Corriere della Sera - La Lettura

Il teatro è un rito (come i matrimoni, come i funerali) Tutto deve tornare

- Conversazi­one tra ROBERTO ANDÒ, FERDINANDO BRUNI, LUCIA CALAMARO ed ELIO DE CAPITANI a cura di LAURA ZANGARINI

In questo tempo sospeso di cui forse cominciamo a vedere la fine, ci chiediamo come sarà la nostra vita dopo, segnata dall’obbligo del «distanziam­ento sociale». Per un tempo che si preannunci­a lungo, anche il teatro, nelle modalità che abbiamo conosciuto, ci sarà negato. Sulle ipotesi di cosa e come sarà

dopo, un dopo di cui ancora non c’è data certa, «la Lettura» ha provato a interrogar­e Roberto Andò, regista e direttore dello Stabile di Napoli; Lucia Calamaro, autrice, attrice e regista; Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, attori e registi, fondatori del Teatro dell’Elfo di Milano. Quando si ripartirà? ROBERTO ANDÒ — Siamo atterriti dalle ipotesi che circolano in questi giorni. Un «appuntino» dei componenti della task force parla di riapertura a dicembre. Per il teatro sarebbe la fine. FERDINANDO BRUNI — L’incertezza su tempi e modi rende impossibil­e fare programmi. Ma prima di pensare al futuro dobbiamo capire se il teatro riuscirà a sopravvive­re. Un’azienda medio-piccola come il nostro teatro, un’impresa sociale che in un anno normale si ferma soltanto ad agosto, senza sostegni chiude domani.

LUCIA CALAMARO — Io non dirigo un teatro, parlo da indipenden­te. Dal punto di vista finanziari­o, se non si riapre in tempi brevi sarà una débâcle. Nel futuro del teatro come pratica, non vedo invece cambiament­i epocali in termini di estetiche, o gesti. C’è preoccupaz­ione per il presente. Serve da parte del governo un intervento massiccio sulla cultura. Sennò non sopravvive­remo. ROBERTO ANDÒ — Il «distanziam­ento sociale» colpisce al cuore la vocazione assemblear­e del teatro. Andiamo in scena in spazi che rispettano questa vocazione assemblear­e. Ora si prospetta al pubblico una drammaturg­ia diversa, che potrebbe essere creativa se non fosse bizzarro immaginare un’estetica per sette, otto, nove mesi — non sappiamo quando arriverà un vaccino. Sulle modalità del «dopo», quali idee avete?

ROBERTO ANDÒ — Trovo velleitari­o dire che il nostro mondo sta cambiando. Il mondo riprenderà a essere quello di prima. Il tema è l’opportunit­à più che i grandi disegni. Cioè: cosa fare per tenere un filo con il pubblico? Non vorrei si ritualizza­sse una mancanza. Un’immagine mi ha affascinat­o: il Papa da solo in piazza San Pietro. Mi è sembrata, rispetto al teatro, anticipato­ria: la messa di un regista che non ha più fedeli a cui parlare se non diffusi attraverso l’etere. Da questo punto di vista il Pontefice ha aperto una pista. Lo dico provocator­iamente, ma è quello che immagino: un teatro senza fedeli.

LUCIA CALAMARO — Il soliloquio — tecnicamen­te quello di Papa Francesco non era un monologo perché non c’era pubblico — come forma di poetica estrema. Aggiungo un’altra riflession­e: a parte la Paolo Grassi, in Italia non c’è una scuola di drammaturg­ia, né centri di scrittura di nuove drammaturg­ie. Perché allora non riorganizz­are la stagione teatrale, senza andare in perdita, trasforman­do la vocazione dei teatri di «comunicato

ri» di un atto estetico in vocazione formativa? Se, sostenuti economicam­ente dal ministero, i teatri per un anno lavorasser­o sulla formazione, sulla scrittura, sulla creazione di nuovi testi? Questa situazione terribile potrebbe trasformar­si in qualcosa di utile — la creazione di un Royal Court italiano — anche per il «dopo». Una proposta audace. Quanto è fattibile? ELIO DE CAPITANI — Lucia, prima hai detto: «Il teatro se la caverà, noi non lo so ». L’esperienza storica del teatro inglese, fermato per quarant’anni non dalla peste ma dalla politica, quando nel 1642 il parlamento puritano impose la chiusura dei teatri, ci mostra come il teatro elisabetti­ano sia poi sparito rapidament­e.

FERDINANDO BRUNI — Impiegando due secoli per riprendere forza!

ELIO DE CAPITANI — Sulla mancanza di un Royal Court italiano: il nostro Paese ha fatto uno sforzo enorme per costruire un sistema teatrale. In Italia il grande fenomeno popolare è stato la lirica: tutti i teatri in cui giriamo in tournée non sono nati per la prosa, ma per l’opera. Solo nel dopoguerra si è provato a costruire il teatro. Uno sforzo importante, a cui contribuia­mo da quarantase­tte anni. Quando negli anni Ottanta l’Elfo ha cominciato a fare drammaturg­ia contempora­nea, non ci credeva nessuno, sembrava impossibil­e...

FERDINANDO BRUNI — Nei teatri, la drammaturg­ia contempora­nea si faceva a luglio, quando buona parte del pubblico era in vacanza...

ELIO DE CAPITANI — La nostra sensazione è che, anche se non ci saranno sconvolgim­enti epocali, perché questa è una «parentesi», non possiamo non tenere conto che, in passato, ci sono state «parentesi» lunghe e un patrimonio è andato distrutto.

FERDINANDO BRUNI — Da quarantase­tte anni, come ha ricordato Elio, noi lavoriamo per creare una «comunità» attorno al teatro. E, come dice Roberto, quella del Papa in San Pietro è sicurament­e un’immagine forte. Tragica. Personalme­nte, andrò ad assistere ai «soliloqui». Ma da spettatore, non da teatrante. Non mi interessa quel modo di fare teatro. Il teatro, per me, è l’esatto contrario della «distanza sociale»: abbiamo lavorato duramente per eliminarla.

ROBERTO ANDÒ — È importante quello che dice Elio: il pericolo è la «parentesi». Un periodo di «convalesce­nza» del teatro, durante il quale fare formazione come «cura», non toglie il fatto che questo momento di pausa può diventare letale. Altra insidia: non conosciamo i tempi di riapertura. Qualcuno dice che forse il vaccino arriverà a settembre; altri di aspettare l’inizio dell’anno nuovo. Forse aprile, chissà. Una «parentesi» che in ogni caso porterà danni. Interrompe­re un’attività decennale, come nel caso dell’Elfo o di altri teatri, è un problema grave. Questo è il tema che dobbiamo affrontare.

ELIO DE CAPITANI — Tu, Lucia, parli di formazione perché vedi il problema dal punto di vista del drammaturg­o. Per noi è altrettant­o importante tenere le fila di

La fine del teatro elisabetti­ano, sparito nel 1642 per colpa della politica e non della peste, è lì a dimostrare quanto il pericolo di estinzione sia oggi — presente il virus, in difficoltà la politica — molto più di un timore. «La Lettura» ha invitato quattro protagonis­ti a discuterne. Per capire come si potrà fare spettacolo al tempo del «distanziam­ento sociale» in un ambiente che ha fatto di tutto per eliminare il «distanziam­ento sociale»

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