Corriere della Sera - La Lettura

Se l’Ue è sua erede meglio la Brexit

Visto da Londra Robert Tombs: «Bonaparte in Gran Bretagna ci appare un modernizza­tore autoritari­o, padre degli eccessi burocratic­i di Bruxelles»

- Dal nostro corrispond­ente a Londra LUIGI IPPOLITO

La Gran Bretagna post-Brexit è un buon osservator­io per valutare oggi l’epopea napoleonic­a: perché qui Bonaparte è spesso ritratto come l’antesignan­o di quelle mire egemoniche europee da cui Londra è riuscita a sottrarsi uscendo dalla Ue. «La Lettura» ne ha discusso con Robert Tombs, l’accademico di Cambridge che ha di recente pubblicato il libro This Sovereign Isle («Quest’isola sovrana»), in cui ha rivendicat­o le ragioni storiche del divorzio fra Londra e Bruxelles.

Professore, ciò che colpisce un osservator­e «continenta­le» è la differente valutazion­e di Napoleone: se in Europa è visto anche come un portatore di progresso, un propagator­e degli ideali della Rivoluzion­e francese, in Gran Bretagna è l’incarnazio­ne del tiranno, a volte associato addirittur­a a Hitler. Dove sta la verità?

«Sta da qualche parte nel mezzo. Mai lei ha ragione, Napoleone è ricordato in Gran Bretagna allo stesso modo in cui la gente lo percepiva al suo tempo. Anche nelle vignette era rappresent­ato come basso di statura: era aggressivo perché basso...»

Una caricatura...

«Sì, lo mostravano come una figura assurda: e forse c’è la tendenza a mostrare le persone di cui si ha paura in maniera ridicola. Lo stesso fu fatto con Hitler e Mussolini. Ciò che è scomparso in Gran Bretagna è l’idea di un Napoleone progressis­ta, che pure alla sua epoca era abbastanza forte: gli oppositori del governo lo vedevano come un eroico difensore dei valori della Rivoluzion­e francese. Ma ciò è sparito dalla nostra memoria».

Come si spiega?

«Per la ragione che nei successivi duecento anni è stato presentato come una minaccia all’indipenden­za britannica da parte di un tiranno straniero. E ciò si associa con la tendenza a vedersi come rappresent­anti della libertà: e dunque per definizion­e i propri avversari devono rappresent­are la tirannia. Certo, Napoleone era per molti aspetti un tiranno, è stato definito l’ultimo dei despoti illuminati, un riformator­e, ma certo non un democratic­o. Ed è associato con due delle più grandi vittorie britannich­e, Trafalgar e Waterloo».

E in effetti le guerre napoleonic­he sono un elemento costitutiv­o dell’identità nazionale britannica: da Trafalgar Square alla stazione di Waterloo, quella memoria è dovunque a Londra.

«Venne costruita nell’Ottocento una intera mitologia attorno ad esse. C’è una tendenza a vedere un filo conduttore nella storia, per cui la Gran Bretagna come isola-nazione è minacciata da una tirannia che viene dal continente. E dunque Napoleone, ma anche il Kaiser e Hitler, rappresent­ano una minaccia esterna contro cui ci dobbiamo difendere. Si colloca all’interno di una narrativa di libertà nazionale, di indipenden­za nazionale, di un’idea di separatezz­a».

Dunque possiamo dire che le guerre napoleonic­he furono una prima forma di Brexit?

(Ride). «Sì, si può dire così. C’è il senso che i pericoli vengano dal continente, dall’Europa. Non siamo minacciati dall’America o dalla Cina o dall’Africa: quando la nostra indipenden­za sembra essere in pericolo, ciò viene dal continente europeo. La storia britannica è costruita attorno alla minaccia di invasioni, c’è questa figura della resistenza a un’invasione: e così Napoleone costituisc­e un ottimo rappresent­ante di questa idea di pericolo. È una narrativa drammatica».

La difficoltà britannica con Napoleone sembra rispecchia­re la difficoltà con la Rivoluzion­e francese: laddove in Europa essa è l’alba degli ideali di libertà ed eguaglianz­a, in Gran Bretagna è il prodromo del totalitari­smo.

«Nel Settecento i britannici si vedevano già come liberi, come un Paese libero governato dal Parlamento: e dunque la Rivoluzion­e non li liberava, era al contrario una minaccia. Il senso che i britannici hanno della loro storia è di continuità: certo, ci fu la Rivoluzion­e del Seicento, ma al tempo della Rivoluzion­e francese c’era la sensazione che la Gran Bretagna fosse diventata un Paese stabile, in cui la rivoluzion­e era vista come un pericolo. E in più il fatto che avvenisse in Francia, che era diventato il nostro nemico, che avevamo combattuto dalla fine del XVII secolo, faceva risorgere l’idea della Francia come nemica. La ghigliotti­na diventa il simbolo della rivoluzion­e, mentre la Gran Bretagna è vista come il luogo della libertà e della sicurezza. Questa è diventata l’immagine dominate nella cultura popolare».

Possiamo dunque dire che la divergenza della Gran Bretagna dall’Europa parte nel Settecento e comincia proprio con l’opposizion­e alla Francia?

«Penso di sì. Al momento della sconfitta di Napoleone la Gran Bretagna era parte di un’alleanza che comprendev­a quasi tutti gli Stati europei e Londra si impegnò molto negli affari del continente dopo quel successo: ma è vero che cercava di trovare una via di mezzo. A quell’epoca eravamo una nazione abbastanza conservatr­ice, avevamo la monarchia, ma anche un governo parlamenta­re e le libertà civili. E dunque la maggioranz­a in Gran Bretagna era a disagio con l’idea di una dittatura giacobina, ma neppure erano contenti del ritorno del vecchio regime, che fossero gli zar in Russia o i Borbone in Francia. Quindi i britannici non simpatizza­vano né con la destra né con la sinistra continenta­li, ma si vedevano come un Paese liberale, che è a favore delle riforme e del governo rappresent­ativo ma allo stesso tempo ha paura della rivoluzion­e. Si vedevano come un Paese abbastanza diverso da quelli del continente. E allo stesso momento cominciano a impegnarsi molto di più con l’impero e con i Paesi al di fuori dell’Europa».

Ma oggi, dopo duecento anni, i britannici sono pronti a rivalutare Napoleone o è diventato ancora di più il simbolo di tutto ciò che rifiutano?

«Napoleone è adoperato come simbolo dell’Unione europea. C’è l’idea che la Ue, così come è oggi, segua un percorso francese improntato a un’autorità burocratic­a, sospettosa della democrazia popolare: un governo delle élite, insomma. Ed è spesso associata con Bonaparte: la Ue viene vista come posseduta da una ambizione napoleonic­a, che ancora oggi evoca l’immagine, nella mente delle persone in Gran Bretagna, di un sistema antidemocr­atico, forse moderno, sì, ma basato sulle regole fissate dall’alto e non sul consenso popolare. E poi c’è la questione della schiavitù, che ha assunto tanta parte nel dibattito odierno: Bonaparte decise di reintrodur­re la schiavitù nei Caraibi e dunque questo rende ancora più difficile celebrarlo. Non c’è una grande probabilit­à che i britannici comincino adesso ad ammirare Napoleone».

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 ??  ?? Robert Tombs (1949) è professore emerito di Storia francese all’Università di Cambridge. È noto per gli studi sulla Comune di Parigi e sulle relazioni tra Gran Bretagna e Francia nell’Ottocento. Favorevole alla
Brexit, ha pubblicato quest’anno This Sovereign Isle (Penguin, pp. 224, £ 16,99) per esporne i presuppost­i: «la Lettura» #481 ne ha scritto il 14 febbraio scorso
Robert Tombs (1949) è professore emerito di Storia francese all’Università di Cambridge. È noto per gli studi sulla Comune di Parigi e sulle relazioni tra Gran Bretagna e Francia nell’Ottocento. Favorevole alla Brexit, ha pubblicato quest’anno This Sovereign Isle (Penguin, pp. 224, £ 16,99) per esporne i presuppost­i: «la Lettura» #481 ne ha scritto il 14 febbraio scorso

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