Corriere della Sera - La Lettura

FISICA E METAFISICA DI MICHAEL JORDAN

- Di EMILIO COZZI

«Era Dio travestito da Michael Jordan». Il 20 aprile 1986, a pronunciar­e queste parole fu Larry Bird, da molti considerat­o il cestista bianco più forte di tutti i tempi. Quella sera Jordan (New York, 1963: qui sotto), pur sconfitto con i suoi Chicago Bulls dai Celtics di Bird, aveva segnato 63 punti, record tuttora insuperato nei playoff Nba. The Last Dance, la docu-serie in 10 episodi che due per volta Netflix metterà in onda ogni lunedì fino al 18 maggio, inizia molto dopo: prodotto da Espn e diretto da Jason Hehir, il documentar­io racconta gloria, drammi e retroscena della stagione 1997-98. Reduci da 5 titoli Nba, in quel momento i Bulls sono considerat­i la squadra migliore di sempre, i «Beatles del basket» ma il capolinea è vicino: per motivi di mercato verranno smantellat­i a fine anno. « It’s the last dance » dice l’allenatore Phil Jackson ai suoi, l’ultimo ballo: «Godetevene ogni secondo». E godimento è proprio quanto The Last Dance, la serie, promette non solo ai fan del basket ma a chiunque voglia capire come un atleta e la sua squadra divennero un paradigma di eccellenza e marketing toccando uno dei picchi più alti dello sport in quanto narrazione, oltre divisioni sociali e confini geografici. Non è un caso se ora sia stato il pubblico di mezzo mondo, isolato dalla pandemia, a chiedere di trasmetter­e la serie oggi, due mesi in anticipo sulla data prevista. «A volte — dichiarò Jordan prima di concludere la carriera nel 2003 – mi chiedo come sarà ripensare a tutto questo, mi chiedo se almeno mi sembrerà reale». Difficile rispondere ma The Last Dance testimonia che sognammo a occhi aperti. Tutti insieme.

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