tante feste e io ero una persona diversa».

«Certo», dissi. «Eravamo persone diverse».

Mio marito mi prese la mano. Aveva visto delle campanelle a vento a cui pensava dovessimo dare un’occhiata e mi stava spingendo in quella direzione. Abbassai lo sguardo sul cane che mi leccava i pantaloni come per dire lascia perdere, muoviamoci. Non volevo muovermi, non volevo lasciar stare, ma non c’era nulla da fare. Non avrei detto che si era fatto la pipì addosso — che gli avevo dato un paio di pantaloni di mio padre per andare a casa, cosa che avevo fatto e che mi tornava in mente. Era finita e non avevo fatto nulla, non avevo detto nulla, nello stesso modo in cui non ero riuscita a infilare la mano in un finestrino aperto per dare un colpo alla guancia di una ragazza o strapparle una ciocca di capelli.

Le campanelle mi sembravano tutte uguali, o molto simili, così dissi a mio marito che mi piaceva la più grande, quella che sembrava un lampadario.

«Vuoi quella? Sicura?», chiese. «Dove la mettiamo?». «Non lo so», dissi. «In un posto qualsiasi. Sulla veranda». Avevamo una casa grande ed eravamo solo noi due e il cane, ma la casa si stava riempiendo di roba. La stavamo inzeppando.

Portammo i nostri acquisti nel suo ufficio, ci facemmo un altro giro di birre. Andai a sedermi sul suo divano e aspettai che la schiuma scemasse, mentre lui beveva dalla fiaschetta. Per qualche ragione, non fece battute su Jesse né sui suoi quadri, e neanch’io lo feci. Non lo menzionamm­o. Sembrava che il momento per farlo fosse passato, o che non ci fosse nulla di divertente. Non c’era mai stato nulla di divertente.

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 ??  ?? MARY MILLER Biloxi Traduzione di Leonardo Taiuti EDIZIONI BLACK COFFEE Pagine 299 € 15, ebook € 7,99 In uscita il 30 aprile
L’autrice Mary Miller (Jackson, Usa, 1977: foto di Lucky Tucker) è cresciuta in Mississipp­i ed è autrice di due raccolte di racconti, Big World (2009) e Happy Hour (pubblicato nel 2017 da Edizioni Black Coffee) e del romanzo Last Days of California (Liveright, 2014). Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, sulla «Paris Review» e su «McSweeney’s». Il 37, compreso in Happy Hour, è incluso nell’antologia I racconti delle donne (Einaudi, 2019). È Festival il titolo originale di questo racconto, offerto dall’autrice a «la Lettura». Biloxi è ambientato in una delle contee più conservatr­ici di uno degli Stati più conservato­ri degli Usa nel novembre 2016
MARY MILLER Biloxi Traduzione di Leonardo Taiuti EDIZIONI BLACK COFFEE Pagine 299 € 15, ebook € 7,99 In uscita il 30 aprile L’autrice Mary Miller (Jackson, Usa, 1977: foto di Lucky Tucker) è cresciuta in Mississipp­i ed è autrice di due raccolte di racconti, Big World (2009) e Happy Hour (pubblicato nel 2017 da Edizioni Black Coffee) e del romanzo Last Days of California (Liveright, 2014). Suoi testi sono apparsi, tra l’altro, sulla «Paris Review» e su «McSweeney’s». Il 37, compreso in Happy Hour, è incluso nell’antologia I racconti delle donne (Einaudi, 2019). È Festival il titolo originale di questo racconto, offerto dall’autrice a «la Lettura». Biloxi è ambientato in una delle contee più conservatr­ici di uno degli Stati più conservato­ri degli Usa nel novembre 2016

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