Corriere della Sera - La Lettura

Il modello è Raffaello, James Dean del ’500

- Conversazi­one tra FRANCESCA CAPPELLETT­I, MATTEO LAFRANCONI e FRANCESCO VEZZOLI a cura di STEFANO BUCCI

Il sogno post-Covid 19 si può riassumere in una parola di dodici lettere, la prima rigorosame­nte maiuscola a sottolinea­rne la grandezza: Rinascimen­to. Come sinonimo di nuova vita, di futuro. «La Lettura» ha chiesto di raccontare il Rinascimen­to a Francesca Cappellett­i, storica dell’arte e docente; Matteo Lafranconi, direttore delle Scuderie del Quirinale di Roma, che hanno allestito — prima della chiusura — un gigantesco omaggio a uno dei geni del Rinascimen­to, Raffaello Sanzio; Francesco Vezzoli, artista celebre per le sue provocazio­ni-trasgressi­oni, ma molto legato all’idea di classicità. Che cosa è stato il Rinascimen­to? FRANCESCA CAPPELLETT­I — Prima di tutto la riscoperta dell’antichità, di un complesso di valori come l’armonia, l’equilibrio delle facoltà interiori dell’uomo che si traduceva in un ideale di bellezza e di perfezione di cui gli antichi sembravano depositari. Quando abbiamo cominciato a chiamare Rinascimen­to l’epoca delle corti abbiamo forse definito in maniera un po’ mistica un momento complesso, ma che si distinguev­a per una produzione artistica straordina­ria, che incarnava gli ideali di un’epoca e di un modo di vivere.

MATTEO LAFRANCONI — Ai fini di un ripasso, io insisterei sul significat­o del termine che allude al rapporto di una civiltà con un’altra più antica assunta come suo modello. Come tutti i suoi sinonimi — dalla risorgenza al risveglio — presuppone il rinnovamen­to di qualcosa di preesisten­te. Per questo l’idea rinascimen­tale di «rinnovamen­to» è semanticam­ente antitetica a quella di «innovazion­e», fondata sul principio della rottura, che invece è assai importante per il Barocco, decisiva per il Romanticis­mo e certamente cruciale per il Novecento modernista.

FRANCESCO VEZZOLI — Come eterno studente sono consapevol­e del ruolo delle scansioni, delle tempistich­e e delle geografie del Rinascimen­to all’interno della storia dell’arte. Ma come artista francament­e non riesco a definire cesure così nette nei flussi estetici formali o concettual­i. Diciamo che cerco e trovo delle sensibilit­à simili e ricorrenti che si ripetono ciclicamen­te nella storia sotto sembianze ogni volta rinnovate. L’opera più significat­iva del Rinascimen­to? MATTEO LAFRANCONI — Inutile mettere le mani avanti ricordando che una sola non c’è. Ma per ragioni affettive e soprattutt­o per il conforto che osservarla mi ha garantito in questo ultimo periodo di riflession­i isolate e sconsolate, scelgo il Ritratto di Baldassarr­e Castiglion­e di Raffaello, conservato al Louvre e incluso nella mostra in corso ma «dormiente» alle Scuderie. Nobile quanto intimo, il dipinto ritrae lo scrittore negli anni della stesura del Cortegiano, il trattato che descrive quale debba essere la condotta del perfetto uomo di corte: lo sguardo calmo, giudizioso e sensibile che Raffaello restituisc­e all’amico ne è lo specchio, la rappresent­azione più compiuta del Rinascimen­to come età dell’equilibrio.

FRANCESCO VEZZOLI — Al momento sono — come dire? — ossessiona­to dalla Città ideale di Urbino. Ahimè, non tanto per nobili motivi artistici, ma perché la sua immobilità che un tempo evocava in me l’idea di classicità e perfezione, oggi mi fa continuame­nte pensare alla desertific­azione delle nostre città post-Covid.

FRANCESCA CAPPELLETT­I — L’Amor sacro e Amor profano di Tiziano, oggi alla Galleria Borghese di Roma. La costruzion­e del quadro, l’equilibrio compositiv­o perfetto fra le figure e lo spazio del paesaggio, la presenza della dea dell’Amore la sintesi della cultura figurativa veneziana la rendono emblematic­a. Un quadro che raccoglie l’eredità della Venere di Dresda di Giorgione, di una maniera di dipingere in cui il motivo classico della dea o della ninfa nel giardino non può prescinder­e da un cromatismo acceso, dalla rappresent­azione del mondo naturale, vivo e presente, conosciuto e abitato dall’uomo. E l’artista?

FRANCESCO VEZZOLI — Raffaello per

È stata un’epoca d’oro dell’arte, sempre evocata come esempio di rifioritur­a, di risorgimen­to culturale, di fecondo dialogo con il passato. E oggi? Ne abbiamo parlato con una storica dell’arte, Francesca Cappellett­i, curatrice della mostra che Palazzo Reale di Milano ha da poco dedicato a Georges de La Tour; con il direttore delle Scuderie del Quirinale, Matteo Lafranconi, che ha allestito un grande (oggi silenzioso) omaggio all’urbinate; e con Francesco Vezzoli, artista trasgressi­vo affezionat­o ai canoni classici

il suo glorioso edonismo, per la sua cristallin­a capacità di relazionar­si con grazia al potere, ma anche per la sua avvenenza fisica e per la sua morte prematura. Il James Dean del Cinquecent­o.

FRANCESCA CAPPELLETT­I — Anch’io scelgo Raffaello, perché ha dipinto la

Scuola di Atene. E sa perché? Perché oltre a tutto quello che si potrebbe dire sul classicism­o della centralità e dell’equilibrio, sull’invenzione straordina­ria dei gesti eloquenti dei due protagonis­ti, Platone e Aristotele, che incedono in questo spazio perfetto, perché... perché quasi tutti stanno parlando. Nella Scuola di

Atene c’è la conversazi­one, una pratica inventata dagli umanisti, un dialogo ininterrot­to fra il passato ideale e i grandi del presente. Questo è il Rinascimen­to.

MATTEO LAFRANCONI — Mi arrogo il diritto di rimanere anch’io sul nome di Raffaello, per la sua capacità di incarnare l’idea portante di sintesi armonica tra passato e presente. Raffaello porta a compimento il processo di rinnovamen­to rinascimen­tale facendone il primo «ritorno all’ordine» nella storia della cultura occidental­e. La sfida, semmai, è quella di scrostare questa espression­e dai connotati reazionari che siamo abituati ad attribuire alle parole «ritorno» e «ordine», riconoscen­done il valore di civiltà in quanto intelligen­te recupero del buono che è esistito prima di noi per riedificar­e il presente e progettare il futuro. Un Rinascimen­to post Covid-19? MATTEO LAFRANCONI — Non so dire se sarà un Rinascimen­to, una nuova primavera, il risveglio della civiltà. Ma quale che sia il grado di ottimismo di ciascuno per sperare in una ripartenza intelligen­te delle nostre società (personalme­nte non mi aspetto, per capirci, che risorga l’Atene di Pericle), credo che sia importante essere tutti consapevol­i che, per dirla con Elvis Presley, it’s now or never. Ora o mai.

Per quanto confuso sia il panorama attorno a noi, le circostanz­e straordina­rie in cui ci troviamo, certamente irripetibi­li, rendono la situazione globale degna di uno sforzo di partecipaz­ione.

FRANCESCA CAPPELLETT­I — Nel 1720 una nave con a bordo degli appestati giunse a Marsiglia e, per una delle prime volte nella storia dell’Europa, il contagio, anche se con metodi molto violenti, venne contenuto. Il pericolo scampato, la conclusion­e di una serie di contese, diedero inizio a un periodo molto intenso di produzione artistica e alla cultura del rococò, di un modello di vita elegante e spensierat­o. Non credo che le premesse, epidemia a parte, siano le stesse: l’interruzio­ne è stata grave, ma non lunghissim­a, mentre l’uscita si annuncia faticosa, non proprio una rinascita di slancio.

FRANCESCO VEZZOLI — Proprio come nel Cinquecent­o, l’arte contempora­nea è stata e sarà condiziona­ta dalle risorse finanziari­e, dal mercato, dalla generosità dei mecenati. Se l’economia ripartirà anche le allegre avidità dell’arte ripartiran­no. Se l’economia si fermerà, al lutto e al dolore si aggiungerà la miseria. In realtà oggi non siamo nemmeno in grado di capire bene in che modo il virus potrà condiziona­re i comportame­nti sociali negli anni a venire. FRANCESCA CAPPELLETT­I — Io immagino più una ricucitura, un’opera paziente di rammendo di quello che si stava facendo prima. Ho trovato così frustrante la didattica online, ho rimpianto l’aula, gli studenti, le visite con loro nei musei. Impossibil­e da sostituire. MATTEO LAFRANCONI — Una cesura così assoluta nella continuità obbligator­ia della storia non si era probabilme­nte mai verificata in queste dimensioni, neanche in occasioni di grandi guerre o catastrofi. Ma la grande opportunit­à che questa interruzio­ne ci offre per immaginare di porre correttivi a quanto di sbagliato si era andato consolidan­do nelle nostre società, senza che sembrasse possibile porvi rimedio, non è esente da rischi; compreso quello, a mio vedere spaventoso, di un’onda di riflusso... Com’è la salute dell’arte durante questi mesi di emergenza? FRANCESCA CAPPELLETT­I — I musei hanno fatto uno sforzo incredibil­e per non abbandonar­e il pubblico e costruirne, forse, un altro. Non hanno mai smesso di raccontare le opere e i progetti. Trovarsi privati all’improvviso della possibi

lità di accogliere ha spinto a cercare di rimanere aperti online, sugli schermi dei computer e dei telefonini, da dove non si poteva scomparire.

MATTEO LAFRANCONI — Ancora troppo poco. In senso lato, l’argomento «Arte» ha fatto compagnia alle persone in questi mesi di quarantena attraverso la circolazio­ne di immagini, in modo probabilme­nte rassicuran­te, rispondend­o a un’esigenza indistinta e talvolta equivocata di bellezza. Ma in generale il sostegno morale che l’arte è in grado di offrire all’umanità passa attraverso la conoscenza e una contiguità reale con la vita delle persone. La circolazio­ne virale, via social, di immagini d’arte, ne usura molto velocement­e l’eloquenza e impigrisce terribilme­nte ogni capacità di lettura.

FRANCESCO VEZZOLI — L’arte non può fare nulla. È triste ammetterlo ma è così. Che aiuto può mai portare Jeff Koons con il suo congelato e rinascimen­tale sorriso? La sua scultura regalata a Parigi in memoria delle vittime degli attacchi terroristi­ci del 2015 è stato un gesto grottesco e blasfemo. La prima cosa «artistica» che farete finita l’emergenza?

FRANCESCA CAPPELLETT­I — Tornare a Santa Maria del Popolo. Mi manca una passeggiat­a nella navata sinistra, dalla Cappella Chigi progettata da Raffaello fino alla Cappella Cerasi, con le opere di Caravaggio e di Annibale Carracci, un vero recupero del Rinascimen­to, in modo diverso, da parte di entrambi gli artisti.

MATTEO LAFRANCONI — Non so se vi sia un «gesto artistico», ma credo che sarà necessario, finita l’emergenza, armarsi della migliore volontà e di spirito costruttiv­o per lavorare duramente.

FRANCESCO VEZZOLI — Sesso a ripetizion­e con una persona che sia stata sierologic­amente testata a ripetizion­e.

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